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“Camminando tra le macerie del terremoto delle Marche mi è sembrato di tornare ad Aleppo”
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Una casa semidistrutta a Visso, in provincia di Macerata. Credit: Asmae Dachan

“Camminando tra le macerie del terremoto delle Marche mi è sembrato di tornare ad Aleppo”

Chiavi di case che non esistono più, voglia di preservare la memoria, ma anche di ricominciare. A due anni dal sisma nel Centro Italia, il tempo sembra essersi fermato, ma la gente, qui come in Siria, vorrebbe tornare a vivere

04 Ago. 2018
terremoto Marche
Una casa semidistrutta a Visso, in provincia di Macerata. Credit: Asmae Dachan

Comincio a pensare che la mia fotocamera abbia un’anima quando la vedo in difficoltà a mettere a fuoco di fronte a quello scenario desolante, quasi avesse pudore a immortalare le macerie provocate dal terremoto del 2016.

Perché quei detriti sono stati case, chiese, scuole, negozi. Sono stati luoghi vissuti e pieni di storia, e immortalarli è quasi una violazione, anche se l’intento è puramente documentaristico.

È un imbarazzo che ho già provato in passato: al collo avevo una fotocamera compatta, di quelle facili da nascondere perché non si doveva dare nell’occhio e bisognava fare tutto in fretta, prima che ricominciassero i bombardamenti o ci vedesse qualche cecchino.

Tra le strade di Aleppo, già deformate dalle violenze, su cui negli anni successivi al mio ultimo viaggio si è abbattuta una furia assai peggiore, tendevo ad abbassare lo sguardo vedendo case squarciate, dove l’intimità delle famiglie, ormai spirate o fuggite, era stata violata per sempre.

Tutti potevano guardare dentro: quei divani, quei letti, quegli armadi aperti, quelle tavole apparecchiate, quegli stendini con la biancheria, quei quadri pericolanti raccontavano la storia di un’umanità violata dalla furia di una guerra che ancora perdura. Perché quello che è successo e sta succedendo in Siria non finirà con l’ultima bomba.

Ci sono migliaia di prigionieri nelle carceri che subiscono tortura e che non possono essere dimenticati, migliaia di desaparecidos le cui famiglie chiedono verità e giustizia, oltre mezzo milione di vittime, milioni di profughi e sfollati. Ci sono colpevoli che dovrebbero comparire di fronte al tribunale internazionale dell’Aia. Non ci sono vincitori, né vinti; ne esce sconfitta e scalfita la nostra stessa umanità.

Aleppo ricerca corpi

Aleppo, Siria. Credit: Asmae Dachan

Quella volta ho scattato tante foto, ma molte non le ho mai mostrate. Restano con me, a ricomporre puzzle di quella che dovrebbe essere anche la mia storia e che infiniti orrori stanno cancellando. Ho imparato che il passato si custodisce, non si rinnega e non si dimentica. Lo insegnano tutte le popolazioni che vedono la propria storia minacciata.

Oggi Aleppo è lontana, sono nelle Marche.

Il cielo è plumbeo, sulla spalla ho una fotocamera professionale, non ho fretta perché non ci sono bombe su queste macerie. Qui la morte e la distruzione non sono piovute dal cielo, ma dalle viscere della terra.

A farmi da Cicerone c’è Alessandra Antonini, una ventenne figlia della città di Visso, che ne è diventata il simbolo.

Piove come se fosse novembre, ma siamo in piena estate. Alessandra, come me, odia gli ombrelli e così ci bagniamo entrambe, ma non importa, mi basta asciugare ogni tanto quel timido obiettivo. Mentre mi guida nella sua Visso, che un tempo era un borgo incantevole sui Sibillini, traspaiono il suo orgoglio e la sua voglia di vivere.

Prima di portarmi a vedere cosa è cambiato da quel fatidico 26 ottobre 2016, mi invita a prendere un caffè e farmi conoscere la sua famiglia. “Ti faccio vedere la mia casetta di polistirolo”, dice con un velo di ironia che non cela il suo dolore.

Alessandra Antonini, la “guida” di Asmae tra le macerie di Visso

La madre ci accoglie con un sorriso e ci offre un caffè come se fossimo nella sua vera casa, con ospitalità e riguardo. Non si sa quanto tempo questa famiglia e le altre famiglie di Visso e delle altre località terremotate dovranno restare nelle soluzioni abitative d’emergenza, le cosiddette sae, ma nessuno sembra particolarmente ottimista. Si parla di ricostruzione, ma la faglia è proprio qui.

C’è un senso di precarietà e di incertezza che avevo visto negli occhi delle famiglie siriane sfollate che si erano sistemate in tendopoli o rifugi di fortuna senza nessun comfort. Come se tutti, vittime di guerra e vittime di terremoto, dovessero in qualche modo pagare l’onore dei essere dei sopravvissuti.

A Visso, denominata “la perla dei Sibillini”, al posto dei turisti che un tempo animavano le stradine e le piazzette ci sono decine di operai che lavorano per rimuovere le macerie. Le case del centro storico sono inagibili, molte dovranno essere demolite.

Alessandra mi mostra quello che era il bar dove andava con gli amici, quella che era la sua scuola, quella che era la pasticceria, la chiesa. L’obiettivo della Nikon risponde malvolentieri al mio dito, memore di quando a Visso si respirava un’aria meravigliosa. Altri scatti, altri tempi.

Qui c’era un museo che conservava i manoscritti di Giacomo Leopardi, ora trasferiti a Bologna e si teneva, tra le tante iniziative, L’infinito festival. Ora di infinito c’è solo il tempo dell’attesa, l’attesa di tornare alla normalità.

“Ci siamo resi conto che dovevamo ripartire da zero dalla mattina dopo”, racconta Alessandra mentre la pioggia continua a scendere. “Se prima i giovani si allontanavano dal borgo per cercare più opportunità di lavoro, ora è anche peggio, ma noi amiamo questo territorio e vogliamo restare”.

Per difendere le sue radici Alessandra ha cominciato, all’indomani del sisma, a scrivere sui social, a denunciare la loro situazione, a raccontare come si sopravvive a un terremoto che ha danneggiato in modo irreversibile la sua casa, che ha cambiato la vita di intere comunità. Il suo coraggio e la dignità con cui lotta non sono passate inosservate e in molti l’hanno contattata.

Una parete della casa di Alessandra Antonini. Credit: Asmae Dachan

Tra loro il giornalista e regista Luca Pagliari, che ha realizzato un docufilm di cui proprio Alessandra è protagonista. “Non è un lavoro sul terremoto, ma sulla capacità di rialzarsi e partire”, racconta Pagliari, che insieme ad Alessandra ha dato vita al comitato “Vita di Paese”, che aiuta concretamente le persone colpite dal sisma.

Mi vengono in mente i Comitati di Coordinamento Locale che sono nati in Siria, nei vari quartieri colpiti dai bombardamenti per mettere in moto una catena di solidarietà, e che hanno creato negli anni forme di autogoverno.

Alessandra invece, che nella sua camera ha una parete chiamata “muro della memoria” dove stampa tutti gli articoli che vengono pubblicati sulle sue iniziative e le locandine degli eventi di cui è stata protagonista, mi ricorda le tante ragazze e i tanti ragazzi siriani che sono diventati citizen journalist per squarciare il velo di silenzio su quanto stavano subendo e raccontare anche la loro verità.

La resilienza dei giovani abbatte le distanze geografiche. Sembra un’unica onda di coraggio e voglia di rinascere, che sfida i tanti interrogativi e le incertezze, i grovigli della politica e della burocrazia.

Entriamo in punta di piedi nel cortile che porta a quella che è stata la dimora di Alessandra e della sua famiglia. L’immobile non è crollato, ma è pericolante e andrà demolito. Alessandra conserva le chiavi e le tiene strette in mano. Le chiavi di una casa dove non tornerà mai più.

Mi mostra quel che resta della sua camera, con un poster del suo idolo Zanetti ancora appeso alla parete squarciata.

Anche molte donne di Aleppo, incontrate nei campi profughi o in baracche di fortuna, mi hanno spesso mostrato le chiavi delle loro case, conservate come cimeli, anche quando le case non esistevano più ed era impossibile farvi ritorno. Si dovrebbe creare un museo internazionale con le chiavi che non apriranno più nessuna casa, ma che sembrano tenere ancora aperta la porta della memoria, che nessuno vuole consegnare all’oblio.

L’interno di una casa distrutta dalla guerra, ad Aleppo. Credit: Asmae Dachan

L’ultima stanza in cui entriamo, mentre Alessandra mi esorta a fotografare cogliendo tutto il mio imbarazzo nel farlo, è la sala da pranzo. I piedi si muovono incerti tra alcuni detriti e gli oggetti rimasti nella casa, che è ormai impossibile portare via.

Su una delle pareti è rimasto appeso un calendario, i cui fogli si sono incurvati a causa della pioggia che ormai si infiltra da tutte le parti. È fermo a ottobre del 2016. Come l’orologio di Amatrice, dove andrò nel giorni successivi, immobile alle 3:36 del 24 agosto di quello stesso terribile anno. Come le date impresse nella memoria dei civili siriani; il giorno in cui hanno perso un caro o sono dovuti fuggire.

Torno a casa guidando piano, ricordandomi di quel passo lento con cui avevo attraversato la frontiera siriana, con tanti pensieri e tante emozioni da mettere in ordine, prima di tornare alla normalità. Nella fotocamera e nel cuore frammenti di un racconto da scrivere.

Visso, provincia di Macerata, due anni dopo il terremoto. Credit: Asmae Dachan

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