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“Noi che l’abbiamo fatto, vi raccontiamo com’era il servizio militare obbligatorio che ora Salvini vuole reintrodurre”

Il ministro dell'Interno ritiene che la naja possa insegnare "un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti". TPI ha parlato con diverse persone che l'anno di leva l'hanno fatto, per capire cos'abbia veramente insegnato loro quest'esperienza

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Alcuni giovani durante il servizio di leva militare obbligatoria.

È dalla nascita del Regno d’Italia che nel nostro Paese si parla di servizio militare di leva.

Imposta ai cittadini italiani di sesso maschile per 144 anni, dal 1861 al 2004, la cosiddetta naja è ormai inattiva da quattordici anni, ovvero da quando, con la legge Martino del 23 agosto 2004, emanata dal governo Berlusconi II, si è sospesa la coscrizione obbligatoria.

A riparlarne oggi è il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sostenitore della necessità di reintrodurre la naja da tempi non sospetti.

“Facciamo bene a studiare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, e il servizio civile, per i nostri ragazzi e le nostre ragazze: così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti”, ha affermato di recente il vicepremier, in provincia di Foggia per l’inaugurazione di una nuova sede della Lega.

Se, però, già il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha fatto notare che, ai giorni d’oggi, i militari devono essere dei professionisti e che l’idea della coscrizione obbligatoria non è più al passo con i tempi, è probabile che di reintroduzione, anche soltanto sognata, sentiremo ancora molto discutere.

A detta di alcuni, un servizio come la naja sarebbe infatti necessario per formare i giovani italiani e insegnare loro la disciplina.

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Un battaglione schierato per l’alzabandiera a Bologna. Credits: Archivio RCS

Non è d’accordo con quest’affermazione Giorgio Ometto, professore di religione di 54 anni che ha passato il suo anno di naja, nel 1989, al Tribunale militare di Padova.

“Io facendolo mi sono reso conto soltanto dell’aspetto più povero, dal punto di vista umano, dell’ambito militare, dopo otto mesi di tribunale militare dove arrivava tutto il peggio che capitava”, racconta Giorgio, che oggi lavora in un liceo della provincia veneta.

Per otto mesi il professore, che allora aveva 25 anni, ha lavorato all’ufficio appelli del tribunale, svolgendo anche la mansione di responsabile tecnico delle udienze. I reati a cui assisteva ogni giorno andavano dai semplici furti alle ingiurie, le percosse e le offese. Ad andare a processo erano uomini di ogni grado e provenienza.

“I reati in cui erano coinvolti questi ragazzi avevano dell’incredibile”, ricorda Giorgio: “Gli atti di nonnismo sfociavano chiaramente dalla fantasia repressa di militari che non sapevano come passare il tempo e quindi sottoponevano gli ultimi arrivati a qualsiasi tipo di tortura, sia psicologica che fisica, per pura noia”.

Molti dei casi di nonnismo – comportamenti vessatori volti a sottomettere qualcuno di un grado inferiore e costringerlo spesso a compiere azioni degradanti – che il professore ha in mente accadevano nelle caserme sul confine “caldo” di quegli anni: quello con l’ex Jugoslavia.

“Questi militari che venivano mandati in mezzo ai boschi senza nulla da fare. Probabilmente andavano un po’ via di testa e passavano il tempo sottoponendo gli ultimi arrivati a dei ‘riti di svezzamento’”, spiega. “Il caso più scabroso che ricordo è quello di un ragazzo che era stato fatto denudare e sedere sopra la punta di uno di quei picconi che usavano per spaccare la neve”.

Un ricordo importante che Giorgio porta con sé del suo anno di servizio militare è quello del tempo perso, della noia, della sensazione di aver buttato un anno della propria vita.

“Ti chiedevano di fare cose insulse e inutili, prive di senso. Come stare fermi in piedi con un orologio sulla spalla, e guai a te se ti muovevi, perché se cadeva venivi punito. O come stare ore seduti per terra ad aspettare, perché magari non avevano voglia di farti fare niente”.

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Due giovani reclute e il loro equipaggiamento al completo. Credits: Archivio RCS

Arrivato al Centro Addestramento Reclute a 25 anni, con due anni di lavoro, una laurea e l’intera carriera scolastica passata in un seminario, Giorgio non condivide l’idea che partire per la naja abbia un aspetto educativo.

“L’educazione dev’essere qualcosa che arriva prima dei 18, 19, 20 anni. Vedevo piuttosto tanti ragazzi montati di testa, perché permaneva loro in testa l’idea di essere un uomo duro e forte solo per aver fatto il militare”, afferma.

“Capisco che a 18 o 19 anni potesse rappresentare una cosa diversa per chi non si era mai staccato da un contesto familiare: erano anni in cui i ragazzi si muovevano meno da casa. Oggi, però, a 18 o 19 anni qualche giro lontano da casa l’hanno fatto tutti”, conclude.

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Una storia simile la racconta Matteo Brangi, commercialista di Brescia che ha passato il suo anno di servizio militare a Vittorio Veneto, nel 1987.

“Ho imparato solo che certe cose servono veramente a poco. L’esperienza in sé può essere piacevole per la vita comunitaria, ma in compenso ha maturato in me un’insofferenza nei confronti dell’autorità”, spiega Matteo, che all’epoca era soltanto un soldato semplice addetto all’amministrazione.

Raccontando la propria esperienza, ricorda: “Sostanzialmente il sistema era molto autoreferenziale, nella sostanza i militari di leva erano lì per giustificare il funzionamento di una struttura che altrimenti non serviva a nulla. Era una vita molto ripetitiva”.

Alberto e i compagni di Naja.

Una campana non molto diversa è quella suonata da Alberto Girardello, che oggi ha 47 anni e lavora in un laboratorio dentistico.

“Ho finito la scuola a giugno e a settembre mi è arrivata la cartolina che diceva che i primi di novembre dovevo partire. Dovevo fare il CAR a Como, per quattro settimane. È stato il mese più duro”, osserva, pensando a quel 1990 in cui è partito per la naja.

“Sei l’ultimo arrivato e i vecchi ti fanno fare tutti i lavori più schifosi: devi passare per l’intera caserma e svuotare i bidoni delle immondizie, pulire i bagni, le turche, le camerate, le cabine telefoniche, persino disinfettare le cornette. Facevi i letti anche ai vecchi: mica se lo rifacevano loro, la mattina”.

Durante il giorno, per il primo mese, imparavano a marciare, a camminare in riga, a sparare, smontare i fucili, caricare i proiettili. “Tutte quelle cose che poi non servono a niente ma fanno fare a tutti”, le chiama lui.

Una volta inviato all’Aeroporto Militare, comincia una vita noiosa, ripetitiva, come assistente sanitario in infermeria. Diventato caporale dopo il quinto mese, gli viene dato anche il compito di fare la guardia all’aeroporto, la notte.

Alberto nella divisa da militare.

“Non è mai venuto nessuno a toccare gli elicotteri, se non il comandante che controllava se le guardie stavano davvero girando o se si erano imboscate, soprattutto d’inverno quando faceva freddo e i soldati cercavano di tenersi al caldo in un cantuccio. D’inverno quando montavi di guardia ti davano un cordiale, ovvero una bustina con dentro del brandy, e un pezzettino di cioccolata, perché faceva freddo e non eri proprio super vestito. Oltre alla mimetica avevi solo un giubbotto con dentro del pelo, ma non teneva davvero caldo”.

Alberto ricorda ancora i casi di nonnismo, le botte tra “i vecchi” e “le burbe” quando i nuovi arrivati si rifiutavano di eseguire gli ordini, i lavori degradanti.

Circa nove anni dopo il suo anno di servizio militare, a Pisa, un giovane paracadutista siciliano di nome Emanuele Scieri morì in circostanze sospette.

Emanuele Scieri, giovane parà morto il 13 agosto 1999 nella caserma Gamerra di Pisa. Credits: Giornale di Sicilia

Questo caso e tanti altri infiammarono come mai prima l’opinione pubblica: c’erano stati troppi suicidi in caserma, troppo nonnismo.

Gli altri Paesi Occidentali, uno dopo l’altro, avevano sostituito la coscrizione obbligatoria con quella volontaria o avevano cominciato a offrire, in alternativa, il servizio civile. Nei bellicosi Stati Uniti era dalla fine della guerra del Vietnam che i giovani non vengono più chiamati alle armi.

D’altra parte, l’obiezione di coscienza era cresciuta esponenzialmente: resa legale solo nel 1997, era passata dai 16mila obiettori del 1990 ai 70mila del 1998.

C’era poi il problema economico che gravava sulle famiglie che vedevano i figli partire. Il ricorso alla coscrizione obbligatoria, infatti, pesava molto sulle risorse dei nuclei familiari dal reddito medio-basso, privandole di manodopera giovane che aiutasse a mantenere la famiglia.

Il servizio, d’altronde, toccava moltissimo anche le finanze pubbliche dell’Italia.

Tutto ciò fece sì che, nel novembre 2000, passasse una prima legge che gettava le basi per la riforma del servizio militare.

L’idea, poi messa in atto, era quella di non abolire definitivamente la coscrizione, ma di sospenderla e riattivarla soltanto in casi estremi, come di fronte a una guerra o a “una situazione di crisi di particolare rilevanza che richiedano interventi organici”.

Così, nell’agosto 2004, il servizio militare obbligatorio in Italia venne sospeso. L’ultimo scaglione di leva, formato dai nati nel 1985, ha giurato nel gennaio del 2005.

Nel resto d’Europa rimane soltanto in alcuni paesi: Polonia, Cipro, dove il servizio militare dura 25 mesi, Svezia e Norvegia, dove la leva militare in tempo di pace è in vigore anche per le donne, e la Grecia, la Danimarca, la Finlandia, l’Austria, la Germania e la Svizzera, dove i giovani possono scegliere il percorso alternativo del servizio civile per una durata che cambia da paese a paese. In Francia, il presidente Macron sta parlando di reintrodurla per ragazzi e ragazze.

Ma ha senso, oggi, pensare seriamente a una sua reintroduzione? Giorgio, Matteo e Alberto sono divisi al riguardo.

Un soldato pulisce la camerata. Credits: Archivio RCS.

Per il professore, la risposta è assolutamente negativa per diversi motivi: “Il primo sono i costi: quando c’era la naja c’era dietro tutto un apparato che si occupava di queste migliaia di militari. Oggi tutto quel personale non c’è più. Una buona parte delle caserme sono state chiuse e vendute, quindi ripristinare i luoghi non è una cosa così scontata”, dice.

“Poi sono cambiati completamente gli scenari educativi e sociali: io non oso immaginare che sorta di problemi si vivrebbero oggi all’interno delle caserme. Prova a immaginare cosa vuol dire oggi portare tutti quei cellulari in caserma”, continua. “Bisognerebbe pensare a un servizio diverso perché sennò oltre a far perdere tempo alle persone, crei degli sconquassi sociali”.

“I surrogati, come i servizi sociali, possono essere pensati, sì. Il problema è che dietro a un programma del genere ci deve stare un apparato che questa attività la porta avanti. Per seguire migliaia di ragazzi servono strutture, persone, e non poche”, conclude Giorgio.

Il commercialista bresciano ha una visione leggermente diversa.

“Secondo me reintrodurla così com’era strutturata allora non ha il minimo senso: era solo un sistema che serviva ad auto-alimentarsi e che probabilmente era molto molto costoso”, spiega in primo luogo.

Un’alternativa, dice, potrebbe essere quella di imporre un breve addestramento per imparare a usare le armi per ogni eventualità di tipo bellico.

“Magari potremmo istituire un addestramento breve con dei richiami periodici, cosa che però richiederebbe un sacrificio da parte di tutti nel prestarsi a quest’attività che non serve a niente e non servirà a nessuno in futuro”, ragiona.

La sala mensa di una caserma. Credits: Archivio RCS

Alberto, invece, pensa che a tanti ragazzi serva davvero andare via di casa per un periodo, “capire come funziona la vita, non dipendere più dalla mamma”.

“Ma un anno è un costo per la famiglia. Sei mesi di servizi utili sarebbero meglio, anche per le donne: pulire le strade, tirare su le cartacce, tagliare l’erba, raccogliere la sporcizia dai boschi e dalle spiagge, aiutare i disabili… l’importante è che stiano lontano da casa”, pensa lui.

Perché, a suo parere, serve: “Serve a staccare il cordone ombelicale da mamma e papà, a non rimanere per sempre attaccati a loro”.