Me
Quello di Asia Argento è un caso di “debolicidio”: ecco perché la violenza non ha sesso
Condividi su:
asia argento violenza
Jimmy Bennett e Asia Argento

Quello di Asia Argento è un caso di “debolicidio”: ecco perché la violenza non ha sesso

Circoscrivere la violenza al paradigma “Uomo Carnefice, Donna Vittima" è fuorviante: bisogna affrontare il problema dell'analfabetismo psicologico. Il commento di Antonella Baiocchi

02 Set. 2018
asia argento violenza
Jimmy Bennett e Asia Argento

Ha destato scalpore la vicenda di Asia Argento, accusata di aver abusato di un minorenne, Jimmy Bennett, al quale avrebbe versato 380mila dollari per comprarne il silenzio e risarcirne il trauma subito.

Non poteva essere diversamente: da sempre, infatti, quando ad agire violenza è una donna l’opinione pubblica tende a rimanere incredula e minimizza (fondamentalmente, perché, divenire consapevoli che la violenza non è più segregabile nelle rassicuranti perché facilmente individuabili sembianze del Lupo Cattivo destabilizza il bisogno di sicurezza dell’essere umano).

Figuriamoci in una storia come quella della Argento, in cui la donna “è al di sopra di ogni sospetto” perché, famosa attivista di un movimento a difesa delle donne vittime di violenza (#Me Too).

La vicenda, più di altre, stravolge radicate credenze popolari, veri e propri pregiudizi, cui la cultura vigente è solita relegare l’origine della violenza: il raptus, la malattia mentale, la delinquenza, i ceti sociali degradati e, soprattutto, il Genere, popolarmente sintetizzato nel dualismo “Uomo Carnefice, Donna Vittima” (in cui il maschio è interpretato come “portatore innato” di violenza, sentimenti rudi e bisogno incondizionato di sesso e la femmina “portatrice innata” di umiltà, dolcezza, gentilezza d’animo, senso materno).

La vicenda di Asia Argento li stravolge praticamente tutti perché racconta: che ad agire violenza è una a donna e non un maschio; che la donna ha tradito il senso materno, agendo violenza su un minorenne; che la donna ha pagato il silenzio dell’abusato come un qualsiasi uomo potente e prepotente e (colmo dei colmi) racconta di un maschio di 17 anni che si dichiara traumatizzato dalle attenzioni sessuali di una donna.

In linea con questo modo di pensare, in molti, sui social hanno deriso il giovane uomo e preso “a priori” le difese della donna: anche personaggi illustri, tra cui Marco Travaglio (direttore del Fatto Quotidiano) e Alessandro Orsini (direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale) nelle cui loro esternazioni ( sempre intelligenti e puntuali) si intravedono però i pregiudizi appena descritti nonché la doppia morale che ancor oggi si utilizza nei confronti dei comportamenti del maschio e della femmina.

Al di là della veridicità dei fatti (alla magistratura il compito di appurarla) la vicenda di Asia Argento ha inequivocabilmente portato alla luce le falle della cultura vigente rispetto a ciò che accade nella realtà: la vita quotidiana racconta, infatti, di violenze ed atti estremi (fino ad arrivare ad omicidi, omicidi- suicidi e sfregiamenti) compiuti prevalentemente da “persone al di sopra di ogni sospetto”, appartenenti ad ogni razza e ceto sociale e soprattutto, compiuti anche da donne che, proprio come gli uomini, agiscono violenza verso altre donne, bambini, anziani e verso gli stessi uomini, colti in posizione di fragilità.

Ogni dubbio si dissipa se si esaminano le poche ricerche sulla violenza subita dagli uomini per mano delle donne. Per tutte cito uno dei rari studi italiani, “L’indagine Conoscitiva della Violenza verso il Maschile”, uno studio del 2012 che ha messo in luce inimmaginabili ed inquietanti aspetti in merito alla violenza femminile la quale risulterebbe “assente” più che altro perché non indagata.

In accordo con le ricerche internazionali, questa indagine ha smentito la tesi della violenza unidirezionale uomo>donna e le sovrastrutture culturali che ne derivano, mettendo in luce che anche le femmine agiscono atti persecutori e violenza fisica, sessuale e psicologica e con modalità che non differiscono troppo rispetto all’altro sesso: molto più frequentemente di quanto si creda, infatti, la donna usa armi improprie, percosse a mani nude, calci e pugni che i preconcetti classificano come modalità esclusive del genere maschile.

Lo studio ha anche messo in luce che le modalità aggressive non trovano limiti nella prestanza fisica o nello sviluppo muscolare: un soggetto di genere maschile può essere oggetto di violenza da parte di una donna, apparentemente più “fragile” rispetto alla propria vittima.

È evidente che l’attuale interpretazione della violenza nella relazione affettiva contenga elementi fallaci e non più tollerabili, che sabotano l’efficacia delle iniziative di fronteggiamento del problema.

La prima falla riguarda il binomio “Donna Vittima e Uomo Carnefice”: violenza e prevaricazione non sono un problema legato al genere, ma un problema legato alla cultura della persona “in genere”, cioè sia del maschio che della femmina, entrambi affetti, ancora oggi, nel 2018, da “analfabetismo psicologico”.

Essere affetti da analfabetismo psicologico equivale ad utilizzare, per orientarsi nelle scelte della vita, mappe affette da virus che, necessariamente, indurranno “fuori strada”.

Alcuni esempi di “virus”: confondere l’amore col possesso; l’intolleranza ai fallimenti; l’ignorare che ogni essere umano è portatore di opinione e credere che esista la Verità Assoluta (un “modello” più giusto di un alto), che è il virus principe alla base dei pregiudizi e della discriminazione (verso chiunque diverga dal modello considerato “vero e giusto”).

L’analfabetismo psicologico è sempre collegato all’analfabetismo relazionale perché “relazione”, più che un “incontro di corpi”, è un “incontro tra psiche”: un “incontro” che l’incompetenza psicologica (i “virus” appena accennati e molti altri) tramuta inevitabilmente in “scontro” in cui si assiste al fallimento della conciliazione tra le diversità.

Tra le più gravose conseguenze dell’analfabetismo psicologico, infatti, c’è la gestione dicotomica delle divergenze, una mappa mentale virulenta che induce a difendere i propri obiettivi con modalità che causano “ferite” all’interlocutore” (ferite al fisico o/e alla psiche, o mondo interiore), impedendo quindi la gestione armoniosa delle divergenze ed imponendo la supremazia di un polo rispetto all’altro: necessariamente il polo che si trova in una posizione di forza (economica, fisica, di ruolo, psicologica) tenderà a prevaricare il polo che si trova in situazione di debolezza.

Ogni essere vivente, indipendentemente dal genere, dalla razza, dall’età, rischia di essere prevaricato e di subire violenza, se viene a trovarsi in una posizione di “debolezza” ma anche di prevaricare e agire violenza se viene a trovarsi in una posizione di “forza”: sia il maschio che la femmina, quindi, ognuno con modalità a loro peculiari (statisticamente la violenza fisica, più riconoscibile e identificabili, è appannaggio del maschio, mentre la donna tende ad utilizzare modalità più sotterranee e meno eclatanti).

A questo ultimo proposito, sempre a causa dell’analfabetismo psicologico, c’è da dire che la gran parte di persone stenta a riconoscere le manifestazioni di “violenza” meno eclatanti e visibili e anche questo può aver contribuito ad alimentare equivoci e a portare fuori strada chi studia ed osserva il fenomeno della violenza nella relazione.

Quindi, al di là delle rilevanze statistiche che vedono la donna nel ruolo di vittima, per comprendere e contrastare efficacemente il problema, si dovrebbe superare il dualismo, Maschio/Carnefice–Femmina/Vittima e concentrarsi sul dualismo Forte/Carnefice–Debole /Vittima.

Da questa angolazione termini come “femminicidio” e altri equipollenti, non hanno più motivo di esistere: non solo perché delineano un solo tipo di vittima (per par condicio bisognerebbe coniare un termine per identificare tutti gli altri tipi di vittime: infanticidio, patricidio, matricidio, uxoricidio, ma anche disabilicidio, animalicidio, anzianicidio, etc.), ma anche perché generano confusione ed alimentano equivoci.

Dato, che nella sostanza, la tipologia della vittima è una (il polo debole della situazione), sarebbe più indicato adottare un unico neologismo, il termine “debolicidio (“prevaricazione/taglio/uccisione dell’essere vivente in situazione di debolezza”).

Con la teoria del debolicidio, l’interpretazione delle statistiche in merito agli omicidi volontari e alle vittime di violenza, potrebbe subire uno stravolgimento, perché potremmo accorgerci che nei primi posti della classica delle vittime non dovremmo mettere le donne, ma altri esseri viventi: l’ambiente (animali e le piante) che subiscono prevaricazione/violenza/morte sia da uomini che da donne.

Poi il genere maschio che subisce prevaricazione/violenza/morte prevalentemente da altri maschi (Rapporto Eures 2014); poi, probabilmente, arriva il turno delle donne, che notoriamente subiscono prevaricazione/violenza/morte prevalentemente dagli uomini e a seguire tutte le altre vittime: i diversamente abili, i bambini, gli anziani.

Al di là delle rilevanze statistiche, quindi bisogna prendere atto che la violenza non ha sesso. Si dovrebbe superare la contrapposizione maschio-femmina, e l’uomo e la donna si dovrebbero alleare per combattere il vero killer di cui sono entrambi vittima: l’analfabetismo psicologico, che genera la “gestione dicotomica delle divergenze”.

Solo superando le falle della cultura vigente si può combattere la violenza nella relazione e tutelare chiunque ne sia vittima.

A cura di Antonella Baiocchi, psicoterapeuta, specialista in Criminologia e autrice del saggio “Alle radici della relazione malata” (Youcanprint, 2017), dal quale è stato tratto l’articolo.

Il giornalismo richiede risorse e scegliere di mantenere gratuito l’accesso a un giornale indipendente come TPI significa dover contare anche sulla pubblicità: questa è la ragione per cui vedi tanti annunci. Se vuoi contribuire a migliorare il nostro giornale e leggere gli articoli senza pubblicità anche da mobile iscriviti a TPI Plus, basta davvero poco ➝ www.tpi.it/plus