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Chi è Aung San Suu Kyi, biografia della donna premio Nobel che guida il Myanmar

Un profilo di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e icona della democrazia birmana. A novembre 2015 il suo partito ha vinto le prime elezioni libere da 25 anni

Immagine di copertina

Aung San Suu Kyi è consigliere di Stato della Birmania e leader del partito birmano Lega Nazionale per la Democrazia (Ndl).

Premio Nobel per la pace nel 1991 e icona della democrazia, Aung San Suu Kyi è uno dei più importanti simboli a livello mondiale della resistenza pacifica contro l’oppressione.

A novembre del 2015 il suo partito ha vinto le elezioni in Myanmar, segnando un periodo di svolta fondamentale per il paese e riponendo nelle sue mani il futuro della Birmania. 

Aung San Suu Kyi è nata nel 19 giugno 1945 a Rangoon, in Birmania (o Myanmar).

Infanzia e prime iniziative politiche

Figlia del generale Aung San, uno fra i più grandi eroi dell’indipendenza birmana, Aung San Suu Kyi perse il padre nel luglio del 1947. Fu infatti assassinato quando lei aveva solo due anni. 

Dopo aver trascorso l’infanzia in India con la madre Daw Khin Kyi, ambasciatrice del Myanmar a Delhi, nel 1964 intraprese gli studi di filosofia, politica ed economia (Ppe) presso l’università di Oxford, dove conobbe suo marito, Michael Aris, da cui ha avuto due figli, Alexander e Kim.

Nel 1988 ritornò in Myanmar per prendersi cura della madre, in un momento critico per il paese.

Ispirata dalla protesta non violenta di Martin Luther King e Mahatma Gandhi, decise di organizzare manifestazioni in tutto il Paese per chiedere al governo riforme democratiche ed elezioni libere.

Fondò così la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito che guida ancora oggi.

Le iniziative di Aung San Suu Kyi vennero bloccate dall’esercito, che salì potere con un colpo di stato il 18 settembre del 1988.

Suu Kyi venne messa agli arresti domiciliari l’anno seguente.

I riconoscimenti internazionali e gli arresti domiciliari

Nel 1991 ricevette il premio Nobel per la pace per la sua lotta non-violenta e per l’impegno per il suo popolo.

Negli anni successivi venne più volte rilasciata e poi nuovamente arrestata.

Durante la prigionia le è stato permesso di incontrare solamente i rappresentanti del Ndl e alcuni diplomatici, ma non le fu concesso incontrare i figli e nemmeno il marito, che morì di cancro nel 1999, senza che Suu Kyi avesse potuto raggiungerlo. 

Gli arresti domiciliari terminarono nel 2010.

Nel 2012 il partito di Aung San Suu Kyi ha riempito 43 dei 45 seggi vacanti in parlamento e da quel momento lei è diventata leader dell’opposizione. 

La vittoria alle elezioni del 2015

Con le elezioni che si sono svolte l’8 novembre 2015, le prime considerate davvero libere dal 1990 a oggi, lo schieramento politico di Aung San Suu Kyi ha ottenuto circa il 70 per cento dei consensi.

“The Lady”, come viene chiamata dal suo popolo, non può diventare presidente perché la Costituzione vieta a chi ha figli stranieri di essere capo di stato. Ciononostante, Aung San Suu Kyi ha assicurato che sarà lei a guidare il Myanmar verso la democrazia, anche se solo informalmente.

Le critiche sulla gestione della crisi dei rohingya

Aung San Suu Kyi è stata molto criticata a livello internazionale per il suo comportamento giudicato indifferente – quando non propriamente ostile – nei confronti dei musulmani rohingya, una minoranza religiosa perseguitata nel paese (qui lo speciale di TPI.it sulla crisi dei rohingya).

Campagna regione lazio

Dopo lo scoppio delle violenze ad agosto 2017 tra le forze di sicurezza birmane e alcuni miliziani di un gruppo paramilitare vicino ai musulmani rohingya, molte organizzazioni non governative hanno denunciato che l’esercito birmano aveva messo in atto un’“operazione di pulizia” contro questa minoranza religiosa, con omicidi, stupri e incendi messi in atto contro i rohingya e i loro villaggi.

Queste azioni hanno causato centinaia di morti nello stato di Rakhine, in Birmania, e hanno dato inizio a un esodo che ha portato nei mesi successivi oltre 700mila musulmani rohingya ad attraversare il confine con il Bangladesh.

Nel suo primo discorso sull’argomento, a settembre 2017, Aung San Suu Kyi ha parlato per la prima volta al paese dopo l’inizio della crisi dei rohingya. In quell’occasione ha detto che il suo governo non teme lo “scrutinio internazionale” sulla crisi dei rohingya.

Suu Kyi ha negato che ci siano stati scontri o “operazioni di pulizia” nello stato birmano di Rakhine nelle settimane immediatamente precedenti. Ha dichiarato inoltre di soffrire profondamente per la sofferenza di “tutte le persone” nel conflitto e che la Birmania “si sta impegnando per una soluzione sostenibile (…) per tutte le comunità in questo stato”.

Molti leader internazionali, tra cui il segretario generale Onu Antonio Guterres, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il segretario di stato statunitense Rex Tillerson, hanno espresso disappunto per la presa di posizione di Suu Kyi.

Per la sua scelta di non riconoscere le violenze dell’esercito nei confronti dei rohingya, ad Aung San Suu Kyi sono state revocate sette onorificenze.

La leader birmana ha imputato le violenze al terrorismo, non ai militari, e ha criticato la comunità internazionale per l’attenzione al tema.

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