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Ricordate Josefa, l’unica sopravvissuta dopo 48 ore in mare? Sta meglio, ma sembra un’altra persona

Josefa, la donna camerunense unica sopravvissuta nel naufragio del 17 luglio scorso e tratta in salvo da Open Arms, parla per la prima volta dopo la tragedia. La sua emozionante storia

Immagine di copertina

“Io ero nel mare con molte persone provenienti dall’Africa. Quando loro mi abbandonarono andarono via con un’altra barca. Io ho pensato che ero già morta”.

Inizia così la lettera di Josefa che racconta la storia del naufragio dal suo punto di vista, quello della naufraga lasciata in mare. (Qui la cronaca di quei giorni)

Josefa è l’unica sopravvissuta del naufragio avvenuto tra il 16 e il 17 di luglio a 80 miglia dalla costa libica, dove è stata tratta in salvo dalla ONG Open Arms. Insieme a lei i soccorritori hanno trovato un bambino e una donna, entrambi morti.

Josefa 40 anni, originaria del Camerun da quel giorno è in un ospedale e non ha mai fatto apparizione in pubblico prima di oggi.

Di lei si ricordano gli occhi spaventati e il volto teso di chi veramente aveva creduto di morire e che in quei giorni hanno fatto il giro del mondo. Su di lei si sono susseguite molte fake news basate su teorie complottiste, all’origine la teoria che fosse tutta una montatura mediatica.

L’elemento incriminato è stato lo smalto alle unghie. Chi diceva che non poteva aver resisto 48 ore in acqua, chi la derideva etichettandola come “la donne che scappa dalla guerra con lo smalto alle unghie” chi invece, appunto, diceva che non c’è stato nessun naufragio.

Tutto questo contro una donna che suo malgrado è diventata un simbolo di questa migrazione di dimensioni bibliche.

Capelli molto più bianchi e volto completamente cambiato, quasi irriconoscibile. Dalle foto entrate in possesso di Avvenire attraverso il loro inviato Nello Scavo a bordo della nave Jonio, Josefa riesce a camminare di nuovo da pochi giorni e manda messaggi audio all’equipaggio della Open Arms in francese dicendo: “Buongiorno a tutti, come state? Io ho appena ricominciato a camminare” e le sue parole hanno il sapore dolce di chi sa di essere felice e al sicuro grazie alla protezione e alle cure della Croce Rossa Spagnola.

Gli occhi sono diversi, sono quelli di una donna che sa di essere viva per miracolo, un miracolo che lei attribuisce alla Vergine del Mare, protettrice dei marinai, che ha pregato intensamente prima di addormentarsi e credersi morta.

Il salvataggio di Josefa è stato uno spartiacque sul tema della migrazione perché per molti i suoi occhi sono stati un segno evidente dell’orrore che vivono queste persone che scappano dalla povertà, attraversano paesi con il Mali, il Niger, il Ciad o la Libia subendo soprusi e violenze di ogni tipo e a quel punto non resta che il mare, l’ultimo scalino prima di arrivare in Europa e iniziare un nuovo travaglio fatto spesso di centri d’accoglienza sovraffollati, violazione dei diritti e burocrazia difficile da capire.

“Però in Europa nessuno prova ad ucciderti”, mi ha detto una volta Khaled, un ragazzo siriano scappato dalla guerra.

Sono con persone dal cuore grande” dice nella lettera e chiosa con “Io non ho mai incontrato persone così nella mia vita”.

Oggi la nave di Open Arms è impegnata nella “Mission Sur” insieme alla Guardia Costiera Spagnola e nelle prossime settimane salperà per pattugliare il pezzo di mare che divide il Marocco dalla Spagna.

L’altra nave di Proactiva Open Arms protagonista del soccorso è il veliero Astral che in questi giorni è impegnato nel pattugliamento della costa libica insieme alla nave Mare Jonio del nuovo progetto “Mediterranea”, lanciato da molte associazioni italiane.

Qui il diario di bordo di Valerio Nicolosi che si trova sulla nave Jonio della missione Mediterranea