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Il sequel di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino sarebbe un disastro

La pretesa di trasformare anche il cinema in un reality che soddisfi ogni nostra curiosità, spogliando le storie del loro mistero, potrebbe portare a un esito non positivo, andando a formare nel cinema la cultura di una storia che assecondi i capricci e che si ostini a soddisfare piuttosto che a raccontare. L'articolo di Frammenti Rivista

Immagine di copertina

Luca Guadagnino l’ha dichiarato ormai mesi fa. Recentemente anche l’attore Armie Hammer ha affermato che il sequel del celebre film Chiamami col tuo nome (il cui titolo originale in inglese è Call me by your name) non è solo una vaga idea, ma un vero e proprio progetto.

E subito, sui social, il mondo dei cinefili si è diviso: da un lato chi acclama la scelta del regista, dall’altro chi sostiene che un secondo capitolo della storia non sarebbe mai all’altezza del primo film.

Chiamami col tuo nome è stato un film rivelazione che, sin da subito, è diventato un vero e proprio cult: tale privilegio non è stato determinato solo dalle tematiche trattate, ma anche da dettagli registici.

La sapiente mano di Guadagnino, infatti, ha saputo rendere la storia d’amore tra due giovani negli anni ‘80 un insieme di citazioni e riferimenti che abbelliscono la storia in un modo mai pesante, caricandolo di una leggerezza elegante che hanno trasformato il lungometraggio in un’intensa pellicola dai sapori tipici del grande cinema italiano, arricchito dalla posatezza di una sceneggiatura raffinata (sceneggiatura che è valsa a James Ivory un premio Oscar).

Sarà l’ambientazione nostrana (il film è ambientato nel nord Italia), sarà il sapore retrò, la storia ha saputo incantare e commuovere, guadagnandosi senz’ombra di dubbio un posto d’onore nella storia del cinema italiano.

Chiamami col tuo nome è una storia d’amore, ma anche un racconto di formazione, un’educazione sentimentale, una parabola sulla disillusione che trova, nel finale, la bellezza di una nostalgia ruvida, non scomposta.

La separazione sembra cingersi di una sorta di inevitabile decorso, quasi una forza maggiore che dona alla stagione d’amore tra i due protagonisti un carattere di perpetua e inossidabile forza. Una storia conclusa che, non per questo, pone fine alla trama dei sentimenti.

L’hanno detto in molti che gli amori davvero eterni sono quelli impossibili e l’impossibilità di una vita insieme di Elio e Oliver ha fatto del loro rapporto una storia ben più ampia di una semplice storiella estiva.

La cecità degli eventi futuri, la loro omissione, che, però, fa comunque percepire la continuità di un addio, acuisce questa bellezza rendendola piena di un rimpianto che lo spettatore può ben percepire. Ed è questa prospettiva che resta con lui oltre la durata del film lasciandogli addosso quella sensazione di struggente malinconia e, allo stesso tempo, piccola incompletezza che risulta un carattere fondamentale nella creazione di un film, o un romanzo, che possa lasciare davvero il segno.

Non si tratta nemmeno di un finale aperto, ma semplicemente della fine di un racconto così come ci viene trasmesso e dell’inizio di una serie di ipotesi che possono e devono trovare spazio soltanto nella mente degli spettatori, senza andare ad imporsi, con la frenesia megalomane di un nuovo lungometraggio, sulla melodia di una trama terminata.

In realtà il romanzo di Andrè Aciman, da cui il film di Guadagnino è stato tratto, racconta una storia che va oltre quanto rappresentato dal film, facendo riferimento anche agli anni successivi: il tutto è raccontato in modo troppo scarno per la produzione di una seconda pellicola.

Tuttavia, anche un eventuale collaborazione dello stesso Aciman alla realizzazione della sceneggiatura per un secondo film è un’ipotesi che ci lascia molto dubbiosi.

Il pericolo è che, con la realizzazione di un secondo film che non risulti all’altezza del primo, Chiamami col tuo nome passi dall’essere considerato un capolavoro all’essere etichettato come il preludio a un banale esito, dettato da una volontà commerciale più che da un impeto artistico.

Certo, nessuno può censurare o mettere a tacere la volontà di un regista di dare eco alla storia raccontata, eppure non va sottovalutata la portata di un dogma inossidabile, quello che vuole un’opera d’arte ormai nelle mani del pubblico non più dell’artista.

Di conseguenza, la necessità di preservare quello che ormai appartiene agli altri dovrebbe prevalere sulla realizzazione di qualcosa che possa andare a scalfire, in modo irreversibile, la bellezza di quanto già realizzato.

Non manca chi obietta che, proprio per il suo finale aperto, il film rappresenti un terreno fecondo per il protrarsi della storia. Si tratta, però, del retaggio di una fame di intrattenimento che porta a voler imporre la soddisfazione della propria curiosità sulla bellezza di alcuni punti lasciati in sospeso.

Ma non si può forzare l’inevitabile e perfetta lacuna delle storie a piegarsi ai nostri appetiti. Nessuno si sognava, in passato, di pretendere un sequel di Casablanca o Via col Vento, nonostante tutti ci chiedessimo, e finissimo poi per immaginare a seconda delle nostre individuali immaginazioni, quale fosse la vita futura dei protagonisti.

Insomma, la pretesa di trasformare anche il cinema in un reality che soddisfi ogni nostra curiosità, spogliando le storie del loro mistero, potrebbe portare a un esito non positivo, andando a formare nel cinema la cultura di una storia che assecondi i capricci e che si ostini a soddisfare piuttosto che a raccontare.

L’articolo è comparso originariamente su Frammenti Rivista, e poi ripreso su TPI.it.

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