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Lodi, mense e scuolabus diventano di fatto inaccessibili per gli stranieri. La protesta delle famiglie

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Credit: AFP PHOTO / ROMAIN PERROCHEAU

A Lodi alcune comunità di cittadini extracomunitari stanno manifestando contro il nuovo regolamento approvato dal comune sull’accesso ai servizi accessori della scuola come mense e scuolabus. lodi servizi scuola stranieri

Secondo il regolamento, approvato alcuni mesi fa, i nuclei familiari dove compare anche solo un extracomunitario devono presentare una dichiarazione patrimoniale del paese d’origine.

In caso contrario, dovranno pagare il massimo delle tariffe per l’accesso alla mensa scolastica (5 euro al giorno) o al servizio di scuolabus.

Il problema è che in alcuni di questi paesi è molto difficile, se non impossibile, ottenere questo tipo di documenti.

“Abbiamo provato e speso soldi”, hanno detto alcuni genitori a Repubblica, “ma in Senegal o in Egitto è impossibile avere quel tipo di documenti”.

La sindaca leghista Sara Casanova, che guida una giunta di centrodestra, ha repicato: “Applico la legge, chi non è in regola o paga o trova altre soluzioni”.

“Se si vuole basta andare in consolato e la dichiarazione la si ottiene subito”, ha commentato il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. “Non mi sembra una cosa sulla quale si debba creare una polemica. Il rispetto della legalità vale per tutti quelli che abitano in questo territorio”.

Lo scorso 14 settembre nel comune si è tenuta una manifestazione di protesta sotto i portici di Palazzo Broletto, con la partecipazione di famiglie sudamericane e arabe.

La manifestazione è stata promossa anzitutto dall’associazione di ispirazione islamica Al Rahma, che ha anche appurato che diversi tra i genitori più penalizzati non hanno mandato i loro figli a scuola negli ultimi giorni in segno di protesta.

Solo 4 famiglie su 94 sono riuscite a produrre la documentazione richiesta.

L’Associazione degli studi giuridici sull’immigrazione e l’associazione Naga hanno presentato un ricorso al tribunale di Milano contro il regolamento dell’amministrazione considerato “discriminatorio ai sensi del diritto nazionale e/o del diritto Ue”.