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Guerra in Siria, continuano i colloqui di pace per uscire dall’impasse

Entro il 15 ottobre i miliziani di al Nusra avrebbero dovuto lasciare la zona demilitarizzata creata intorno a Idlib, ma il mancato rispetto degli accordi ha messo di nuovo in pericolo il cessate il fuoco raggiunto a metà settembre

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Credit: AFP

Dopo l’accordo raggiunto il 17 settembre 2018 tra Russia e Turchia per evitare un attacco armato contro la roccaforte ribelle di Idlib, nel nord ovest della Siria, sembra che la guerra abbia raggiunto una nuova impasse.

L’accordo prevedeva la creazione di una zona demilitarizzata intorno a Idlib profonda 15-20 chilometri lungo la linea di contatto tra l’opposizione e le truppe governative entro il 15 ottobre e l’allontanamento dell’area dei militanti islamici, compresi quelli del Fronte al-Nusra.

Alla vigilia del 15 ottobre, il ministro della Difesa turco aveva annunciato che nella fascia di sicurezza erano state completate le operazioni di ritiro delle armi pesanti, ma il ministro degli Esteri siriano, Walid al Mualem, non si era detto d’accordo e aveva avvertito che le forze governative erano pronte a intervenire.

Il problema principale riguarda la presenza a Idlib del gruppo jihadista Hayat Tahrir Al-Sham, che pur avendo deciso di rispettare i termini dell’accordo non ha ancora abbandonato l’area demilitarizzata.

La comunità internazionale

Il 23 ottobre gli alti funzionari diplomatici di Russia, Turchia e Iran si incontrano a Mosca per cercare di trovare una soluzione all’attuale situazione di stallo venutasi a creare in Siria.

Il 27 ottobre è invece previsto un nuovo summit tra Russia, Germania, Turchia e Francia a Istanbul.

Oltre alle singole nazioni, altra figura importante nel processo di pace in Siria è l’Onu, nella figura del suo inviato speciale, Staffan de Mistura, che ha da poco annunciato la sua decisione di lasciare l’incarico “per ragioni prettamente personali” a fine novembre.

De Mistura ha assicurato che durante il suo ultimo mese in carica la sua priorità è quella di avviare i lavori del comitato chiamato a scrivere una nuova Costituzione per la Siria.

I negoziati erano iniziati a giugno 2018 per cercar di trovare una soluzione politica alla guerra che dal 2011 sconvolge il paese, ma ad oggi non sono stati fatti significativi passi in avanti.

La consegna del sistema di difesa russo S-300 

Il 3 ottobre 2018 la Russia ha completato la consegna di un sistema missilistico terra-aria S-300 alle forze armate siriane, mossa condannata dagli Stati Uniti e ancor più da Israele, che vive come una minaccia diretta alla sua sicurezza il rafforzamento del potere militare siriano.

A dare la notizia, il ministro della Difesa russo Sergi Shoigu, che ha dichiarato che  l’esercito aveva “completato le consegne dei sistemi S-300”: ci vorranno tre mesi per addestrare l’esercito siriano ed entro il 20 ottobre si doveva arrivare all’integrazione delle risorse della difesa aerea russa e siriana in un unico sistema automatizzato.

La decisione di consegnare il moderno sistema di difesa è stata raggiunta dopo l’abbattimento di un aereo da ricognizione russo Il-20, che è stato accidentalmente colpito da un missile siriano, uccidendo 15 soldati.

La riapertura delle frontiere 

Il 15 ottobre 2018 sono state riaperte le frontiere con Giordania, Iraq e Israele.

La mossa non ha solo importanti risvolti economici, ma è anche un chiaro riconoscimento da parte dei paesi limitrofi (e della comunità internazionale) della vittoria di Assad e della necessità di scendere a patti con il tanto odiato “dittatore”.

Il primo valico ad essere riaperto è stato quello di Nasib, in Giordania, che confina con la regione di Daraa, una delle ultime zone conquistate dalle forze leali al governo di Assad, chiuso 3 anni fa.

Dopo quattro anni è stata disposta anche la riapertura dell’unico valico che collega la Siria e la zona del Golan ancora sotto il controllo di Israele.

La decisione è giunta dopo la firma di un accordo tra le Nazioni Unite, Israele e Siria. Il valico si trova nella zona siriana di Quneitra, riconquistata nell’estate dalle forze di Assad, appoggiate dalla Russia.

Imminente anche la riapertura dei valichi di frontiera tra Iraq e Siria. A luglio, il governo iracheno aveva iniziato la costruzione di una barriera difensiva per impedire ai miliziani dello Stato islamico di entrare nel paese.

Chi controlla cosa

La provincia di Idlib, nella parte nord-ovest del paese, è l’ultima forte roccaforte ancora in mano ai gruppi ribelli e jihadisti che hanno cercato di rovesciare Assad negli ultimi sette anni.

Dopo aver ripreso il controllo di Aleppo, della regione del Ghouta orientale, di Douma e di Daraa, Idlib è l’ultimo territorio in cui Assad non è riuscito a sconfiggere i ribelli.

Il governo ha di recente ripreso il controllo del sud del paese, togliendo ai ribelli i territori di Quneitra e di Daraa, al confine con Israele e Giordania. Quneitra in particolare si trova nella zona delle Alture del Golan, un territorio occupato da Israele nella Guerra dei sei giorni del 1967 e tuttora conteso con la Siria.

Il nord del paese invece è controllato dalle forze curde, mentre l’Isis continua a imperversare nel cuore della Siria, tra Palmira e Deir Az Zor.

Oltre a Idlib, l’ultima zona in cui si attesta una presenza dei ribelli è quella di Afrin, in cui si trovano anche truppe turche che sostengono parte dei ribelli e che monitorano il confine tra i due paesi.

I ribelli che controllano Idlib appartengono a tante fazioni rivali, tra cui un’alleanza jihadista legata ad al-Qaeda e un rivale Fronte di liberazione nazionale sostenuto dalla Turchia.

 

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Fonte: Aljazeera