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“Quando noi professori francesi usavamo la cultura come resistenza nella Sarajevo sotto assedio”
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Il quartiere di Grbavica, a Sarajevo, circa quattro mesi dopo la firma degli Accordi di Dayton, con il quale ebbe termine la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Credits: Wikimedia Commons

“Quando noi professori francesi usavamo la cultura come resistenza nella Sarajevo sotto assedio”

Gli sforzi di un professore francese per mantenere aperta l'Università di Sarajevo durante il più lungo assedio della storia contemporanea

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Il quartiere di Grbavica, a Sarajevo, circa quattro mesi dopo la firma degli Accordi di Dayton, con il quale ebbe termine la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Credits: Wikimedia Commons

Parigi, 1992. François Mitterrand festeggia un altro anno da presidente della Francia con una nuova crisi che sta inquietando i leader europei. La Repubblica Socialista Federale di Yugoslavia – una volta guidata da una parvenza di unità, ora orfana di un iconico leader – è strattonata da spinte nazionalistiche. Una maggioranza serba tiene a malapena insieme i frammenti del paese, mentre croati, sloveni e bosniaci cercano di divincolarsi.

Apertamente pro-serbo, come vuole la tradizione diplomatica francese, Mitterand sa che la dissoluzione della Yugoslavia potrebbe portare a grandi cambiamenti nell’arena europea. Dopotutto, una Slovenia, una Croazia o una Bosnia indipendente sono destinate a cadere in fretta nella sfera di influenza di una Germania riunificata da pochissimo.

Così, quando l’Armata Popolare Yugoslava – guidata da quei Karadžić, Mladić e Milošević che saranno poi accusati (e quasi tutti condannati) per crimini di guerra e contro l’umanità dal Tribunale penale internazionale per l’ex Yugoslavia – assedia Sarajevo nell’aprile del 1992, la sua scelta è semplice. Per molto tempo, la posizione ufficiale della Francia sarà di cieca imparzialità.

Ma, nella società civile francese, la guerra nei Balcani infiammava gli animi. Allarmati dalle notizie che arrivavano da Sarajevo, sempre più gruppi di cittadini sentivano la necessità di impegnarsi nel limite del possibile per aiutare le vittime delle truppe nazionaliste serbe.

Jean-Louis Fournel, all’epoca professore di Cultura del Rinascimento Italiano all’Université de Paris 8, è uno di loro.

Insieme all’amico e collega Pierre Bayard, Fournel decide di fondare un piccolo comitato nel 1993, a un anno dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, che sarà il più lungo della storia contemporanea. Il nome dell’associazione è Comité Paris 8 – ex Yougoslavie. Lo scopo è quello di agire al di fuori di una logica militare, muovendosi nel mondo che conoscevano meglio: quello accademico.

26 anni dopo, in un accogliente studio di Parigi est, circondati di libri e ricordi, Jean-Louis racconta quegli anni spesi a costruire legami tra la sua università e quella di Sarajevo.

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Il professor Jean-Louis Fournel nel suo studio di Parigi nella primavera 2018. Foto di Viola Stefanello.

L’attività del Comité Paris 8 – ex Yugoslavie comincia con dei piccoli, significativi gesti.

Inviavano libri a quell’università le cui classi e biblioteche erano state distrutte dalle bombe o erano diventate troppo pericolose.

Si abbonavano a riviste e pubblicazioni da far arrivare lì grazie ai militari francesi che facevano parte della United Nations Protection Force.

Organizzavano conferenze per sensibilizzare l’opinione pubblica e scrivevano lettere ai giornali nazionali per contrapporsi alla propaganda pro-serba.

Se dei colleghi dell’Università di Sarajevo riuscivano a raggiungere Parigi per qualche settimana, scappando attraverso il famoso tunnel che correva sotto la pista di atterraggio dell’Aeroporto della città aiutati dalle forze internazionali, il professor Fournel e i suoi amici si prodigavano per aiutarli a vivere decentemente nella costosa capitale francese per tutto il tempo che serviva loro per riposare gli occhi e la mente dalla guerra.

Poi arriva il momento che era stato il loro obiettivo principale fin dall’inizio: inviare dei professori in visita a Sarajevo.

“Sapevamo che una buona parte dei colleghi a Sarajevo erano andati via, erano stati uccisi…era una situazione tremenda”, ricorda Jean-Louis.

Inizialmente, il fine che avevano in mente era ambizioso: volevano coinvolgere professori francesi che insegnassero ogni materia offerta nell’università yugoslava. Con il passare del tempo avevano però dovuto ridimensionare le proprie aspettative, trovando infine professori interessati al progetto che insegnavano soprattutto, come il professor Fournel, letteratura e lingue straniere.

A motivarli era la necessità di spiegare che quella non era una guerra bilanciata. Che c’erano vittime e carnefici, al contrario di quanto sembrava pensare Mitterand .

“I valori difesi dagli uni non erano gli stessi difesi dagli altri. Uno degli strumenti dei nazionalisti serbi e croati era la pulizia etnica contro i bosniaci per l’omogeneizzazione delle popolazioni. Questo era completamente contrario ai valori in cui credevamo – ai valori della repubblica. Credo che uno dei motivi per cui migliaia di francesi, oltre a noi, hanno deciso di formare quella rete di gruppi di supporto alla Bosnia è che effettivamente migliaia di persone hanno capito che questa era una causa universale”, spiega il professore.

Avevano persino uno slogan: Là-bas, c’est ici. “Ciò che loro difendono lì, sono valori che noi difenderemmo qui”.

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Il professor Fournel mostra una foto degli anni ’90 in cui lui e un amico montano un cartello che legge “Sarajevo” a Parigi. Foto di Viola Stefanello.

La prima volta che Jean-Louis ha messo piede in una Bosnia tormentata dalla guerra era l’ottobre del 1994. A quel punto, gli abitanti di Sarajevo vivevano sotto assedio da 31 mesi – poco meno di mille giorni.

Mancava il gas, e per trovare dell’acqua potabile bisognava attraversare la città per chilometri con delle pesanti taniche sotto braccio.

Al professore era stato permesso di raggiungere Sarajevo su un volo militare francese che aveva accettato di portare con sé alcuni rappresentanti di ONG e associazioni francesi.

Nato nel 1959, Jean-Louis faceva parte di quella generazione di francesi che della guerra non aveva mai fatto esperienza diretta, nemmeno da bambino. Il ricordo del suo arrivo in città gli è rimasto impresso, in tutti questi anni: “Non dimenticherò mai il momento in cui siamo scesi dall’aereo… Ci avevano dato un casco ed un giubbotto antriproiettile e ci hanno detto ‘ora correte fino a quei sacchi di sabbia laggiù’, quelli che proteggevano l’ingresso dell’aeroporto. Fai così l’esperienza della guerra, della possibilità di essere ferito”.

Non c’è però eroismo nelle sue parole mentre ricorda quei tempi. Tutt’altro. Anche oggi è importantissimo, per lui, sottolineare quanto fossero consapevoli del fatto che avrebbero avuto, qualsiasi cosa accadesse, un posto su un volo diretto a casa una settimana dopo.

“Quando accettavano di portare i civili con i loro voli, erano i momenti che ritenevano più tranquilli – il che non significava che non ci fosse nessun pericolo. Ovviamente dovevi stare attento a dove attraversavi, stare lontano da certe zone, gli sniper continuavano a sparare”, ricorda.

La situazione, nella città, era straziante.

“C’era sicuramente una gran difficoltà ad organizzare qualsiasi cosa in una città assediata, in cui le persone non hanno soldi, non hanno da mangiare – o, più esattamente, hanno da mangiare ma soltanto della roba di scarto, cose indecenti che permettevano loro solo di non morire di fame”, dice il professor Fournel.

Ha ancora caro il ricordo delle persone straordinarie incontrate in una situazione di tale difficoltà: “Avevano una forza d’animo impressionante. Molto semplicemente, senza eroismo, senza lirismo, resistevano senza neanche chiamare questo ‘resistenza’. Era solo esistere, per loro, un altro giorno. Ma questo esistere diventava una resistenza, aveva un carico poetico, se non politico”.

La situazione, all’università, non era migliore. Dato che gran parte dei suoi edifici storici si trovavano nel centro della città, sulla linea di fronte, raggiungerli sotto i bombardamenti frequenti era fuori discussione.

“Gran parte dell’università era stata distrutta e quel che ne rimaneva dell’università ha potuto esistere con soluzioni molto pragmatiche: la gente faceva lezione in casa, in cantine, ritagliandosi spazi da una parte o dall’altra, in zone meno pericolose di altre”, chiarisce il professore.

Uno dei problemi principali erano i trasporti. Con l’assedio, autobus e tram avevano smesso di funzionare: un dilemma per una città, come Sarajevo, che si sviluppa tutta attorno a una lunga strada dritta, di 20 chilometri, che corre dall’aeroporto allo storico Bastione Giallo toccando tutti i monumenti più importanti sulla via. “Ho fatto lezione a delle studentesse che si erano fatte 5, 6 chilometri a piedi per ascoltare la lezione”, ricorda allora il professore.

E poi, ovviamente, c’era il freddo. Un freddo problematico per una città gelida com’è Sarajevo d’inverno, deprivata del gas necessario per riscaldarsi: “ricordo di aver fatto lezione in aule dove c’erano tra gli 0 e i 5 gradi. Non vivi la lezione allo stesso modo, in queste circostanze. Ogni quarto d’ora o venti minuti ti devi fermare, la gente deve andare a fumarsi una sigaretta, a battere i piedi per terra per riscaldarsi…”

Ciò che Jean-Louis riporta con sé a Parigi è una distinta consapevolezza dell’impatto del proprio lavoro, della sua importanza così come dei limiti.

Oggi spiega: “Allo stesso tempo, l’università è centrale e marginale. Centrale perché diventa simbolicamente una resistenza culturale, ma marginale perché ovviamente in una logica di guerra diventa un po’ irrisorio insegnare la letteratura francese del ‘700. Entrambe le visioni sono legittime, si incrociano, si intersecano e con questa convivenza devi fare i conti”.

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Un momento storico dell’assedio: il musicista bosniaco Vedran Smailović suona il violoncello tra le rovine della Biblioteca Nazionale di Sarajevo, nel 1992. Credits: Wikimedia Commons.

Negli anni, il professore ha avuto il tempo di dare un significato più profondo a ciò che insegnare a Sarajevo in quegli anni ha significato per lui. “Quando tocchi con mano questo tipo di esperienza, la scala delle tue priorità nella vita viene sconvolta. Alcune cose che ti sembravano fondamentali nella tua esistenza diventano secondarie. Ti sembrano irrisorie,” dice.

Si ferma un momento a riflettere. Poi aggiunge: “Non a caso, questa guerra ha riorganizzato completamente la mia vita”.

Jean-Louis è tornato a Sarajevo altre due volte durante la guerra: nell’ottobre del 1994 e a cavallo tra il novembre e il dicembre 1995. Era lì quando sono stati firmati gli Accordi di Dayton, il trattato di pace che ha messo la parola fine al capitolo bosniaco delle guerre balcaniche.

Quell’accordo ha forgiato le complesse istituzioni che ancora oggi governano la Bosnia-Erzegovina. Nei suoi ricordi, però, l’atmosfera non è festiva: “Non è stato vissuto con gioia e neppure con un senso di vittoria. Voleva soltanto dire che le cose potevano tornare alla normalità”, spiega.

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Sarajevo oggi. Credits: Wikimedia Commons

Ha rivisto la Bosnia-Erzegovina tante volte, dopo quel trattato. A un certo punto, i rapporti tra la sua università e quella di Sarajevo hanno smesso di essere straordinari e cominciano a rientrare in quei programmi Tempus e Erasmus che legano le università di tutta Europa.

Oggi, tanti dei professori che insegnano francese e italiano nella capitale bosniaca sono le stesse persone che Jean-Louis e i suoi colleghi hanno aiutato a formare durante quello che la storia contemporanea ricorda come il suo più lungo assedio. Ma, paradossalmente, i contatti sono più difficili ora di quanto lo fossero negli anni ’90.

L’ultima volta che è tornato nella città che gli ha cambiato la vita, era il febbraio 2018.

Ora, la città è stata ricostruita e si vende come “la Gerusalemme d’Europa”: un posto dove fedi e culture si incontrano – dove si sono sempre incontrate. L’economia bosniaca fatica a sbocciare, le istituzioni nate dall’Accordo di Dayton sono confusionarie e sono in tanti a soffrire di Yugonostalgia, il desiderio di tornare ai tempi di Tito e del comunismo.

Jean-Louis, quella volta, ha portato con sé il figlio di 17 anni. Il ragazzo stava preparando un progetto scolastico proprio sull’assedio e gli aveva chiesto di poter vedere la città con i propri occhi.

“L’ha vissuta come la chiusura di un cerchio”, dice Fournel.

Quello che gli rimane, adesso, è la sensazione di fare quello che andava fatto in una situazione come quella in cui si trovava Sarajevo. “Ovviamente, fino a un certo punto, sono consapevole del fatto che la narrativa che abbiamo costruito attorno a questa cultura come forma di resistenza era essa stessa una forma di contro-propaganda. Ma nonostante questo, a Sarajevo la cultura ha veramente giocato il suo ruolo, durante la guerra”.

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