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Cina, gli uiguri arrestati e trattati come malati mentali: la repressione della minoranza musulmana
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repressione minoranza musulmana
Credit: AFP

Cina, gli uiguri arrestati e trattati come malati mentali: la repressione della minoranza musulmana

Il governo cinese ha incarcerato 1 milione di musulmani in appositi campi di rieducazione e chi prova a opporsi al Partito comunista viene torturato. Nessun paese a maggioranza musulmana ha ancora denunciato la vicenda

13 Set. 2018
repressione minoranza musulmana
Credit: AFP

In Cina, le autorità hanno intrapreso una campagna di repressione su larga scala e sistematica contro la minoranza musulmana del paese, culminata nell’invio di almeno 1 milione di uiguri in veri e propri campi di internamento.

I fedeli islamici nella regione nord occidentale dello Xinjiang che pregano, digiunano, si fanno crescere la barba o indossando abiti tipici dell’Islam sono stati incarcerati dalle autorità cinesi e trattati come malati mentali.

I detenuti uiguri sono trasferiti in appositi campi di rieducazione e sono stati costretti ad aderire alla propaganda del Partito comunista: nel corso della giornata devono cantare inni e slogan e partecipare a sessioni giornaliere di propaganda comunista.

I detenuti che si rifiutano di piegarsi al Partito, inoltre, sono sottoposti a diverse torture che prevedono privazione del sonno, isolamento e violenza fisica.

Nemici dello Stato

Gli uiguri detenuti, secondo quanto riportato da Middle east eye, sono trattati come “nemici dello stato” a causa della loro identità religiosa: molto spesso sono trattenuti senza accuse e non possono avere contatti con i loro avvocati.

Questa la denuncia degli attivisti dei diritti umani sulle condizioni in cui vive in Cina la minoranza musulmana, che stanno cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale.

Le autorità cinesi hanno iniziato a utilizzare il metodo della “trasformazione attraverso l’educazione” dei musulmani uiguri nella convinzione che nella minoranza si annidino elementi “estremisti” o “separatisti”.

Secondo il governo, centinaia di musulmani si recano in Iraq e in Siria dalla Cina per unirsi allo Stato islamico.

La repressione nei confronti della minoranza è aumentata dal 2017 grazie al piano avviato dal leader del Partito comunista Chen Quanguo nello Xinjiang, secondo quanto riferito dagli esperti.

Nel solo 2017, il 21 per cento degli arresti effettuati in Cina hanno coinvolto gli uiguri, pur rappresentando solo l’1,5 per cento della popolazione.

Il silenzio sulla repressione

Le notizie sulle discriminazione contro la minoranza hanno più volte raggiunto l’opinione pubblica mondiale, ma mentre i media internazionali hanno iniziato iniziato a chiedere spiegazioni sulla vicenda i leader cinesi continuano a mantenere il silenzio.

A colpire è il fatto che nessuno dei 49 paesi a maggioranza musulmana in tutto il mondo abbia ancora chiesto che sia fatta chiarezza sulla repressione degli uiguri, né ha condannato il governo cinese per l’aumento delle violazioni dei diritti umani nella regione dello Xinjiang.

Solo alcune settimane fa i leader di oltre 40 paesi, tra cui molti con un’alta percentuale di musulmani all’interno della popolazione, si sono recati a Pechino per il Forum sulla cooperazione Cina-Africa.

In quell’occasione, il presidente Xi Jinping ha promesso di investire altri 60 miliardi di dollari nel continente per lo sviluppo e ha promesso di cancellare i debiti di quelle nazioni che non sono in grado di ripagarli, come spiegano su Middle east eye.

Le relazioni commerciali, quindi, sono molto più importanti della repressione attuata in Cina dal governo contro le minoranze musulmane e i leader dell’Africa non sembrano rendersi conto del pericolo dell’espansione cinese nel loro continente.

Paul Kagame, presidente del Ruanda e attuale capo dell’Unione africana, ha infatti definito l’impegno della Cina “profondamente trasformativo”.

Lo Xinjiang

La regione è stata spesso usta dal governo cinese come teatro in cui sperimentare nuove modalità e metodi di controllo della popolazione, grazie all’utilizzo di sistemi come quello di riconoscimento facciale installati sugli angoli delle strade nei villaggi della provincia.

Se il trattamento riservato alla minoranza musulmana e in generale alla popolazione della regione non sarà contestata, queste stesse politiche potrebbero essere utilizzate anche in altri Stati desiderosi di avere lo stesso controllo sulla loro popolazione, secondo gli attivisti per i diritti umani.

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