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Denuncia una violenza subita, ma viene stuprata anche dal capo della polizia

La vittima è una ragazza afghana stuprata da due uomini e poi dal commissario della polizia locale. L'uomo ha respinto le accuse

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Quando si è recata al commissariato di polizia più vicino per denunciare la violenza subita, Mariam (di lei si conosce solo il nome) non sapeva che perfino dentro quelle quattro mura avrebbe corso un pericolo concreto: essere stuprata per la seconda volta. Ma non da un uomo qualsiasi, bensì da colui che l’avrebbe dovuta proteggere, ossia il capo della polizia.

La giovane ragazza afghana, secondo l’agenzia di stampa Reuters, all’inizio di quest’anno era stata rapita dalla sua casa situata nella provincia di Balkh, nel nord dell’Afghanistan, ed era stata violentata ripetutamente da due uomini.

“Quando sono andata con mio padre a denunciare il caso di stupro, il commissario di polizia gli ha ordinato di aspettare fuori. Una volta rimasta sola con lui, mi ha condotta nel suo ufficio e lì ha approfittato di me”, ha raccontato la giovane.

Dopo essere stata stuprata, l’uomo, Akram Zareh, l’ha minacciata di morte costringendola a “tenere la bocca chiusa se non voleva essere uccisa”.

Non si tratta di un episodio isolato, e in un paese dove non sono ammesse agenti di polizia donne, il pericolo per molte vittime – che raramente si rivolgono alla polizia per denunciare lo stupro subito – divengano a loro volta oggetto di molestie o peggio di veri e propri abusi, non è così irreale.

Inoltre, per ragioni culturali e sociali, è molto difficile per una donna afghana avvicinarsi a un agente di sesso maschile, e quando ciò capita, anche le loro denunce vengono gestite in maniera superficiale o con scarsa attenzione dal poliziotto di turno.

Secondo una ricerca citata dall’agenzia Reuters, otto donne su dieci in Afghanistan sono state violentate. Ma raramente questi episodi vengono segnalati o resi pubblici.

Il capo della polizia ha respinto ogni accusa e ha replicato di essere un onesto funzionario che rispetta la legge. “Ho 60 anni, e lei è come se fosse mia figlia. Si tratta di un complotto ordito contro di me”, ha dichiarato l’uomo.

Tuttavia, la famiglia della giovane donna non si è arresa e ha deciso di richiamare l’attenzione sul caso e chiedere giustizia. Per questo il padre e Mariam hanno raggiunto Kabul, la capitale afghana, dove hanno incontrato il procuratore generale afghano.

Quest’ultimo ha promesso di aprire un’indagine per far luce sul caso di stupro. “Mia figlia ha minacciato di darsi fuoco per la vergogna. Da quando è stata stuprata non riesce più a uscire di casa”, ha raccontato il padre di Mariam.

Il procuratore generale ha incontrato la giovane e l’ha spinta a raccontare la sua storia a un’agente donna, secondo quando riportato da Reuters.

“Dopo aver ascoltato il racconto di Mariam, il procuratore ha nominato un funzionario provinciale dello stesso livello che eserciterà le sue funzioni nella città di Balkh e anche uno speciale procuratore militare per indagare e raccogliere le prove nel minor tempo possibile”, ha aggiunto il funzionario.

Mariam ha fatto sapere di non voler lasciare Kabul fino a quando non otterrà giustizia, ma per il momento la situazione non sembra essere cambiata: il commissario di polizia non è stato rimosso dal suo posto di lavoro, e sarebbe implicato in un altro caso di stupro.