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Il reddito di cittadinanza è una cosa seria, ma il governo l’ha trasformato in un’elemosina di Stato

La misura nasce per far fronte alla diminuzione dei posti di lavoro causata dal progresso tecnologico. Ma così la stiamo affrontando nel peggiore dei modi

Immagine di copertina
Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Credit: Afp/Gabriele Maricchiolo/NurPhoto

Il reddito di cittadinanza è una cosa seria, ma il governo l’ha trasformato in un’elemosina di Stato

Il reddito di cittadinanza è un argomento serio e probabilmente lo stiamo affrontando nel peggiore dei modi.

Il concetto di “reddito di cittadinanza” non nasce per stipendiare gli oziosi né per oliare l’ingranaggio del consenso elettorale, bensì è un’ipotesi tampone per risolvere uno dei problemi al quale l’Umanità presto dovrà far fronte: l’estinzione del lavoro.

La macchina sta gradualmente sostituendo l’uomo nei processi di produzione: dalle casse nei fastfood agli autolavaggi, dagli sportelli bancari alla catena di montaggio passando per la musica e il giornalismo non esiste settore che nell’arco degli ultimi cinquant’anni non abbia conosciuto una fase di innovazione tecnologica che abbia in qualche modo rivoluzionato il concetto di forza lavoro.

Dalla crisi petrolifera del 1973, anno che simbolicamente ha sancito la fine dell’Età del Miracolo Economico, è diventato sempre più evidente che l’esercito degli esclusi dal processo produttivo avrebbe allargato le propria fila con il passare del tempo.

Pigrizia? Niente affatto. Le nuove figure professionali che lo sviluppo genera non sempre riescono ad assorbire il surplus di forza lavoro, le politiche assistenziali che potrebbero garantire almeno in parte un reinserimento attraverso la formazione sono state smantellate dalla frenesia liberista e l’ideologia della produttività ha rispolverato termini di Ottocentesca memoria: è tornata la “sottoclasse”, colpevole di non essere in grado di lavorare, meritevole di rimanere esclusa, deplorevole in ogni suo aspetto sociale.

Come ben ricorda Eric Hobsbawn ne “Il Secolo Breve”, da quarant’anni sono sempre più gli appartenenti a queste classi ma la reazione del resto della comunità si limita sostanzialmente ad una silenziosa emarginazione.

La versione di pancia giallo-verde. Se c’è una realizzazione che fuori da ogni ragionevole dubbio tradisce quanto scritto sopra è quella de reddito di cittadinanza targata “Governo del cambiamento”. Una manovra in ogni suo aspetto grottesca, improvvisata e quasi tragicomica. Fatta male, senza nessuna visione d’insieme.

Al netto dei tecnicismi economici, degni di nota ma in altre sedi, per quanto emerso fino ad ora il reddito di cittadinanza ha tre gravi criticità formali: è totalitario, inefficiente e privo di dignità per chi lo riceve.

Si cerca di controllarne i consumi in modo Orwelliano secondo una morale calata dall’alto, facendo finta di dimenticarsi che il nostro è il Paese del contante.

Nel pieno della crisi globale, nel 2010, secondo l’Istat le famiglie italiane hanno comprato meno cibo ma hanno aumentato le spese per il gioco d’azzardo e secondo i dati ad essere colpiti dalla ludopatia sarebbero principalmente le fasce di popolazione meno scolarizzate.

È evidente che in situazioni di povertà ed ignoranza si tenda a giocare di più e che le risorse per farlo possono essere reperite con o senza reddito di cittadinanza. Aggirare le norme non sarà difficile, in Italia.

Il reddito di cittadinanza giallo-verde inoltre pur riconoscendo la piaga della disoccupazione affida il reinserimento lavorativo ai centri per l’impiego, ovvero gli istituti che più si sono dimostrati inefficienti in questi anni a reinserire e formare nuova forza lavoro. Un elefante burocratico che non ha nessuna nuova prospettiva, se non ancora più nutrimento.

E infine, cosa più grave, si chiede di offrire 8 ore alla comunità in cambio dei 780 euro, trasformando un vero e proprio lavoro in un contrappeso all’elemosina dello Stato, privando l’attività e il lavoratore di dignità propria.

Tagliare aiuole, svuotare cestini e dipingere pareti non saranno più lavori ma favori ripagate con una mancia mensile, da parte di uno Stato sempre più genitoriale ma sempre meno responsabilizzante.

 La banalizzazione del tema. L’effetto più grave di questa trovata pubblicitaria travestita da reddito di cittadinanza è la banalizzazione del tema che ha sostanzialmente provocato una divisione semplicistica dell’opinione pubblica in due posizioni: da una parte la sinistra – e ciò che resta della destra liberale – che rinuncia ad ogni ipotesi assistenzialista, sposando esclusivamente la “teoria del fannullone” e dimostrandosi poco lungimirante.

Dall’altra la maggioranza del popolo italiano, che lo accetta per tornaconto personale come qualsiasi altra elemosina elettorale negli ultimi trent’anni, ignorando arrogantemente qualsiasi tipo di riflessione in merito.

 L’effetto più silenzioso è il più grave. Si irrigidiscono gli schieramenti e si rinuncia ad affrontare l’ampio tema nell’unico modo in cui andrebbe affrontato: seriamente.