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“Altro che espulsi, qui in Germania a noi italiani ci tengono stretti e lavoriamo”
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“Altro che espulsi, qui in Germania a noi italiani ci tengono stretti e lavoriamo”

La voce delle possibili espulsioni di massa per gli italiani disoccupati in Germania viene confutata e ribaltata da chi nel paese vive (e bene) ormai da anni

27 Set. 2018

Nei giorni scorsi è scoppiata la polemica in seguito alla trasmissione di una radio tedesca, Radio Colonia, che aveva diffuso una notizia secondo cui un centinaio di italiani residenti in Germania avrebbero ricevuto una lettera di espulsione dal paese, perché sprovvisti di lavoro.

La notizia è stata fagocitata dai media italiani, enfatizzata al punto da far paventare delle “purghe” di italiani disoccupati, espulsioni di massa che fanno sorridere chi mastica un po’ di welfare tedesco.

Leggi alla mano, infatti, non è difficile capire come la faccenda sia stata volutamente ingigantita, andando ad alimentare un clima di tensione già notevole in Europa. A regolare i sussidi economici in Germania è la legge Nahles del 2005.

Dopo aver lavorato per un anno, secondo la legge tedesca, si matura il diritto al sussidio di disoccupazione, che ha la durata di sei mesi.

Esauriti i sei mesi di sussidio, si può far domanda per accedere ad altre forme di sostegno. Secondo la legge Nahles, se non si risiede in Germania da almeno cinque anni o non si dimostra di avere un lavoro di almeno 10,5 ore settimanali (o di cercarlo), si è impossibilitati ad accedere ad aiuti di tipo economico.

È in questo caso – e solo in questo caso – che esiste la possibilità di ricevere la famosa “lettera”, che altro non è che un invito da parte dei comuni a lasciare la Germania.

Sono circa 700mila gli italiani in Germania e sempre più giovani scelgono questo paese come meta ideale per mettere radici lontano dall’Italia. TPI ha raggiunto tre giovani italiani, tutti lavoratori, che hanno scelto proprio questo paese per iniziare una nuova vita.

Lucia

Dalla Ciociaria alla Germania, Lucia ha 41 anni, ha studiato giurisprudenza a Roma prima di scegliere la strada del giornalismo.

“Alcune leggi hanno cambiato la situazione dei sussidi: mentre prima c’erano dei canali diversi di supporto, anche più consistenti, oggi le cose sono diverse”, dice Lucia. “Anche perché molti, francamente, si approfittavano dei sussidi. Tuttavia la Germania continua a essere un Paese che non caccia gli italiani indigenti – aggiunge – prova ne sia che degli oltre 700mila italiani residenti in Germania, circa 70.000 (cioè un decimo) percepisce un sussidio sociale”.

Lei, Lucia, in Germania da cinque anni, per quasi un anno ha vissuto a Colonia, poi ha scelto di trasferirsi a Berlino. “Ho sempre fatto la freelance e non ho mai chiesto nessun sussidio”, afferma.

Da Frosinone a Berlino, dove oggi è direttrice della testata online Il Mitte, il quotidiano degli italiani in Germania. La scelta di approdare qua è arrivata “per una serie di ragioni personali: il desiderio di nuove sfide, un’attività artistica in corso e la voglia di vivere al centro dell’Europa”.

“La notizia divulgata da Radio Coloniaha creato molto scalpore – commenta Lucia – Al netto di ulteriori informazioni, la cosa è stata ingigantita al punto da far paventare espulsioni di massa di connazionali disoccupati e le degenerazioni strumentali non sono mancate, rendendo il tutto ancora più confuso”, spiega Lucia.

“Intanto, si è chiarito che non si parla assolutamente di un fenomeno di massa. Inoltre, quello che è successo ai cento italiani disoccupati che hanno ricevuto lettere in cui si prospettava loro un eventuale rimpatrio, non esula da quanto accade di solito, conformemente alla leggi vigenti”, precisa la direttrice del Mitte.

Maria Domenica

“Io penso che ci sia anche altro sotto, qualcosa che la persona di cui si parlava a Radio Colonia non ha detto. È possibile che non abbia pagato l’assicurazione sanitaria, che qui è privata e costa abbastanza, ad esempio”, dice Maria Domenica.

Ha sentito della polemica, ma la trova assolutamente infondata in un paese che tende ad accogliere gli stranieri – comunitari e non – e a garantire loro una vita più che dignitosa, anche attraverso aiuti e sussidi.

“Ti avvisano al massimo, ma un foglio di espulsione no. È veramente impossibile”.

34 anni, Maria Domenica da un anno vive in Germania, a Saarbrücken, capitale del Land tedesco del Saarland, al confine con il Lussemburgo. La voce calda e l’accento non tradiscono le radici calabresi.

In Italia ha studiato musica e si è diplomata al conservatorio. Presto si è resa conto che la sua realizzazione lavorativa sarebbe passata dall’estero. La soluzione di lasciare l’Italia è arrivata quando, finiti gli studi, l’unica porta che si è aperta è stata quella di un call center.

Gli studi le sono stati riconosciuti tutti in Germania, ma il suo obiettivo è quello di diventare un’insegnante di musica nelle scuole pubbliche e per questo dovrà continuare a studiare.

“Adesso sto lavorando in un’azienda, perché l’anno prossimo voglio fare un master per poter insegnare musica qui. Oltre alla musica, insegnerei spagnolo e pedagogia”. Così Maria Domenica il prossimo anno inizierà un master per ottenere l’abilitazione all’insegnamento delle altre due materie. Al termine dei due anni di studi farà sei mesi di Referendariat, una sorta di apprendistato retribuito, per poi sostenere l’esame finale e l’abilitazione all’insegnamento.

“L’idea all’inizio era di fare un master a Madrid. Avevo superato tutte le prove, dovevo solo pagare la tassa e iniziare. Ma quando sono venuta a conoscenza delle agevolaizoni del sistema tedesco, mi sono detta ‘perché non provare qui?’”.

Lo sa che dovrà ancora studiare tanto, Maria Domenica, ma l’idea di tornare in Italia a lavorare in un call center non è contemplata. La Germania l’ha accolta e il suo sistema le garantisce un futuro sicuramente più soddisfacente di quello che le sarebbe spettato in Italia.

“Mi sono informata. Qui gli insegnanti mancano, so che troverò lavoro nel giro di poco tempo, finiti gli studi”.

Lavora in un’azienda che fa controllo qualità in una industria che produce cioccolato, ma ha le idee chiare e qui, in Germania, sa che raggiungere i suoi obiettivi sarà possibile.

Niccolò

Niccolò abita a Bochum, nel nord della Germania, non lontano dai Paesi Bassi. “Non ho mai sentito di italiani che hanno ricevuto queste lettere di espulsione”, ammette stupito nel suo accento toscano.

La sua è stata un’esperienza sempre positiva. Specializzando in pediatria al terzo anno, Niccolò ha lasciato la sua Prato tre anni fa per arrivare in Germania “insieme a quella che è oggi mia moglie”.

L’unico problema col mondo del lavoro è stato in quel primo anno.

“Paradossalmente non riuscivo a trovare un ospedale che mi permettesse di fare un tirocinio, anche gratuitamente, per imparare la lingua. Questo perché le leggi dicono che i costi del corso di tedesco sarebbero a carico del datore di lavoro. Ma non avevo un’occupazione tedesca, per cui non riuscivano a giustificare la presenza di un medico italiano”.

Dal momento in cui ha avuto l’approvazione per lavorare in Germania, però, Niccolò ha trovato subito lavoro. “Anzi, anche prima”, precisa: “Quando ho cambiato ospedale per avvicinarmi a casa, quello che mi ha accolto voleva che iniziassi a lavorare prima della data pattuita perché avevano bisogno di altri medici”.

Delle lettere agli italiani non ha mai sentito parlare, eppure la zona in cui vive è ad altissimo tasso di immigrazione. “Nella mia regione c’è tantissima immigrazione: io in primis faccio parte di questa categoria. Lo vedo in ospedale, già guardando i cognomi dei pazienti: sono tantissimi gli stranieri. Mi fa sorridere quando si parla di immigrazione in Italia”, dice Niccolò.

La questione degli aiuti, poi, è molto lineare, secondo il medico: “Nel momento in cui il sussidio viene richiesto, viene anche elargito, ma bisogna dimostrare che si sta cercando lavoro. I centri dell’impiego qui rientrano in un sistema organizzato molto bene, ramificato. E funzionano davvero”.

Non è scappato dall’Italia, Niccolò, ma è partito attratto dall’idea di poter completare gli studi all’estero. In più, la moglie lavorava proprio in Germania: “Mi è sembrata l’occasione per provare un’esperienza qua”. Nonostante le difficoltà del primo anno per ricevere l’approvazione per accedere al lavoro, oggi Niccolò e la moglie pensano di voler restare in a Bochum. Hanno una bambina che “per ora crescerà qui, almeno fino alla fine della mia specializzazione.

“Ma penso che il nostro futuro sarà comunque qua – continua Niccolò – Ci troviamo bene, siamo gratificati. Io devo tanto all’Italia. Non avrei imparato altrove quello che ho studiato in Italia. Sono grato per la mia preparazione, che penso sia ancora in Italia ad alti livelli. Non voglio che le mie parole suonino come quelle di chi è deluso”.

Guarda la sua condizione da un’altra prospettiva: non quella di un cervello in fuga, ma di uno affamato di nuove esperienze. “Mi piace vedere la mia prospettiva di lavoro non solo a livello italiano, ma europeo, finché l’Europa esisterà – e spero ancora per molto – Io in Germania mi trovo bene. La permanenza qui la vedo come una fase della mia formazione, e per ora mi sento gratificato qui”.

Anche il rapporto con i colleghi tedeschi è ottimo: “Il discorso delle purghe mi sembra una cosa davvero ridicola. Io non ho mai avuto nessun problema con i colleghi di qui, anzi, sono assolutamente benvoluto da tutti”.

“Qui hanno bisogno degli stranieri, se non ci fossimo noi, gran parte delle attività non sopravvivrebbero. Sono sempre alla ricerca di personale, non solo nel mio campo”, assicura Niccolò.

“Le condizioni di lavoro che ci sono qua, in Italia non ci sono, questo è poco ma sicuro e se devo spostarmi in Italia, tanto vale spostarmi all’estero, aprirmi nuovi mondi e crescere entrando a contatto con realtà diverse”, spiega il pediatra.

Anche la percezione degli stranieri non è affatto quella che spesso immaginiamo, al di qua delle Alpi. “In Germania tengono molto in conto del valore di un lavoratore straniero che arriva da uno stato per il quale hanno un grande rispetto. Lo ritengono come un fattore positivo, anzi”, aggiunge Niccolò.

“Qui da me si mettono le mani nei capelli se dico che vado via e torno in Italia”, conclude e si sente che sta ridendo, a 1.500 chilometri da qua.

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