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“L’immagine della Guardia Costiera italiana è stata distrutta”: parla un ex ammiraglio

Vittorio Alessandro, contrammiraglio in congedo della Guardia Costiera Italiana, per TPI ha fatto il punto su quanto sta accadendo nel Mediterraneo

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Con queste parole, sabato 22 settembre, le autorità panamensi informavano ufficialmente Jasmund Shipping, il proprietario della Aquarius, di avere revocato l’iscrizione della nave dal proprio registro navale, impedendole di continuare a svolgere le attività di soccorso dei migranti nel Mediterraneo centrale.

Secondo Medici senza Frontiere e Sos Mediterranée, le due ong che gestiscono l’imbarcazione, la decisione delle autorità marittime di Panama sarebbe stata pesantemente condizionata dalle pressioni del governo italiano.

Lo abbiamo chiesto a Vittorio Alessandro, contrammiraglio in congedo della Guardia Costiera Italiana, che per TPI ha fatto il punto su quanto sta accadendo nel Mediterraneo.

È possibile che il nostro governo abbia fatto pressione su Panama?

Le ong parlano di pressioni, anche alcune fonti panamensi parlano di pressioni politiche ed economiche. Bisognerebbe fare accertamenti e sentire dai nostri diplomatici se ci sono state pressioni di questo tipo.

Certamente è una possibilità, dal momento che molte navi con bandiera panamense scalano nei porti italiani e quindi potrebbero facilmente entrare in una dinamica a loro non favorevole. Le navi girano per i porti del mondo, quindi è chiaro che essere simpatici o meno a un certo governo può avere anche delle risonanze economiche.

Se così fosse sarebbe un precedente molto serio.

Cosa sta succedendo nel Mediterraneo, cosa è cambiato?

Ciò che è cambiato, e coinvolge tutti gli operatori che stanno in mare – sia quelli istituzionali sia quelli che ci passano per ragioni commerciali e così via –  è che il soccorso prima era un riflesso condizionato. Era un fatto che ancora prima delle leggi e delle convenzioni chiamava in causa proprio l’essere marinai, condividere un moto spontaneo: quello di intervenire.

Oggi non è più così?

La novità rispetto al passato è che, di fronte a una situazione di pericolo che una persona ravvisa in mare, adesso ci si pensa due volte prima di intervenire. E questo perché si è sotto una pressione psicologica notevole.

Indossare una divisa della Marina prima era un vanto, oggi è ancora così?

Le condizioni di lavoro nella Guardia costiera italiana sono molto meno serene, lo abbiamo visto con la Diciotti, e ovviamente non si lavora bene in queste condizioni. Ma sono certo che la Guardia costiera continuerà a fare il proprio lavoro, in una condizione difficile, di rischio di tensione istituzionale.

Ma se la Guardia costiera venisse meno ai propri compiti si esporrebbe a conseguenze giudiziarie. Per vari motivi, ma soprattutto per principi etici forti, sono certo che la Guardia costiera non si sottrarrà al proprio compito.

Dopo l’episodio della Diciotti, chi lavora in Guardia costiera non sente un peso maggiore a compiere salvataggi?

Confermo, la situazione non è tale da non poter lavorare serenamente. Tutto questo richiama questa condizione per cui ciò che per noi era un riflesso condizionato, adesso diventa un motivo di preoccupazione, di molta attenzione.

La nave Diciotti è diventata una sorta di bestia nera del soccorso in mare, ma è intervenuta solo per raccogliere il carico di persone per motivi organizzativi.

Abbiamo avuto anche indagini su possibili collusioni tra ong e scafisti, è un punto sul quale tornano spesso i ministri Toninelli e Salvini. Esiste una base di partenza, un appiglio per pensare che queste richiamate collusioni esistano?

Credo sia giusto fare tutte le indagini e rendere questo orizzonte più trasparente possibile. Ma, se il discorso diventa che le ong sono compromesse perché non vogliono ridare ai libici le persone raccolte in mare, non credo che sia questa la compromissione. Se ne deve discutere.

Nelle ong c’è un po’ di tutto. Ma se parliamo per esempio di Medici Senza Frontiere, non credo che chiedano il cv delle persone che curano, è ovvio che se fai il medico e sei in mare, fai il soccorso in mare, a prescindere da chi salvi. Non è giusto indirizzare l’opinione pubblica verso un pregiudizio così forte per organizzazioni che hanno una riconosciuta reputazione in tutto il mondo.

Quindi lei credeva nel lavoro delle ong?

Il fatto che ci siano degli “occhi” nel canale di Sicilia è una garanzia per tutti. Adesso chi riporta le informazioni? Le informazioni sono importantissime. Oggi non parla più nessuno. Non sappiamo esattamente cosa stia succedendo. Resta il Viminale e la Guardia costiera libica, che rappresentano un’unicità di vedute.

Il canale di Sicilia è oggi, e lo sarà sempre, una realtà dove si scontrano delle scommesse politiche importantissime. Nel continente africano stanno succedendo cose che a noi premono. Come sempre nella storia, dal canale di Sicilia dovremmo trarre quante più informazioni possibile. 

Che cosa ha visto in mare, come funzionavano prima i rapporti con le altre Guardie costiere?

Le morti in mare sono aumentate in relazione alle persone che attraversano il canale. Con Malta la situazione è sempre stata complicata perché Malta ha assunto un’aerea Sar molto estesa, sproporzionata rispetto alle possibilità anche logistiche di accogliere persone.

Hanno deciso, per motivi principalmente politici, di ampliare le proprie acque Sar, ma sembrano non sostenere l’impegno di salvare le centinaia di migliaia di persone che cercano di attraversare quella parte di mare. Facendo finta di non considerare che una piccola imbarcazione che porta a bordo centinaia di persone è oggettivamente a rischio. Se non intervieni, ritirati dall’acqua Sar che ritieni di poter controllare.

Questo è il problema con Malta, un problema storico.

E per la Libia?

Le condizioni socio-politiche da anni non ci offrono molte garanzie sulla qualità dell’intervento su un fenomeno biblico. Spostamenti di persone di cui noi vediamo solo una quota minima. O conquistiamo una visione come Europa, o resteremo lì a fare i muri nel Sahara.

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La linea sembra però netta, cosa farà il personale della Guardia costiera?

È un momento davvero difficile questo, in cui ognuno deve rispondere alla propria coscienza per poter avere un faro. La pressione psicologica cui siamo sottoposti ci induce a ritenere che c’è gente che viene a fare la pacchia, che il Mediterraneo si affronta quasi come una passeggiata turistica. Ci induce a credere a delle cose oggettivamente non vere.

In mare non ci sono zone grigie: o intervengo o non intervengo.

Cosa accade in mare? Da terra è difficile rendersi conto delle realtà.

Per quello che ho visto, posso dire che ci sono persone sofferenti a bordo, con grande decadimento fisico e psichico, non so quale mente può immaginare che in uno spazio ristretto come una nave della Guardia costiera – dove ci sono tra l’altro uomini dell’equipaggio e una vita che deve proseguire – persone sofferenti debbano essere costrette a bordo per lunghi tempi durante un’operazione di soccorso.

Perché, per convenzione, un’operazione di soccorso si conclude quando le persone raggiungono terra. A meno che non si voglia riscrivere le convenzioni sul soccorso. A quel punto ci si atterrà alle nuove leggi.

Cosa possono pensare le persone che oggi prestano soccorso in mare?

Si tratta di mettere in gioco una cultura del mare del nostro paese che affonda le radici nei secoli, mettiamo mano a questo ma molti si sentiranno senza radici. Come primo istinto.

L’opinione pubblica ha cambiato idea nei confronti della Guardia costiera?

Sì, questo succede quando la paura prevale sulla propria coscienza, prevalgono altri riflessi condizionati. Quanto si può costruire sulla paura, e quando è legittima davvero quella paura? Non credo molto.

In mare i muri non si possono fare fisicamente, ma se ne possono costruire altri, fatti di coscienza, di indifferenza ma di questo poi dovremo rendere conto ai nostri figli e ai nostri nipoti.

Immaginava che la situazione cambiasse in questo modo?

No, no così. Immaginavo che potesse esserci un impegno volto a ridurre la pressione del numero dei migranti sulle nostre coste, immaginavo che fosse difficile coinvolgere l’Europa su un impegno condiviso. Non immaginavo che si arrivasse a una rottura istituzionale, a questi affronti diplomatici, a questo irrigidimento che ritengo sia un percorso senza ritorno.

Difficile ricostruire quanto rotto in così poco tempo. Relazioni costruite negli anni difficili da recuperare. Questo mi preoccupa.

Di cosa parla nello specifico?

Dei ruoli istituzionali, dei singoli organi e parlo di quei moti, di quella solidarietà che è un valore fondamentale che si tramanda di padre in figlio e che si possono vanificare nel giro di poco tempo.

La nostra Guardia costiera è una istituzione del mare, che si occupa degli usi civici del mare. Non ce ne sono altre. Una istituzione come questa credo debba essere tutelata piuttosto che delegittimata. A gente che fa il proprio dovere non puoi preparare le condizioni di una generale diffidenza o peggio. Non puoi chiamare l’opinione pubblica a puntare l’indice contro questa istituzione.