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Chi è Paul J. Manafort, l’ex capo della campagna elettorale di Trump condannato per 8 capi di imputazione

Il lobbista è stato trovato colpevole in primo grado di 8 crimini, tra cui 5 legati alla frode fiscale

Immagine di copertina
Paul Manafort. Credits: AFP

Paul J. Manafort è un lobbista, consulente politico e avvocato statunitense che dal giugno all’agosto 2016 ha curato la campagna elettorale dell’allora candidato repubblicano alla presidenza Donald Trump.

In passato, il lobbista ha lavorato come consigliere anche per le campagne dei repubblicani Gerald Ford, Ronald Raegan, George H. W. Bush e Bob Dole.

Ha anche lavorato come lobbista per il presidente dell’ucraina Yanukovych, l’ex dittatore delle Filippine Ferdinand Marcos, l’ex dittatore dello Zaire Mobutu Sese Seko e il guerrigliero dell’Angola Jonas Savimbi.

Manafort è sotto investigazione dall’FBI fin dal 2014 per via degli affari fatti dall’avvocato mentre lavorava per Yanukovych, ma si è consegnato all’agenzia statunitense soltanto il 30 ottobre 2018, dopo essere stato messo in accusa dall’unità investigativa speciale guidata da Robert Mueller.

Il 21 agosto 2018, Manafort è stato trovato colpevole in primo grado davanti a un tribunale dell’Eastern District della Virginia di otto delle 18 accuse che pendevano su di lui.

Di queste otto accuse per le quali è stato giudicato colpevole, cinque hanno a che fare con la frode fiscale.

Le indagini su Paul J. Manafort: una cronologia

Manafort si era consegnato all’FBI nell’ottobre 2017 dopo essere stato accusato di frode fiscale.

Insieme a Manafort si era costituito anche Rick Gates, già suo vice ai tempi della campagna per l’attuale presidente degli Stati Uniti.

Tra i capi d’accusa per i due imputati ci sono quelli di cospirazione contro gli Usa, false attestazioni e riciclaggio di denaro.

L’arresto di Manafort rientra nell’ambito delle indagini relative al Russiagate, ovvero la sospetta interferenza russa nella campagna elettorale per le presidenziali statunitensi del 2016.

Manafort si era dimesso da direttore della campagna elettorale di Trump dopo essere stato accusato di aver ricevuto milioni di dollari in pagamenti illeciti da parte di un partito politico ucraino pro-Putin.

Le iscrizioni nel registro degli indagati avevano rappresentato una svolta decisiva nei lavori del procuratore speciale Robert Mueller, l’ex capo dell’FBI che dal 9 maggio 2017 coordina le indagini sulle sospette connessioni tra la squadra di Donald Trump e il Cremlino.

Procedendo con le indagini, a febbraio 2018 Mueller aveva preparato un dossier di 42 pagine contro Manafort e Rick Gates, da cui emergevano 32 nuovi capi d’accusa, che andavano dalla frode fiscale a quella bancaria, con 30 milioni di dollari riciclati, ma anche di cospirazione.

In tutto si tratta di 32 nuovi capi di imputazione che si aggiungono ai 12 capi d’imputazione depositati contro di loro lo scorso ottobre nell’ambito delle indagini sulle interferenze di Mosca nelle presidenziali, e che vanno dalla frode al riciclaggio di denaro.

Tra le 41 pagine del provvedimento di Mueller, si legge che Manafort e Gates tra il 2006 e il 2015 hanno agito come “agenti non registrati di un governo straniero e di partito politici stranieri”, in particolare “del governo e del presidente dell’Ucraina”.

I nuovi capi di imputazione che si aggiungevano ai 12 capi d’imputazione depositati contro di loro nell’ottobre 2017 nell’ambito delle indagini sulle interferenze di Mosca nelle presidenziali.

Tra le 41 pagine del provvedimento di Mueller, infatti, si legge che Manafort e Gates tra il 2006 e il 2015 hanno agito come “agenti non registrati di un governo straniero e di partito politici stranieri”, in particolare “del governo e del presidente dell’Ucraina”.

Ora, dopo la condanna del 21 agosto 2018, per il 69enne Manafort, sebbene la colpevolezza riguardi solo 8 dei 18 capi di accusa, perché sui restanti dieci non è stato raggiunto un verdetto, si profilano almeno 30 anni di carcere.

Leggi anche: A che punto è il Russiagate in attesa dell’interrogatorio di Trump, aggiornato al 25 gennaio 2018

Campagna regione lazio

Il prossimo processo contro Manafort comincerà a settembre 2018 alla corte distrettuale di Washington D.C..

La risposta di Donald Trump 

La condanna di Manafort “non ha nulla a che vedere con le collusioni”, ha tenuto a rimarcare Trump definendo l’ex capo della sua campagna elettorale “una brava persona” e il Russiagate “una caccia alle streghe. Dove sono le collusioni? Stanno ancora cercando collusioni”, ha osservato Trump.

Finora né la condanna di Manafort né l’ammissione di colpevolezza di Cohen hanno rilevanza ai fini dell’impeachment, ovvero la messa in stato di accusa del presidente.

Trump non ha escluso di poter concedere la grazia a Manafort sebbene la mossa potrebbe rivelarsi controproducente, soprattutto se lo facesse prima delle elezioni di medio termine in calendario a novembre.

“Non si azzardi a parlare di grazia per Paul Manafort o Michael Cohen”, è stato il monito del leader di minoranza al Senato, il democratico Charles Schumer.