Me

“La retorica dei festeggiamenti del M5s per il deficit al 2,4% è frutto di anni di orrida demagogia”: Orsina parla a TPI

Immagine di copertina

Il 27 settembre 2018 il governo ha presentato la nota di aggiornamento al Def, annunciando l’accordo sul deficit al 2,4%.

La nota di aggiornamento (Qui il testo, punto per punto) contiene tutti i tre principali punti del contratto di governo sottoscritto dai due partiti di maggioranza, Movimento Cinque Stelle e Lega: introduzione del reddito di cittadinanza e della flat tax e superamento della legge Fornero sulle pensioni.

La manovra del Popolo, che sarà presentata entro il 15 ottobre, ha un valore di oltre 30 miliardi di euro, di cui 17 per pensioni e redditi. (Qui un glossario per conoscere calendario e termini della manovra finanziaria).

L’annuncio è stato accompagnato da una retorica molto marcata, con i ministri Cinque Stelle affacciati sul balcone a esultare vittoriosi, con i militanti fuori da palazzo Chigi con bandiere e grandi sorrisi. L’annuncio è stato accompagnato da frasi come “Per la prima volta lo stato è dalla parte dei cittadini”, “gli ultimi saranno finalmente al primo posto”, “Abbiamo cancellato la povertà”.

Leggi anche: “Vi spiego perché questa è una manovra pessima”: a TPI l’economista Puglisi smonta la scelta del deficit al 2,4 per cento

“Un giorno storico! Oggi è cambiata l’Italia! Abbiamo portato a casa la Manovra del Popolo”, ha detto Luigi Di Maio. Uno spaccato emblematico del clima politico che si è respirato dopo il Consiglio dei ministri del 27 settembre. TPI ha chiesto al politologo Giovanni Orsina di commentare quanto sta succedendo, cercando di capire da dove arriva questa retorica e dove andrà a finire.

Ieri sera, durante la presentazione della nota di aggiornamento del Def è andato in scena un teatro “particolare”. Scene di esultanza, ghigni di giubilo, retorica di una vittoria del popolo contro le elité. Qual è stato il senso di quella narrazione? Da dove arriva?

I festeggiamenti di ieri non sono strani, dimostrano anzi che un preciso quadro di lettura tiene benissimo. Loro dicono: “Ce ne infischiamo dei mercati finanziari, ce ne infischiamo della Banca centrale europea, noi siamo un popolo sovrano che decide di fare deficit”.

Quello a cui stiamo assistendo è un conflitto che io considero drammatico, pericolosissimo, fra i vincoli dentro i quali l’Italia si è infilata, o si è venuta a trovare, negli ultimi 40 anni – vincoli del mercato, europei, giuridici – da un lato, e l’opinione pubblica dall’altro. È drammatico perché da un lato di quei limiti non si può non tenere conto, dall’altro non si può non tenere conto che l’elettorato italiano la pensa diversamente.

Possiamo prendere il 1979, l’anno di nascita del sistema monetario europeo, come simbolo della strategia secondo la quale l’Italia – non essendo in grado di governarsi, avendo un sistema politico fragile che tendeva alla demagogia – aveva bisogno di essere sottoposta al cosiddetto “vincolo esterno”. Questo ha gradualmente portato la sovranità nazionale, i poteri delle istituzioni rappresentative, a restringersi. “Questo non si può fare perché non te lo permette la Banca Centrale europea, quest’altro non si può fare perché la Corte costituzionale lo boccia, quest’altro è vietato dal diritto internazionale, quest’altro ancora non si può fare perché i mercati ti puniscono”, tutta una serie di poteri a un certo punto non erano più nelle mani delle istituzioni rappresentative.

Il che vuol dire che non erano più nelle mani di chi quelle istituzioni rappresentative le votava. A un certo punto gli italiani si sono sentiti dire sempre di più “queste cose non si possono fare”. Questo meccanismo ha cominciato a rompersi con la crisi del 2008.

Gli italiani hanno cominciato a chiedersi “Se tutto ciò è vero, noi cosa possiamo fare allora? Se non siamo contenti di come vanno le cose, dobbiamo comunque ingoiarcele tutte comunque perché non c’è niente che sia possibile fare?”.

Il Movimento 5 Stelle prima e la Lega nascono da questo meccanismo. È una ribellione contro l’idea che l’elettorato democratico non abbia più il potere di decidere il proprio futuro, perché questo futuro è deciso dai mercati, dalla commissione europea, dalla Banca centrale e via.

Se ci pensiamo, tutte le retoriche del governo giallo-verde sono mirate a dimostrare al paese che certi limiti si possono e si devono rompere. Dal blocco della Diciotti alla convenzione con Autostrade per l’Italia, fino ai vincoli di bilancio.

Secondo lei con questa propaganda quando e dove ci andremo a schiantare?

Per capirlo dobbiamo uscire dalla prospettiva italocentrica. La ribellione degli elettorati democratici contro i vincoli all’autodeterminazione, è una ribellione a cui si sta assistendo ovunque. America first, è il grido di un presidente che dice “Io non sono più disponibile a sottostare ai vincoli di un mondo multipolare e quindi rompo le regole”.

Brexit è la stessa cosa: “Riprendiamoci il controllo, riportiamo il potere nelle mani degli elettori”, quello è il concetto.

Cosa vuol dire questo? Che tutto il mondo sta cambiando. Se il discorso italiano dovesse riuscire a integrarsi all’interno di un processo internazionale di trasformazione, allora può darsi che non ci andremo a schiantare. Cambia tutto il mondo e l’Italia diventa un punto di passaggio in una trasformazione complessiva. Che poi il mondo che si andrà a creare così sia un mondo migliore, ecco io su quello avrei molti dubbi.

Però può darsi che il processo possa non prendere una forma traumatica. E non è un caso che Salvini punti moltissimo sulle elezioni europee dell’anno prossimo. Un certo risultato alle europee significherebbe che il processo italiano di rifiuto dei vincoli si incastra dentro un analogo processo europeo.

A un certo punto se questi vincoli li rifiutano tutti, quei vincoli dovranno essere rivisti. L’Italia però resta un paese fragilissimo, a motivo prevalentemente del suo mostruoso debito pubblico. E questo vuol dire che non è improbabile che questo processo finisca per passare per una strettoia traumatica.

Quale, quando e con quali effetti, è veramente molto difficile prevederlo. Che nei prossimi due tre anni l’Italia passi attraverso un punto di crisi importante, questo a me sembra possibile e anche probabile.

Campagna regione lazio

La retorica di questo governo si inserisce in una linea già tracciata o ha scardinato vecchi linguaggi?

Di retorica che assomiglia a quella attuale cioè “Noi siamo il popolo buono che se la prende con le elité cattive”, ne abbiamo da almeno 25 anni. Ce la propinano tutti, magari in maniera meno aggressiva, da Berlusconi, ai girotondini, fino a Renzi. Questa idea del “noi siamo quelli che parlano per il popolo e voi siete espressione delle elité brutte e cattive”, è una roba che da Tangentopoli in poi abbiamo sorbito in abbondanza.

Il governo giallo verde non sono mica i marziani che sono sbarcati sulla Terra: sono il frutto di 25 anni di demagogia.

Chiamiamola col suo nome: orrida demagogia che è stata fatta da tutti. Più in generale, di questo tipo di retorica ne abbiamo vista negli ultimi due secoli quanta ne vogliamo. Il classico modello demagogico del capopopolo che porta il popolo a rompere i vincoli e a prendersi quello che gli è sempre spettato. Nella storia c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Nulla di nuovo quindi, o c’è quale tratto distintivo e originale in questa propaganda giallo-verde?

Di nuovo ce n’è. C’è un’accelerazione, è evidente che quello a cui noi abbiamo assistito da Tangentopoli è un’accelerazione rispetto ai temi dell’antipolitica, del rinnovamento, del puntare sulla nuova classe dirigente, della retorica nuovista. Questi sono l’ultima incarnazione di questa dinamica, che mostrano questi fenomeni in maniera più spiccata e anche più aggressiva. Quello che ha detto Salvini “se non prendete i migranti smettiamo di pagare l’Europa”, l’aveva già detto Renzi.

Adesso ci sconvolgiamo per il 2,4 per cento di deficit, ma lo aveva già fatto Renzi. Certo questi hanno delle retoriche molto più aggressive e quello che è cambiato radicalmente è il contesto internazionale. Un conto è fare questa operazione prima di Trump e prima di Brexit, e un conto è farla dopo Trump, dopo Brexit, dopo che in Svezia non si riesce a formare un governo, dopo che Macron crolla nei sondaggi.

Il contesto internazionale attuale favorisce molto questa accelerazione. E loro ci hanno messo potentemente del loro. La macchina ha accelerato, ma è la stessa macchina sulla stessa strada.