Me

Caso Khashoggi: dalla sparizione alla conferma dell’omicidio dell’Arabia Saudita

Immagine di copertina

Dal 2 ottobre 2018 gli occhi dei media internazionali e della diplomazia sono puntati sulla Turchia dopo la sparizione e l’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi.

L’Arabia Saudita ha ammesso che l’uomo, sparito dopo essere entrato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia, è morto mentre si trovava nella struttura. Qui la notizia.

Il 15 novembre la procura generale dell’Arabia Saudita ha incriminato 11 persone per l’omicidio: per 5 di queste, ritenute essere esecutrici materiali dell’uccisione, è stata chiesta la condanna a morte. Le autorità di Riad hanno negato che nell’omicidio sia implicato il principe ereditario, Mohammed bin Salman.

Khashoggi, collaboratore del Washington Post, si era recato nel consolato per completare alcune “pratiche burocratiche” e da allora non si sono più avuto sue notizie.

A denunciare la sua scomparsa era stata la compagna, che lo ha atteso fuori dall’edificio per undici ore, fino alla chiusura degli uffici.

Khashoggi le aveva raccomandato di avvisare un consigliere del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, se non fosse tornato indietro. All’entrata del consolato, il giornalista era stato costretto a lasciare il suo cellulare.

Chi è Jamal Khashoggi

Ex consigliere del governo saudita, Khashoggi aveva deciso di autoesiliarsi negli Stati Uniti nel 2017 per timore di un possibile arresto, dopo aver criticato alcune decisioni del principe ereditario saudita, nonché ministro della Difesa, Mohammed bin Salman.

Il giornalista aveva anche espresso diverse critiche sull’intervento militare di Riad in Yemen.

Khasoggi aveva più volte denunciato intimidazioni, arresti e attacchi subiti da giornalisti, intellettuali e leader religiosi non allineati con la casa reale saudita.

Ex redattore del quotidiano Al-Watan e di un canale di notizie tv saudita, Khashoggi ha anche partecipato ai programmi della Bbc sull’Arabia Saudita e sul Medio Oriente.

Il giornalista è anche noto per la sua relazione con il giovane Osama Bin Laden, con il quale ha viaggiato molto in Afghanistan negli anni Ottanta durante l’occupazione sovietica.

Leggi anche: La fidanzata: “Khashoggi non è morto, migliaia ne nasceranno oggi, nel giorno del suo compleanno”

Gli arresti

Il 15 novembre la procura generale dell’Arabia Saudita ha incriminato 11 persone per l’omicidio: per 5 di queste, ritenute essere esecutrici materiali dell’uccisione, è stata chiesta la condanna a morte.

Durante una conferenza stampa a Riad, un portavoce del procuratore generale del regno, Sheikh Saud bin Abdullah al-Muajab, ha detto che Khashoggi è stato ucciso “dopo un litigio” che ha portato a una colluttazione. Il giornalista sarebbe poi stato legato e assassinato “con l’iniezione di una dose di narcotico”.

Secondo quanto riferito dalla procura generale, una squadra era stata inviata a Istanbul per riportare Khashoggi nel regno per ordine dell’ex vice capo dell’intelligence e di un ex consigliere saudita, Ahmed Al Assiri. Ai membri di questa squadra era stato ordinato di uccidere il giornalista in caso quest’ultimo non avesse accettato di tornare in Arabia Saudita.

Gli imputati avrebbero inizialmente fornito alle autorità un rapporto falso sulla vicenda. Il corpo del giornalista sarebbe stato distrutto dopo l’uccisione e portato via dal consolato.

Le autorità di Riad hanno negato che nell’omicidio sia implicato il principe ereditario, Mohammed bin Salman.

Le ultime informazioni sulla sorte di Khashoggi

Secondo le ultime indiscrezioni, Khashoggi sarebbe stato smembrato in diretta skype su indicazione di Saud al-Qahtani, lo stesso alto funzionario che ha permesso di consolidare il potere del principe Mohammed bin Salman.

Il 23 ottobre, secondo quanto riportato dall’emittente Sky news, sono state trovate parti del cadavere di Jamal Khashoggi, nel giardino della casa del console generale.

Appena entrato nell’edificio, il giornalista sarebbe stato immediatamente aggredito ed immobilizzato da una squadra di ben 15 uomini arrivati su due diversi aerei privati solo poche ore prima, secondo quanto riferito da fonti arabe ben informate.

Tra loro il generale era presente anche il Maher Mutreb, un direttore dei servizi segreti e membro della squadra di sicurezza del Principe bin Salman, che avrebbe utilizzato il suo telefonino per chiamare via skype Qahtani.

Quest’ultimo avrebbe diretto le operazioni sempre via skype, tentando persino una sorta di interrogatorio a distanza, presto degenerato.

Per cercare di depistare le  indagini, inoltre, un uomo del gruppo inviato a Istanbul avrebbe indossando gli abiti di Khashoggi, una barba finta e gli occhiali per poi uscire dal consolato. (qui il video)

Le dichiarazioni di Erdogan 

Il 23 ottobre il presidente turco Erdogan ha tenuto un discorso davanti ai suoi colleghi di partito in cui ha reso note le informazioni in suo possesso sull’omicidio di Khashoggi, spiegando che si è trattato di un omicidio premeditato e organizzato giorni prima.

“Tutte le prove raccolte fino ad ora vanno nella direzione di quello che è stato un omicidio eseguito in maniera selvaggia”, ha affermato Erdogan.

“Dopo 17 giorni dalla sparizione del giornalista è giunta l’ammissione della morte da parte di Riad. Subito dopo sono state arrestate in Arabia Saudita 18 persone, 15 delle quali erano quelle giunte in Turchia e da noi individuate”, ha aggiunto il presidente turco.

“Non abbiamo alcuna intenzione di rimanere in silenzio dinanzi a un fatto di questa gravità. È un nostro diritto indagare e aprire un’indagine per capire cosa è accaduto”.

Riad cambia versione

L’Arabia Saudita ha confermato che il dissidente è morto mentre si trovava nel consolato a seguito di un diverbio con gli agenti inviati a Istanbul per interrogarlo e sfociato in uno scontro fisico che ha visto Khashoggi avere la peggio.

La spiegazione fornita dalla famiglia reale non è stata però ritenuta sufficiente da Trump, né da Regno Unito, Francia e Germania, che hanno chiesto maggiori dettagli su quanto accaduto nel consolato.

Il 22 ottobre Riad ha quindi cambiato versione, affermando che il giornalista è stato ucciso e dando la colpa a “cani sciolti” che hanno agito senza il consenso del re né del principe ereditario, secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri Adel al-Jubeir.

“Siamo determinati a capire cosa è successo e a punire i responsabili di questo omicidio, che hanno agito al di fuori della loro autorità”, ha spiegato il ministro.

“Ovviamente si è trattato di un tremendo errore e ancora più grave è che si sia tentato di coprire quanto accaduto”.

Le ricerche del cadavere

Il team di indagine ha esteso le ricerche del corpo del giornalista scomparso anche al bosco che si estende nei dintorni di Istanbul e nella città di Yalova.

Negli ultimi video analizzati dagli inquirenti, si vedono due furgoni neri allontanarsi dal consolato e dirigersi verso le zone al vaglio degli agenti.

Nelle stesse registrazioni, risulta ben visibile il colonnello Maher Abdulaziz Mutreb, uomo vicino al principe bin Salman, ripreso mentre entra nell’edificio alle 9.55 (ora locale) del 2 ottobre. L’uomo ha in seguito lasciato la residenza del console saudita alle 16.45, per poi recarsi all’interno di un albergo alle 17.15 e infine dirigersi verso l’aeroporto alle 17.58. L’uomo è irreperibile dal 2 ottobre.

Secondo il giornale turco Yenis Afak, invece, un altro degli uomini sospettati dell’omicidio è morto in un incidente stradale “sospetto”. Si tratta di Meshal Saad M. Albostani, tenente e membro della guardia reale.

“Lo squadrone”, secondo quanto emerge dalle ultime indiscrezioni pubblicate da Al Jazeera, ha aggredito Khashoggi appena il giornalista è entrato nell’ufficio del console, per poi essere portato in una stanza allestita per “l’interrogatorio”.

“È stato fatto a pezzi, subito dopo essere stato ucciso, dal medico legale Salah al Tubaigy. Le parti del corpo venivano impacchettate nella plastica da alcuni membri del commando. L’operazione è durata 15 minuti”.

L’audio delle torture

Il 17 ottobre, il quotidiano turco Yeni Safak ha pubblicato un articolo in cui scrive di avere avuto accesso all’audio dell’omicidio del giornalista: dai 7 minuti di registrazione, ottenuti grazie all’Apple watch di Khashoggi, si evince che al dissidente sarebbero state strappate le dita prima che venisse decapitato.

Nell’audio, si sentono anche le proteste del console generale saudita a Istanbul, Mohammad al-Otaibi, che avrebbe chiesto che le torture avvenissero fuori dell’edificio del consolato.

“Se si viene a sapere, mi farai passare dei guai”, avrebbe detto il diplomatico a uno dei torturatori. “Se vuoi vivere quando torni in Arabia, stai zitto”, gli risponde un’altra voce.

Il quotidiano turco riferisce che dopo l’omicidio il corpo del giornalista è stato smembrato dall’esperto saudita di autopsie Salah Muhammed al-Tubaigy che, viste le tempistiche della procedura, avrebbe consigliato al resto degli assassini di “ascoltare della musica” nel frattempo.

Inoltre, secondo il New York Times, uno dei sospettati per l’omicidio è un uomo legato al principe Mohammed bin Salman, con cui si è recato in visita a Parigi, Madrid e negli Stati Uniti. Maher Abdulaziz Mutreb sarebbe stato addestrato in Italia su come utilizzare l’Hacking team software.

Tutti i membri del gruppo hanno legami con i servizi segreti sauditi.

La “prova certa” e l’interrogatorio finito male

Il 16 ottobre 2018 i funzionari turchi hanno avuto accesso alle stanze del consolato saudita a Istanbul. Secondo quanto riferito da alcune fonti anonime ai media statunitensi, all’interno della struttura è stata trovata una “prova certa” dell’omicidio del giornalista.

Inoltre, i funzionari hanno ribadito che il corpo dell’uomo è stato fatto successivamente a pezzi e sciolto successivamente nell’acido.

Poco prima, la Cnn aveva rivelato che i sauditi erano pronti ad ammettere che Khashoggi era stato ucciso “a seguito di un interrogatorio andato male e che si sarebbe dovuto concludere con il suo sequestro”.

L’informazione era stata comunicata al giornale da alcune fonti che hanno anche specificato che l’operazione non sarebbe stata autorizzata dalle autorità saudite.

La colpa quindi sarebbe da imputare ai funzionari sauditi presenti in ambasciata, che hanno agito – in parte – di loro iniziativa.

La confessione del governo saudita confermerebbe le accuse mosse nei giorni precedenti dalla Turchia, che aveva detto di possedere file audio e video a conferma della tortura subita dal giornalista nel consolato.

Nella registrazione audio di 11 minuti, analizzata dai tecnici di Ankara, si riconoscono tre voci maschili, ritenuti agenti sauditi, oltre alla voce del giornalista.

Le perquisizioni 

Il pomeriggio del 15 ottobre le autorità turche hanno iniziato le perquisizioni del consolato saudita di Istanbul. La squadra di ispettori è composta da una delegazione turca e una saudita, a loro volta formata da ispettori e da rappresentanti di ministeri, oltre che da esperti della sezione omicidi della polizia e dell’antiterrorismo.

L’ispezione ha riguardato tutte le stanze del consolato, ma poco dopo l’avvio delle indagini il presidente Erdogan ha dichiarato che “alcune aree della struttura sono state ridipinto di recente”.

La polizia turca, il 16 ottobre, ha anche chiesto di poter esaminare la residenza del console saudita a Istanbul e il giorno dopo ha ricevuto l’autorizzazione a procedere dai funzionari dell’Arabia Saudita.

Il presunto commando di 15 agenti sauditi accusati dell’omicidio si era recato nella residenza del console a bordo di un furgone nero, dopo essere stato nel consolato: in quella stessa vettura si sospettava inizialmente ci fosse anche il corpo fatto a pezzi del giornalista.

Il modo in cui le perquisizioni sono state condotte non ha però soddisfatto la famiglia del giornalista Khashoggi, che ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale di stampo internazionale.

La richiesta è stata avanzata dal figlio del giornalista, Abdullah Khashoggi, tramite Twitter. “Noi, i figli del giornalista Jamal Khashoggi, chiediamo l’urgente formazione di una commissione indipendente e imparziale di natura internazionale per indagare sui fatti riguardanti le circostanze della sua scomparsa e le notizie contrastanti sulla sua morte”.

Le dichiarazioni di Trump

Fin dall’inizio, l’attenzione si è concentrata sul presidente Trump, che fin dal suo insediamento si è dimostrato un fedele alleato dell’Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti sono infatti il più grande fornitore di armi di casa Saud e sostengono i sauditi nella guerra in Yemen e in generale in Medio Oriente.

Donald Trump ha inizialmente rilasciato poche e deboli dichiarazioni sulla scomparsa del giornalista, dicendosi “preoccupato” per quanto accaduto a Istanbul, per poi affermare di essere pronto a “punire severamente” i responsabili.

Il presidente statunitense si è però ben visto dall’interrompere i rapporti commerciali con i Saud, affermando che fossero troppo importanti per poter essere rivisti.

In un ultimo tentativo di giustificare la sua decisione di mantenere buoni legami con l’Arabia Saudita e cercando una strategia per far salvare la faccia alla casata regnante, il presidente Usa ha dato la colpa della sparizione del giornalista a dei “cani sciolti”, a “dei criminali” che hanno agito senza il consenso delle autorità saudite.

Trump, prima di rilasciare queste dichiarazioni, aveva parlato al telefono con il re Salman, che aveva rassicurato il presidente che Riad non ha avuto alcun ruolo nella scomparsa del giornalista. La stessa versione è stata ribadita il 16 ottobre dal principe ereditario.

Il 17 ottobre, il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha incontrato il re saudita Salman, che ha assicurato che il regno condurrà un’inchiesta trasparente sul caso.

Lo stesso giorno, il presidente Trump ha ribadito di credere alla versione dell’Arabia Saudita e di non avere intenzione di recidere i legami con casa Saud perché è un alleato indispensabile “per la lotta al terrorismo, visto tutto ciò che sta accadendo in Iran e in altri luoghi”.

La versione iniziale di Riad 

I sauditi hanno cambiato più volte versione. Inizialmente hanno negato qualsiasi responsabilità, affermando che il giornalista era uscito dal consolato dopo aver ritirato i documenti.

Con il passare del tempo, non riuscendo a fornire prove sulla sorte di Khashoggi e con l’opinione pubblica sempre più critica nei confronti dei Saud, Riad ha iniziato a cambiare versione, tanto che, secondo il New York Times,  sarebbe pronto ad ammettere che il giornalista era stato sottoposto ad un interrogatorio finito male.

Il re e il principe hanno però cercato ancora una volta di allontanare da loro ogni responsabilità, dando la colpa agli agenti arrivati a Istanbul il 2 ottobre e accusati di aver abusato dei loro poteri, agendo senza  il consenso delle autorità.

Ad aumentare i sospetti verso casa Saud, però, vi è da una parte la decisione del console saudita a Istanbul di lasciare la Turchia e la permanenza a Riad dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, il principe Khalid bin Salman, dall’altra.

Nella stessa giornata (16 ottobre), era arrivata la richiesta dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani di revocare l’immunità per i funzionari sauditi che potrebbero essere coinvolti nella scomparsa del giornalista.

I funzionari accusati dell’omicidio e il piano per rapire Khashoggi

Alcuni giorni dopo la scomparsa di Khashoggi, i sospetti si erano concentrati su 15 funzionari sauditi, uno dei quali è stato identificato come un esperto di autopsie, arrivati a Istanbul il 2 ottobre e rimasti nel paese per poche ore.

Le autorità turche hanno rilasciato nomi e fotografie dei membri del gruppo: i documenti sono stati pubblicati dal quotidiano turco Sabah e sono state riprese dai media internazionali.

L’Arabia Saudita ha negato che il gruppo abbia mai messo piede in Turchia, affermando che gli funzionari sauditi arrivati a Istanbul sono quelli incaricati dal governo di indagare sulla sorte del giornalista.

Prima della scomparsa del giornalista saudita, l’intelligence degli Stati Uniti aveva intercettato alcune comunicazioni tra agenti dell’Arabia Saudita in cui si discuteva di un piano per il sequestro di Khashoggi, secondo quanto ha rivelato il Washington Post.

La fonte citata dal giornale ha rivelato che gli agenti sauditi avevano intenzione di rapire Khashoggi e riportarlo in Arabia Saudita. Non è chiaro se gli agenti intendessero arrestare e interrogare il giornalista o ucciderlo, né se le autorità statunitensi abbiano o meno avvertito il giornalista del pericolo che correva.

L’Apple Watch di Khashoggi

Nei giorni scorsi, un funzionario della sicurezza turca ha dichiarato a Reuters che Khashoggi indossava uno smartwatch Apple al momento della sua scomparsa, ma il giornalista è stato costretto a lasciarlo all’entrata.

Nonostante ciò, gli agenti di sicurezza e intelligence turchi ritengono che l’orologio possa fornire importanti indizi sul luogo in cui si trova Khashoggi o su ciò che gli è successo.

Se l’orologio e il telefono erano collegati a Internet e i dispositivi erano abbastanza vicini da sincronizzarsi, i dati dell’orologio – salvati sul cloud – potrebbero fornire agli investigatori informazioni sulla frequenza cardiaca e sulla posizione del giornalista.

“I servizi di intelligence, l’ufficio del pubblico ministero e un team di esperti stanno lavorando sul caso”.

I video delle telecamere di sicurezza

Una delle prove della scomparsa del giornalista Khashoggi sono rintracciabili nei video diffusi dall’emittente turca 24 TV e provenienti dalle telecamere di sorveglianza installate intorno al consolato saudita di Istanbul.

Le immagini analizzate sono quelle contemporanee all’arrivo nell’edificio del giornalista, avvenuto intorno alle 13.14: nel video si nota anche un furgone nero parcheggiato nelle vicinanze.

Un secondo filmato mostra lo stesso furgone entrare nel consolato alle 15.08 e uscire poco dopo, dirigendosi nella vicina residenza del console. Secondo il direttore del quotidiano Aksam, Murat Kelkitlioglu, intervistato da 24 TV , “Khashoggi è trasportato in quel furgone, vivo o morto”.

Non è stato invece possibile analizzare i filmati delle telecamere di sicurezza interne al consolato perché, secondo quanto riporta il Guardian che cita le autorità di Ankara, i video sono stati rimossi. Secondo il governo turco, i filmati sono stati portato via da quegli stessi15 uomini sospettati di aver ucciso il giornalista.

Le reazioni internazionali

In un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di Regno Unito, Francia e Germania si sono detti “gravemente preoccupati” e hanno affermato che trattano l’incidente “con la massima serietà” e che hanno chiesto l’apertura di un’indagine.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno inoltre valutando l’ipotesi di boicottare la “Davos nel deserto”, il summit dei giganti della finanza e dell’economia organizzato da Riad.
I numero uno di Blackstone, Stephen Schwarzman e di BlackRock, Larry Fink, hanno già fatto sapere che non si recheranno al vertice. La stessa cosa ha fatto il capo di JP Morgan, Jamie Dimon.

Per tutta risposta, l’Arabia Saudita ha promesso azioni verso qualsiasi ritorsione.

Anche il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto alla Turchia e all’Arabia Saudita di aprire un’indagine sulla scomparsa di Khashoggi.

La scomparsa e il presunto omicidio del giornalista e dissidente saudita ha ovviamente ulteriormente inasprito i rapporti – già tesi – tra Ankara e Riad, già da tempo in contrasto per l’appoggio del governo turco al Qatar, contro cui i Saud hanno invece imposto un embargo.

La vicenda è stata commentata anche dal presidente russo Vladimir Putin: “L’America ha una responsabilità speciale per quello che è successo al giornalista saudita Jamal Khashoggi perché viveva negli Stati Uniti”. Tuttavia, “la Russia non può danneggiare le relazioni con l’Arabia Saudita. Non sappiamo cosa sia successo a Khashoggi e dobbiamo aspettare i dettagli dell’indagine”.

L’arrivo al consolato e le prime voci sulla sua morte

Le ultime notizie che si hanno del giornalista risalgono al 2 ottobre 2018, quando Khashoggi è entrato nel consolato saudita di Istanbul senza fare più ritorno.

Una volta in ambasciata, al giornalista è stato anche richiesto di consegnare il suo telefono cellulare, prassi normale in alcune ambasciate e consolati.

Fin da subito i suoi amici e colleghi hanno temuto che Khashoggi fosse stato ucciso in ambasciata e domenica 7 ottobre fonti vicine alla polizia turca, citate dall’agenzia di stampa Reuters, hanno dato per certa quella che fino a poco prima era solo un’ipotesi.

Secondo due funzionari turchi, citati dal quotidiano statunitense New York Times, il reporter è stato ucciso dietro ordine di Riad poche ore dopo il suo arrivo nel consolato saudita di Istanbul.

Non è ancora chiaro come la Turchia sia venuta a conoscenza di questa notizia, ma i funzionari sono anche stati in grado di specificare che il corpo del giornalista è stato fatto a pezzi con una sega “come nel film Pulp Fiction”.

Inoltre, il giorno della scomparsa di Khashoggi, un gruppo di 15 rappresentanti sauditi, con ruoli di primo piano nel governo e nella Difesa, e un esperto di autopsie, sono arrivati a Istanbul con un volo charter. Il gruppo si è trattenuto in città per poche ore e ha fatto una visita in consolato.

Quello stesso giorno, il consolato saudita aveva detto ai funzionari turchi di non recarsi a lavoro, secondo quanto riportato dal giornale Sabah.

La prima ricostruzione all’indomani della scomparsa

“Jamal Khashoggi è entrato in nel consolato saudita a Istanbul alle 13.14, è stato portato dal console generale e nella sta stanza sono entrate subito dopo altre due persone che hanno trascinato il giornalista in una seconda stanza dove lo hanno ucciso”, per poi portarlo in una “terza stanza dove è stato fatto a pezzi”.

È stata queste la prima ricostruzione del presunto omicidio del giornalista saudita diffusa da David Hearst sul sito Middle East Eye, che cita fonti dell’intelligence turca.

“Sappiamo in quale stanza è stato ucciso, in quale stanza è stato fatto a pezzi e in quale stanza è stato portato il corpo. Se ci dessero il permesso sapremmo dove andare”.

Fonti turche hanno anche aggiunto che il console generale saudita a Istanbul ha annullato tutti gli appuntamenti ed è rimasto nella sua residenza per 4 giorni.