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“Lega e M5S non possono mantenere le promesse fatte e per questo ora attaccano noi rom: è ora che ci riconoscano come minoranza”. Intervista all’attrice e attivista rom Dijana Pavlović
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salvini censimento rom Dijana Pavlović
Dijana Pavlović

“Lega e M5S non possono mantenere le promesse fatte e per questo ora attaccano noi rom: è ora che ci riconoscano come minoranza”. Intervista all’attrice e attivista rom Dijana Pavlović

"Il censimento dei rom di Salvini? Mi aspettavo quell'annuncio. È così che iniziano tutte le persecuzioni. Lega e M5S In campagna elettorale hanno fatto promesse quasi impossibili da mantenere. Per questo ora si aggrappano ai migranti e alla questione rom. Quello che è successo al Camping River con la Raggi è spietato e illegittimo". Parla Dijana Pavlović

29 Ago. 2018
salvini censimento rom Dijana Pavlović
Dijana Pavlović

“Il censimento dei rom di Salvini? Mi aspettavo quell’annuncio. E ne vedremo ancora delle belle. La storia non torna mai e torna sempre. È così che iniziano tutte le persecuzioni”. Dijana Pavlović, attrice e attivista rom, ha commentato con TPI.it l’intenzione del ministro dell’Interno di svolgere un censimento della popolazione rom in Italia. salvini censimento rom Dijana Pavlović

Dijana Pavlović è nata in Serbia nel 1976. Si è laureata alla Facoltà d’Arti Drammatiche di Belgrado e vive in Italia dal 1999.

Sul governo dice: “In campagna elettorale hanno fatto promesse quasi impossibili da mantenere. Per questo ora si aggrappano ai migranti e alla questione rom”.

E non risparmia le politiche della sindaca Raggi a Roma sui campi rom: “Quello che è successo al Camping River è spietato e illegittimo. Sono politiche vecchie che non hanno mai funzionato. Il governo deve riconoscere la comunità rom come minoranza e le amministrazioni devono costituire dei tavoli di dialogo con i rappresentanti delle comunità”.

Cosa ha pensato quando il ministro dell’Interno Salvini ha annunciato l’intenzione di fare un censimento della popolazione rom in Italia?

Era un annuncio che mi aspettavo. Nel 2008 l’allora ministro dell’Interno Maroni, dopo l’omicidio Reggiani, fece un decreto per il censimento di tutti i rom, inclusi i minori, che avrebbero dovuto essere schedati con le impronte digitali.

Ci furono una serie di proteste e intervennero anche Unione europea e Nazioni Unite. Il censimento fu poi dichiarato illegittimo dal Consiglio di Stato, ma alcune azioni c’erano state.

La prima azione di censimento fu in un piccolissimo campo dove vivevano rom con la cittadinanza italiana. Non c’è stata nessuna conseguenza a questa azione, ma la conseguenza morale e psicologica su queste persone è devastante.

Per questo, quando Salvini ha annunciato il censimento, non mi sono preoccupata delle conseguenze concrete di questa azione. Quello che mi preoccupa è il modo il cui lo ha detto (“Purtroppo quelli italiani ce li dobbiamo tenere”) e le conseguenze psicologiche sulle persone.

Soprattutto sugli italiani di etnia rom che vivono in Italia. È proprio un segnale che vuol dire: “tu non appartieni a questa comunità, a questo paese”. Un’azione di esclusione morale, sui bambini, su mio figlio.

Ma me lo aspettavo. E ne vedremo ancora delle belle.

È eccessivo paragonare questo annuncio ai primi segnali che precedettero le persecuzioni che i rom hanno patito – insieme a ebrei, omosessuali e oppositori politici – durante la seconda guerra mondiale?

Nulla è eccessivo. La storia non torna mai e torna sempre. In Germania nel 1905 fu pubblicato un libro di Alfred Dillmann intitolato Zigeuner-Buch (libro degli zingari), commissionato dal ministero degli Interni della Baviera, in cui erano raccolti nomi e cognomi di tutti i rom e sinti tedeschi e le parentele.

Certamente questo ha facilitato anni dopo chi li è andati a prendere per portarli nei campi di sterminio.

È così che iniziano tutte le persecuzioni, non solo quella nazista.

Cosa pensa di questo governo?

Penso che i componenti di questo governo abbiano fatto molte promesse in campagna elettorale, come il reddito di cittadinanza e la riforma della Fornero.

Questi provvedimenti sono la ragione per cui la gente li ha votati, ma ora sono quasi impossibili da realizzare.

L’unica cosa a cui si possono aggrappare per dire che stanno facendo qualcosa sono i migranti e la questione rom. Non a caso spingono tantissimo su questo, il resto è molto più difficile da concretizzare. Però non potrà durare per sempre, le persone prima o poi capiranno il gioco.

Hitler vinse le elezioni in Germania durante una crisi economica terribile. Il motivo per cui fu accettato lo sterminio prima dei disabili e poi di rom, ebrei, eccetera, è che queste persone erano ritenute un costo per lo stato. Erano vite inutili.

Le crisi economiche portano sempre a un cambiamento culturale forte. Se poi c’è chi specula politicamente su questo, la situazione diventa devastante. Credo che siamo in una situazione piuttosto simile. Certo, i tempi e i modi sono diversi, l’informazione è diversa, però il meccanismo è sempre lo stesso.

Ci parli un po’ di lei: ho letto che è nata in una “bellissima famiglia rom”. Com’è stata la sua infanzia?

Sono nata in un paese complicato dal punto di vista politico, la Jugoslavia. C’era molta povertà, ma c’era un forte principio di uguaglianza e fratellanza, di riconoscimento delle minoranze.

La mia famiglia era molto povera ma c’era una forte voglia di riscatto sociale e fiducia nel futuro. C’era la volontà di far studiare i figli per farli “diventare qualcuno”, senza rinunciare ad essere rom (sono nata in un paesino piccolo e quindi non lo si poteva neanche nascondere).

Con grande orgoglio di quello che siamo, ci hanno preso per mano e ci hanno accompagnato con fiducia verso un futuro migliore.

Anche lo stato ha aiutato. Quando ero piccola, se qualcuno mi diceva “zingara” per strada io potevo denunciarlo e lui sarebbe stato arrestato per l’offesa su base etnica-razziale, perché i rom erano riconosciuti come minoranza.

Ho potuto finire l’università senza pagare. Non perché fossi rom, ma perché i miei genitori non avevano possibilità economiche.

Poi è scoppiata la guerra e tutto è cambiato.

Quando si è trasferita in Italia?

Sono arrivata in Italia nel 1999, un mese prima dei bombardamenti a Belgrado.

Non sono scappata. Mi ero sposata con mio collega italiano, che avevo conosciuto a un festival internazionale.

Certamente era un momento difficilissimo in Serbia, quindi la scelta di venire in Italia era abbastanza facilitata dal momento buio del mio paese.

Cosa pensa dei rom che vivono nei campi in Italia?

Sono molto diversi tra loro, anche se si tende a generalizzare. Ci sono rom italiani, slavi, romeni.

I campi sono stati inventati dalle istituzioni italiane, non dai rom. Mentre agli immigranti del sud che arrivavano al nord per lavorare venivano date le case popolari, i rom, che fino agli anni Settanta giravano per le giostre e le attività commerciali, furono costretti a fermarsi e non gli assegnarono le case, ma terreni dove potevano fermarsi con le loro roulotte.

Siccome il terreno era comunale diventarono campi, li recintarono, e così nacquero i campi nomadi.

In alcuni campi i rom hanno investito, hanno creato una loro situazione dignitosa. Dall’altra parte, stando nei campi era loro permesso di conservare la loro comunità, una delle cose più importanti della cultura romanì è la famiglia allargata.

Poi sono arrivati i rom dell’ex Jugoslavia che non erano abituati a vivere nei campi, vivevano nelle case. Ma lo stato italiano non li ha accolti come profughi di guerra, li ha accolti come zingari. Ha creato campi per loro, anche se non ci avevano mai vissuto.

Lo stato italiano ha messo insieme, in aree recitante, anche mille persone che non erano della stessa comunità, creando veri e propri ghetti. È per questo che a Roma ora ci sono questi campi degradati.

Era un’idea di assistenzialismo terribile. Non era solo ignoranza, era anche mancanza di volontà di parlare con queste persone.

Come risponde a chi sostiene che i rom non vogliono lavorare e sono capaci solo di rubare?

Ormai non rispondo neanche più. Basta guardarsi intorno: anche quelli che vivono nelle baracche più degradate cercano di lavorare e migliorare le proprie condizioni.

Ma il problema è vivere in uno stato che ti esclude per decenni, chiudendo tutte le porte.

Se vai a cercare lavoro facendoti riconoscere come rom sei spacciato. Se vai ad affittare una casa e per caso ti vesti con la gonna lunga è finita. Non troverai mai lavoro, non troverai mai qualcuno che ti affitta una casa.

In queste condizioni si sono create negli insediamenti e nei campi scene di micro-criminalità. Ma è la conseguenza del rifiuto di uno stato verso queste persone, che dura da decenni. Succede in qualsiasi baraccopoli del mondo.

Ora il nostro problema maggiore è spiegare ai bambini che andare a scuola ha senso.

Il problema non sono i genitori che non li vogliono mandare. È che loro non trovano il senso di andare a scuola, dove molto spesso vengono trattati diversamente.

Vengono indicati come “bambini nomadi” e molto spesso la scuola affianca loro un insegnante di sostegno.

Anche se sono bambini svegli e intelligenti, dal momento che sono madrelingua romaní, vengono spesso indicati come bambini con ridotte capacità di comprensione.

Secondo le mie stime, il 90 per cento dei nostri bambini sono schedati così. Questo già dalla partenza li mette in una situazione in cui perdono fiducia in loro stessi. L’ho visto lavorando nelle scuole.

Poi i bambini rom spesso vengono promossi a prescindere, fino alla quinta elementare. Dicono: “tanto poi smettono”. Così alla fine delle elementari sono molto più indietro rispetto ai loro compagni, e quando inizia la scuola media si sentono totalmente spaesati. Fanno fatica a leggere e a scrivere e non vogliono più andare a scuola.

O sono tutti incapaci o c’è qualcosa che non va bene nelle classi. Io sono sicura che sia la seconda opzione.

Il bambino si chiude nei confronti del mondo esterno, perché lo rifiuta e lo fa sentire male con se stesso. E allora si rifugia nella comunità, dove è protetto, amato e rispettato.

Che futuro può avere quel bambino quando va a cercare lavoro?

Poi ci sono anche casi eccezionali, di insegnanti bravissimi.

Come trasmette a suo figlio la bellezza di essere rom?

Per me non è difficile perché non vivo in un campo. Mio figlio non ha il problema di vergognarsi di invitare i compagni nel campo. Ma questo spesso succede ad altri bambini.

Mio figlio è orgoglioso di essere “metà rom” – come dice lui – ed è molto tranquillo.

A volte capita che qualcuno gli dica “i rom rubano”, lui risponde: “non è vero” e fine. Ha una sicurezza diversa, anche perché io sono attivista e ne parlo con lui.

Quando un bambino è nel campo non si vergogna di essere rom. Si vergogna di fronte ad altri bambini.

A Roma è stato sgomberato da poco il Camping River e sono in programma gli sgomberi di altri campi. Cosa pensa della politica a Cinque stelle sui rom? È così diversa dalla posizione della Lega?

Non c’è niente di diverso, è la stessa cosa. Quello che fa Virginia Raggi, dietro suggerimento della gente incompetente che la consiglia, è già stato fatto, soprattutto dalle amministrazioni di destra, e non ha mai funzionato.

È una politica superficiale, che non tiene conto della realtà delle cose. Il problema è che questo ha effetti devastanti per donne e bambini che ora stanno sul marciapiede. Bambini che prima andavano a scuola, a cui piaceva andare a scuola, e ora difficilmente potranno continuare. Se c’è un risultato che ha ottenuto è distruggere ogni possibilità di futuro per loro.

E poi ci sono falsità e bugie sulle soluzioni alternative offerte alle persone, sulla questione del consenso della Commissione europea…

Quello che è successo al Camping River è spietato dal punto di vista umano e secondo me anche illegittimo dal punto di vista normativo. Ha mandato il personale del comune a spaccare i container che sono proprietà del comune di Roma. Una cosa mai vista.

Cosa pensa che dovrebbe fare il governo per migliorare la situazione?

Per prima cosa dovrebbe riconoscere ai rom lo status di minoranza linguistica, perché ora per lo Stato italiano siamo solo un problema sociale o una fascia vulnerabile. Non siamo un’identità. Siamo l’unica minoranza non riconosciuta.

Poi basterebbe applicare la Strategia nazionale 2012-2020 d’inclusione dei Romdei Sinti e dei Caminanti (redatta dall’UNAR e approvata dal Consiglio dei ministri nel 2012, ndr). È un documento che prevede interventi su casa, salute, educazione e lavoro, con varie possibilità.

Ogni amministrazione dovrebbe aprire un tavolo e iniziare un dialogo con i rappresentanti delle comunità.

Esistono dei rappresentanti delle comunità rom in Italia?

Moltissime comunità sono già organizzate. Moltissime altre no, ma è facile organizzarle.

Ho lavorato 4 anni in un programma del Consiglio d’Europa che faceva questo: andava nelle comunità e cercava di organizzare le persone democraticamente in base alle loro necessità e richieste, per poi creare un dialogo con le amministrazioni locali.

Sappiamo come si fa. Siamo pronti a lavorare e impegnarci.

A lei è mai capitato di essere discriminata in quanto rom?

Mi è capitato quando ero più giovane. La prima volta che sono andata a scuola ho capito che per gli altri essere rom non era una cosa bella. Per me era bellissimo.

Poi c’è il bambino che ti dice “tu sei zingara”, il ragazzino i cui genitori si scandalizzano perché sta con te e ti deve lasciare perché sei rom.

Capita che vai a cercare lavoro e ti dicono “abbiamo già trovato”, ma capisci che è per quel motivo.

Poi io ho scelto una strada, che è quella dell’arte, che ha pochi pregiudizi da questo punto di vista. Non ho mai trovato nessuno per cui l’essere zingaro o rom è negativo, in quel mondo lì.

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