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Come LeBron James è diventato l’icona della lotta per i diritti degli afroamericani

Parallelamente alla carriera da cestista, il campione dell'Nba ha portato avanti il suo attivismo politico contro le violenze razziali, in crescita nell'era Trump

Immagine di copertina
LeBron James. Credit: Getty

Ha scritto la storia della pallacanestro e può essere considerato uno dei migliori cestisti di tutti i tempi.

Ma LeBron James è molto più di una leggenda vivente della Nba. Accanto alle soddisfazioni sportive che costellano la sua carriera, il 33enne si è sempre distinto per il suo attivismo politico. Mentre scalava la vetta del basket, gli Stati Uniti tornavano a fare i conti con la violenza nei confronti degli afroamericani.

L’escalation di episodi violenti perpetrati sempre più spesso ai danni di giovani afroamericani ha visto James sposare la causa contro le discriminazioni razziali nei panni di uno dei più famosi uomini afro degli Stati Uniti. Come scrive Vox, LeBron James con tutta probabilità è l’atleta socialmente e politicamente più influente dai tempi di Muhammed Ali.

James non ha mai nascosto la sua insofferenza nei confronti di Trump. Il ruolo sociale della stella dell’Nba ha fatto sì che lo sportivo venisse sempre più di frequente interpellato non soltanto per la pallacanestro. Sempre più spesso, al centro delle interviste di James finiscono, infatti, politica di Trump e questione razziale.

L’ultimo scontro

L’ultimo scontro col presidente risale a sabato 4 agosto, quando in un’intervista alla CNN, il cestista dei Lakers è tornato a sfidare il tycoon. “Non mi sederei mai di fronte a Trump”, ha risposto James al giornalista che gli chiedeva che cosa avrebbe detto al presidente se si fosse seduto davanti a lui.

Ma non solo. In quest’occasione, la star della pallacanestro ha attaccato duramente il presidente accusandolo di alimentare il razzismo negli Stati Uniti: secondo James, Trump starebbe “in qualche modo tentando di dividerci, è qualcosa che non posso tollerare”.

“Penso che il razzismo sia sempre stato presente. Ma credo che il presidente in carica abbia dato legittimazione alla gente, ora a loro non importa più, te lo sbattono in faccia”. Nessun dubbio per James: il tycoon è responsabile del clima di odio razziale tornato a imperversare negli Stati Uniti.

Ma la risposta del presidente non è tardata ad arrivare. Piccato, in un tweet, Trump ha insultato tanto il campione quanto il giornalista della CNN: “LeBron James è stato intervistato dal più stupido degli uomini in televisione, Don Lemon. Ha fatto sembrare James intelligente, cosa non semplice da fare. A me piace Mike (Jordan, ndr)!”.

Una questione controversa che ha suscitato l’attenzione dei media anche per la reazione della first lady: Melania Trump si è infatti schierata dalla parte di James. Contro il marito. Attraverso una dichiarazione della sua portavoce alla Cbs, Melania Trump, dopo che il presidente aveva deriso l’intelligenza della stella Nba, ha invece elogiato James per il suo impegno con i bambini, rendendosi addirittura disponibile a visitare la scuola che il cestista ha fondato nella sua città natale, Akron, nell’Ohio.

Star indiscussa e punto di riferimento nel sociale, LeBron James ha saputo sfruttare la sua indiscutibile popolarità a livello mondiale per farsi voce del mondo afroamericano.

James è ancora all’apice della sua carriera sportiva e lo dimostra ogni volta che scende in campo, ma la sua storia va ben oltre lo sport.

Il “Prescelto” e la sfida con Jordan

È il “Prescelto”, LeBron James. E lo è da quando è un bambino. Nato in Ohio, già da giovanissimo era chiaro che sarebbe diventato una star del basket. Quello di James era un talento di pochi e, infatti, a diciotto anni, nel 2003, veniva scelto dai Cleveland Cavaliers.

Quindici anni di carriera durante i quali James vince tre titoli NBA. Per tre volte viene nominato MVP (Most valuable player) delle Finali Nba e con gli Stati Uniti porta a casa anche due medaglie  d’oro olimpiche.

LeBron James, St. Vincent-St. Mary in 1999-2000. Credit: Getty

Come ha scritto Barry Petchesky di Deadspin, James è quello sportivo per il quale “tutti hanno predetto la grandezza storica”, ma la stella da poco passata ai Los Angeles Lakers è andata oltre, riuscendo a superare ogni previsione.

Tanto che tifosi ed esperti hanno iniziato a chiedersi se non sia addirittura migliore della stella di tutte le stelle del basket, Michael Jordan, il sei volte campione negli anni Novanta con la maglia dei Chicago Bulls, fino ad ora universalmente riconosciuto come il miglior giocatore di basket di tutti i tempi.

È una questione di gusti, ma anche di tempo. Jordan ha disputato il doppio dei campionati e non ha mai perso una finale NBA; le squadre di LeBron hanno partecipato a sette finali consecutive, perdendone quattro.

LeBron James durante una partita contro i New Orleans Pelicans a Cleveland, 30 marzo 2018. Credit: Getty

Fuori dal campo, l’ingiustizia razziale e l’azione politica

Ma James fa canestro anche fuori dal campo. Nel tempo, la star dei Lakers è diventato un atleta sempre più attivo politicamente. Al centro della sua attività, l’ingiustizia razziale e la violenza contro i giovani neri. Nel 2012, James e i suoi compagni di squadra del Miami Heat indossarono le felpe con il cappuccio come protesta silenziosa contro l’uccisione del giovane Trayvon Martin.

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Nel 2014, il campione ha chiesto che il proprietario di Los Angeles Clippers, Donald Sterling, fosse cacciato dalla Lega per alcuni commenti razzisti. Nello stesso anno, James e alcuni dei suoi compagni di squadra dei Cavaliers durante il riscaldamento hanno indossato delle magliette con la scritta “I Can not Breathe”, per protestare contro la morte di Eric Garner, ucciso da un poliziotto di New York.

Ai premi ESPY 2016 – gli “Oscar” dello sport – James è salito sul palco con alcune delle più grandi stelle della NBA – Chris Paul, Carmelo Anthony e Dwyane Wade – e ha lanciato un messaggio importante ancora una volta contro l’odio razziale. James ha chiuso il discorso ricordando Muhammed Ali, probabilmente l’atleta più schierato politicamente di tutti i tempi.

“Stasera onoriamo Muhammad Ali. Ma per rendere giustizia alla sua eredità, lanciamo questo momento come una richiamo all’azione rivolto a tutti gli atleti professionisti per educare noi stessi, approfondire questi problemi, parlare, usare la nostra influenza, contrastare tutte le violenze e, soprattutto, tornare alle nostre comunità, spendere il ​​nostro tempo, le nostre risorse, per ricostruirle, rafforzarle, cambiarle. Tutti dobbiamo fare di più, dobbiamo fare meglio”.

Nell’era di Trump, l’azione politica di James è andata intensificandosi. Dopo che i nazionalisti bianchi hanno marciato per le strade di Charlottesville, in Virginia, la scorsa estate, James ha puntato il dito contro Trump, che in qualche modo aveva giustificato quel momento sostenendo che vi fosse stata violenza “da diverse parti”. Una vera e propria tolleranza nei confronti dei razzisti, imperdonabile per Lebron.

James e Curry contro Trump

L’ennesimo affondo di James al presidente repubblicano è arrivato poche settimane dopo. LeBron James ha preso le difese di Steph Curry, il giocatore Warriors, uno dei suoi più grandi rivali in campo, dopo che il presidente ha criticato Curry per la sua riluttanza ad accettare un invito alla Casa Bianca, in occasione della vittoria della finale Nba.

Lebron James e Stephen Curry, le stelle di Cleveland e Golden State, le due finaliste, annunciavano che nessuna delle due squadre sarebbe andata alla Casa Bianca da Trump, a prescindere da chi avrebbe vinto il titolo.

La risposta di Trump a Curry era stata immediata: “Andare alla Casa Bianca è un grande onore per le squadre campioni. Stephen Curry esita, l’invito è annullato”. James per tutta risposta aveva detto che andare alla Casa Bianca era stato un onore “prima che arrivasse lei”: “Curry aveva già detto che non sarebbe venuto, quindi non c’è nessun invito da ritirare”, chiosava la star allora in forza ai Cleveland Cavs.

Quel tweet di James aveva scosso l’opinione pubblica ed era diventato la prima pagina del New York Times.

Le critiche e gli attacchi

Essere uno degli uomini di colore più influenti degli Stati Uniti, per di più impegnato nella lotta alla disuguaglianza razziale, significa automaticamente diventare bersaglio di critiche e attacchi.

“Non importa quanti soldi hai, non importa quanto tu sia famoso, non importa quante persone ti ammirano, essere neri negli Stati Uniti è difficile”, ha detto James. “Abbiamo ancora una lunga strada da percorrere davanti a noi come società, come afroamericani, finché non ci sentiremo uguali agli altri”.

Lo scorso febbraio, invece, la star dell’Nba è diventata oggetto di pesanti critiche razziste da parte di una giornalista di Fox News, Laura Ingraham. La giornalista ha attaccato James per le sue critiche a Trump.

La star dei Lakers, insieme al giocatore Kevin Durant, aveva iniziato a parlare dei problemi sociali che attanagliano il Paese: “È ridicolo e spaventoso”, aveva detto James riferendosi alle uscite di Trump. Poi aveva parlato dell’episodio di razzismo di cui era stato vittima, quando sul cancello della sua casa a Los Angeles era comparsa una scritta razzista.

“Sono un uomo di colore con tanti soldi – aveva detto James – Avere una casa in California e vedersi quella scritta sul cancello mi fa capire che ho ancora molto lavoro da fare”.

“Non importa quanto lontano sei arrivato, quanto denaro hai guadagnato o come vivi il tuo essere un uomo o una donna afro: troveranno sempre un modo per farti capire che vali meno di loro”, aveva detto ancora James.

Parole molto apprezzate dalla comunità afroamericana – e non solo – che, però, non sono piaciute a Trump e al suo entourage. Per tutta risposa, la giornalista dell’emittente televisiva cara al presidente degli Stati Uniti ha invitato LeBron James a limitarsi a parlare di sport e lasciare i commenti politici a chi di dovere: “Zitto e palleggia”, aveva detto Laura Ingraham.

Lui, superiore, come sempre, aveva risposto che quelle parole non avevano fatto altro che accrescere la sua consapevolezza. Poi una foto su Instagram: “I’m more then an athlete”. E sì, lui è molto più di un atleta. Lui è LeBron James, oltre la leggenda dell’Nba.

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