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“Il Cammino di Santiago è come il mondo dovrebbe essere”: una pellegrina racconta le sue sensazioni dopo il percorso
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Cammino di Santiago
Cammino di Santiago. Credit: Cristina Bettati

“Il Cammino di Santiago è come il mondo dovrebbe essere”: una pellegrina racconta le sue sensazioni dopo il percorso

Cristina Bettati ha percorso il Cammino del Nord per Santiago. Ma quello che ha deciso di raccontare per TPI sono le sue sensazioni alla fine del percorso

05 Ott. 2018
Cammino di Santiago
Cammino di Santiago. Credit: Cristina Bettati

Mi trovo in Portogallo ormai da un paio di giorni. Terminato il Cammino del Nord per Santiago mi sono diretta in autobus nella deliziosa città di Porto, da dove partirà il mio volo di ritorno per l’Italia.

Durante il Cammino non c’era giorno in cui non pensassi a quanto avrei apprezzato questo breve periodo di “vera vacanza”: un appartamento affacciato sull’Oceano, ottimo vino e tutti gli agi di una città raggiungibile in pochi minuti con i mezzi pubblici.

E ora che sono qui, su questo agognato balcone, davanti al sole che tramonta nell’Oceano e con un calice di vino rosso tra le mani, proprio non ce la faccio ad abbandonarmi a questa oziosità.

Se ripenso alla giornata appena trascorsa in città, provo solo fastidio. Fastidio verso il fiume di turisti che si accalcano davanti alle attrazioni principali della città. Fastidio nei confronti delle colonne di auto e autobus e dei loro gas di scarico tossici.

Fastidio verso il frastuono e il poco verde che mi circonda. E, soprattutto, fastidio che tutto questo fastidio, apparentemente causato da fattori esterni, sia amplificato da un disturbo che mi nasce dentro: un forte senso di disorientamento.

Non ci sono più frecce gialle né conchiglie sui muretti delle case a indicarmi la strada; ho finito il Cammino.

Nelle ultime settimane ho dovuto preoccuparmi soltanto di una cosa: mettere un piede davanti all’altro. A Porto tutto cambia, questa città sancisce la fine della mia esperienza da pellegrina e il ritorno alla vita normale.

Il mio Cammino post Santiago

Innumerevoli pagine sono state scritte sull’esperienza del Cammino verso Santiago, libri come “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho o “Vado a fare due passi” di Hape Kerkeling hanno affascinato milioni di lettori in tutto il mondo.

Non mancano neanche i successi cinematografici, ad esempio il film “Il cammino per Santiago” che vede come regista e protagonista Emilio Estevez insieme al padre Martin Sheen.

Sono invece rari, se non assenti, i racconti di ciò che avviene dopo il Cammino. L’assenza di esperienze altrui con le quali confrontarmi mi obbliga a un’analisi in solitaria di questo mio malessere.

Mi piace pensarla così: se partendo senza motivazioni né aspettative precise pensavo di aver saltato a piedi pari la fase meditabonda sul perché mettersi in cammino e su quali grandi insegnamenti trarne, ora è il Cammino a prendersi la sua rivincita costringendomi ad aprire gli occhi su chissà quale chiave di lettura di questo mio trauma post pellegrinaggio.

Ma cos’avrà poi di così speciale questo Cammino da assumere addirittura forme antropomorfe?

La fatica, le vesciche, gli ostelli, l’immensa soddisfazione giunti a Santiago fanno ormai parte dell’immaginario collettivo riguardante il Cammino. E questo è comprensibilissimo in quanto sono immagini a cui tutti possono associare un’esperienza vissuta e quindi facili da raccontare una volta che, tornati a casa, ci viene chiesto com’è andata.

C’è però qualcosa di molto più profondo riguardo a questo pellegrinaggio, qualcosa di cui mi sto rendendo conto solo ora. Il Cammino è una bolla, fuori dal tempo e dallo spazio: tutti vanno nella stessa direzione, tutti si rispettano, tutti si salutano.

Non si teme niente e nessuno perché in qualità di “peregrino” si hanno le spalle coperte non solo dai propri compagni di viaggio – che tu li conosca o meno non importa, sul Cammino si è tutti parte di una grande famiglia – , ma anche dai locali, i quali ti indicano la strada giusta se ti vedono confusa a un incrocio, o ti invitano in casa loro per rifornirti d’acqua se ti incrociano con la borraccia pronta davanti a una fontana purtroppo spenta.

Il Cammino è come il mondo dovrebbe essere, se fosse perfetto.

Oggi Porto era rumorosa e affollata. Ai miei occhi i turisti parevano in coda perenne e allo stesso tempo di fretta, impazienti di arrivare alla meta per potersi scattare rapidamente qualche centinaio di selfie e poi schizzare via verso la prossima attrazione, ovviamente a testa bassa sul telefonino, in preda alla condivisione.

Quanto di più lontano al Cammino ci possa essere.

Una delle prime lezioni che si imparano sul Cammino – solitamente a suon di crampi e vesciche – è rispettare il proprio ritmo. Se ancora non lo si conosce, è innanzitutto necessario imparare ad ascoltare il proprio corpo.

Come? Mettendo a tacere tutti i miliardi di pensieri superflui che ci navigano in testa per dare voce a quelli più essenziali e fisici.

Padroneggiata questa tecnica, il passo a un ascolto più ampio è breve. E così ci si ritrova ad ascoltare la bellezza del fruscio del vento tra gli altissimi alberi di eucalipto o i richiami degli uccelli da una parte all’altra del bosco.

Anche la capacità di osservazione si fa aguzza: l’endemismo e gli incredibili colori delle ortensie – rosse, bianche, rosa, lilla e blu – , i tratti umani degli animali al pascolo nei confronti dei loro cuccioli, una nonna che osserva la nipote scorrazzare per il giardino, mentre sotto il portico la famiglia ancora se la racconta, radunata attorno al tavolo dopo il pranzo domenicale. Sul Cammino tutto è suono e ogni cosa è degna di essere osservata.

E allora perché, una volta arrivati a Santiago, non spingersi fino a Finisterre per continuare a godere di questa bolla di pace? Perché non tornare l’anno prossimo, o fra un paio di mesi? Perché non rimanere perennemente in Cammino? E dire che mentre camminavo e incontravo persone che stavano percorrendo il Cammino per la seconda, quarta, sesta volta, mi dicevo che erano dei pazzi. Ora capisco quel “mal di Cammino”.

Quasi si rischia di rimanere inglobati dentro questa bolla e non volerne più uscire. È questo forse il caso dello svizzero Michelle, al quale i 1.524 chilometri percorsi da Ginevra a Santiago non sono bastati.

Ha deciso di aggiungerne altrettanti tornando a casa tramite il Cammino del Nord, dove lo incontro insieme al suo infaticabile compagno di viaggio: l’asinello quattordicenne Anatole.

L’illuminazione mi arriva proprio ripensando a questo incontro e alle parole di Luigia – abruzzese di origine, ma milanese nel cuore, che si giostra tra tre lavori per poter vivere il suo sogno di attrice e doppiatrice professionista: “Io mi sforzo di compiere una buona azione ogni giorno. Può essere qualsiasi cosa: riportare la tazzina sul bancone del bar dopo aver fatto colazione oppure bussare insistentemente alla porta chiusa del bagno dell’ostello, convinta che un pellegrino vicino di letto sia svenuto lì dentro, per poi correre dall’hospitalera per dare l’allarme e sentirsi rispondere, con un sorriso beato, che il pellegrino se n’era andato da un pezzo e – che sbadata! – si era proprio dimenticata di avvertirmi del problema alla porta.”

Ecco trovato il filo rosso che unisce gli innumerevoli indizi che il Cammino, ogni giorno, mi ha messo davanti agli occhi, nelle orecchie e nel cuore.

La sfida non sta tanto nel percorrere o ripercorrere centinaia di chilometri fino a Santiago de Compostela, quanto nel tornare a casa e portare il Cammino nella propria quotidianità. Trasformare i rumori in suoni, osservare invece che vedere, comportarsi da pellegrini nei confronti del prossimo e del pianeta.

È vero, qui a Porto è finito il mio Cammino di Santiago, ma la mia mente non lascia più spazio al disorientamento. È totalmente focalizzata sul nuovo obiettivo: proprio qui, ora, inizia il mio Cammino post Santiago. Da oggi sono una pellegrina in borghese.

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