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La storia della spia irachena che si è infiltrata nell’ISIS

Il capitano Harith al Sudani ha vissuto tra gli accampamenti dello Stato Islamico per 16 mesi

Immagine di copertina
Un soldato iracheno durante un'operazione militare contro lo Stato Islamico a Ramadi nel 2015. Credits: AFP.

Il capitano Harith al Sudani era un’agente speciale 38enne di una sconosciuta unità d’élite anti-terrorismo dell’Iraq: Al Suquor, i Falcons.

Per 16 mesi ha lavorato sotto copertura nello Stato Islamico (ISIS), aiutando a sventare una cinquantina di attentati e attacchi suicidi attorno a Baghdad.

Al Sudani, infatti, per mesi e mesi ha fatto l’autista per decine di attentati organizzati dall’ISIS, accompagnando talvolta aspiranti suicidi verso il luogo dove dovevano farsi esplodere, ma riuscendo sempre a sventare gli attentati. Fino a quando non è stata sfortunatamente scoperto, scomparendo nel nulla.

Ex informatico, al Sudani oggi viene considerato una delle più grandi spie che l’Iraq abbia mai conosciuto: la sua storia l’ha raccontata la corrispondente da Baghdad del New York Times Margaret Coker.

Coker ha intervistato familiari e agenti della squadra Falcons e ha avuto anche l’opportunità di vedere molto del materiale inviato da al Sudani mentre era sotto copertura.

Così, scopriamo che questa astuta spia irachena era diventata un agente segreto piuttosto tardi, dopo diversi anni passati tra donne e frivolezze.

Dopo un ultimatum ricevuto dal padre, il severo proprietario di una copisteria di Baghdad, decide di cedere a un matrimonio combinato e di ricominciare a studiare, imparando l’inglese e il russo e diventando un esperto informatico nel campo dei sistemi di sorveglianza in una società petrolifera irachena.

“Non erano in molti a pensare che avesse l’audacia e l’ambizione per essere una spia”, scrive il New York Times. Eppure, tutto cambia quando il fratello minore di al Sudani, Munaf, gli parla dei Falcons: un’unità di élite ideata da Abu Ali al Basri, direttore dell’intelligence dell’ufficio del primo ministro iracheno.

La missione: identificare e colpire i membri dei gruppi terroristici operanti in Iraq. Nome in codice: Al Suqor, i falchi.

Il fratello di al Sudani lavorava già per l’unità e ne era entusiasta: così, Harith decide di proporsi e viene inizialmente messo a monitorare il traffico internet e intercettare le chiamate dei sospettati di terrorismo.

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Il capitano al Sudani in una foto fornita al New York Times dalla famiglia dell’uomo.

All’arrivo dell’ISIS, nell’estate 2014, tutto cambia: mentre lo Stato Islamico avanza velocemente in molte aree dell’Iraq e conquista città importanti come Mosul e Fallujah, ai Falcons viene dato un nuovo obiettivo: infiltrare il gruppo terroristico e boicottarlo dall’interno.

Harith al Sudani si offre di andare sotto copertura e attraversa un periodo di duro addestramento, militare ma anche religioso: dovendosi spacciare per sunnita pur essendo sciita, deve imparare nuovi rituali, preghiere e versi del Corano.

La sua nuova identità è Abu Suhaib, un disoccupato del quartiere a prevalenza sunnita di Baghdad interessato a unirsi all’ISIS. Il reclutamento ha successo e il capitano Harith diventa ufficialmente un jihadista, assegnato al settore delle missioni suicide a Baghdad.

Il suo lavoro è quello di guidare i furgoni pieni di esplosivi, superando i checkpoint attorno alla città e arrivando al punto prescelto. È un compito pericoloso: rischia di saltare in aria costantemente per via del carico esplosivo del suo furgone, ma anche che la sua vera identità venga scoperta.

Infatti, al contempo la spia comunica costantemente con i Falcons, a cui dice qual è il punto concordato dall’ISIS per l’esplosione in modo che le bombe vengano disinnescate e gli attentatori arrestati o uccisi.

Per non far insospettire i leader dello Stato Islamico, la squadra d’élite diffonde notizie false comunicando la morte di decine di persone anche quando le bombe venivano disinnescate in tempo.

Con questo metodo, i Falcons riescono a sventare circa cinquanta attentati.

Il capitano viene però scoperto per aver visitato velocemente la famiglia durante una delle sue missioni: i suoi cari erano inquieti e non sapevano del suo lavoro di spia, quindi non capivano il motivo della sua assenza continuata.

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Mentre torna verso casa, un comandante dell’ISIS chiama al Sudani e gli chiede dove si trova: lui mente e viene scoperto, dato che il comandante lo stava in realtà geolocalizzando con il GPS del telefono. Inizialmente sembra che l’incidente non abbia conseguenze, ma in realtà l’uomo viene messo sotto sorveglianza.

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Un murales dedicato a al Sudani a Baghdad. Credits: Ivor Prickett per The New York Times.

Pochi mesi dopo, verso la fine del 2016, la spia viene incaricata di occuparsi di un grande attentato previsto per Capodanno: al Sudani chiama i Falcons come da accordi e viene scoperto: l’ISIS aveva infatti messo delle microspie a bordo del suo furgone per controllarlo.

La bomba viene disinnescata e i media iracheni danno la notizia che il furgone è esploso fuori da un cinema, senza feriti.

Qualche giorno dopo, nel gennaio 2017, si perdono le sue notizie. Le ultime cose che i Falcons sanno è che il capitano è stato inviato in una fattoria poco lontano da Tarmiya: un posto isolato, con scarse vie di fuga.

Da lì, si perdono i contatti con Sudani: poco tempo dopo i Falcons scopriranno le microspie nascoste dall’ISIS nel furgone usato dalla loro spia e capiranno che il loro uomo è stato scoperto.

In un video dell’agosto 2017, in cui lo Stato Islamico mostra l’uccisione di diversi prigionieri bendati, la squadra riconosce il loro collega, ma il suo corpo non è mai stato trovato.

“Ho una ferita nel cuore”, ha commentato il padre. “È vissuto e morto per il suo Paese. La nazione dovrebbe averlo a cuore, come faccio io”.