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Le leggi razziali in Italia del 5 settembre 1938, a 80 anni dalla promulgazione
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Il 5 settembre del 1939 vennero promulgate in Italia le leggi razziali

Le leggi razziali in Italia del 5 settembre 1938, a 80 anni dalla promulgazione

80 anni fa furono introdotti i cosiddetti "decreti della vergogna", da quel giorno gli ebrei non furono più cittadini come tutti gli altri

18 Set. 2018
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Il 5 settembre del 1939 vennero promulgate in Italia le leggi razziali

Il 5 settembre del 1938 in Italia fu firmato il primo dei 180 decreti conosciuti come leggi razziali. La prima di queste leggi ordinava l’esclusione degli ebrei dalla scuole e fu firmata dal re Vittorio Emanuele III mentre si trovava nella sua villa in Toscana, dopo avere fatto colazione e dopo una passeggiata al mare. Da quel giorno sono passati 80 anni.

Le leggi razziali, promulgate dal regime fascista, sono un serie di regi decreti legge, ordinanze e circolari contro le persone di religione ebraica.

Firmate da Benito Mussolini in qualità di capo del governo, le leggi razziali sono state promulgate dal re Vittorio Emanuele III. Il Duce le ha annunciate nel celebre discorso sul palco di Trieste il 18 settembre 1938 davanti al Municipio in Piazza Unità d’Italia.

Le leggi razziali vennero abrogate con i regi decreti-legge numeri 25 e 26 del 20 gennaio 1944, emanati durante il Regno del Sud. A guidare il governo c’era il generale Badoglio, che dopo essere fuggito da Roma, si era trasferito a Brindisi.

Il discorso di Mussolini a Trieste

Le leggi razziali

Il primo dei 180 decreti conosciuti come le leggi razziali è del 5 settembre 1938 e riguardava i “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, dopo soli due due giorni, il 7 settembre viene emanato il secondo decreto “della vergogna” che fissava i “Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri”.

Il 6 ottobre il Gran consiglio del fascismo emette la “dichiarazione sulla razza”, che viene poi adottata dallo Stato sempre con un regio decreto legge il 17 novembre 1938.

Con le leggi razziali veniva anche revocata la cittadinanza italiana concessa a ebrei stranieri in data posteriore al 1919.

Le leggi razziali sono rivolte ai cittadini di religione ebraica. La legislazione fascista era ebreo chi era nato da: genitori entrambi ebrei, da un ebreo e da una straniera, da una madre ebrea in condizioni di paternità ignota oppure chi, pur avendo un genitore ariano, professasse la religione ebraica. Sugli ebrei venne emanata una serie di leggi discriminatorie.

Nel 1939 venne introdotta la figura dell’ebreo arianizzato, verso il quale le leggi razziali furono applicate con alcune deroghe e limitazioni.

I divieti introdotti dalle leggi razziali

Con le leggi razziali sono stati introdotti una serie di divieti: era vietato il matrimonio tra italiani ed ebrei, era vietato per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, era vietato a tutte le pubbliche amministrazioni e alle società private di carattere pubblicistico (banche e assicurazioni) di avere alle proprie dipendenze ebrei.

Era vietato agli ebrei stranieri trasferirsi in Italia, gli ebrei non potevano svolgere la professione di notaio e di giornalista.

Con le leggi razziali vigeva il divieto di iscrizione dei ragazzi ebrei nelle scuole pubbliche e alle scuole medie era vietato utilizzare come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche modo un ebreo.

Furono create scuole specifiche per ragazzi ebrei dalle comunità ebraiche. I professori di religione ebraica potevano insegnare solo in quelle scuole.

Agli ebrei arianizzati era vietato svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale, essere proprietari di terreni o di fabbricati urbani al di sopra di un certo valore.

Per tutti fu disposta l’annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.

A fuggire dall’Italia a causa delle leggi razziali ci fu un totale di oltre 300 intellettuali.

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