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“Noi, soldati italiani, fieri di difendere i più deboli e servire il bene comune”
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Un momento della cerimonia di giuramento.

“Noi, soldati italiani, fieri di difendere i più deboli e servire il bene comune”

Il giuramento dei 380 giovani militari del 235esimo Reggimento Rav-Piceno

31 Lug. 2018
soldati italiani
Un momento della cerimonia di giuramento.

Qualche nuvola in cielo e un bel vento che accarezza le bandiere, quella della Repubblica, e quella del 235esimo Reggimento addestramento volontari Rav-Piceno, mostrandole in tutta la loro fierezza. Ad Ascoli Piceno è una giornata di grande attesa per trecentottanta militari, tra cui sessanta donne, pronti per la cerimonia di giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana.

L’emozione e la fierezza dei familiari sugli spalti è visibile. A quattordici anni dall’abolizione della leva obbligatoria, questi volontari rappresentano una dedizione alla patria e al suo servizio che non conosce crisi e che non può che suscitare orgoglio.

La fase si addestramento basico presso il 235esimo Rav Piceno ha una durata di undici settimane ed è suddivisa in due moduli: quello base, di sette settimane, al termine del quale si presta il giuramento, e quello avanzato di quattro settimane.

Concluso l’addestramento, i volontari vengono trasferiti ai reparti o enti di impiego, potendo così concorrere per l’immissione nella forza quadriennale Vfp4 delle forze armate o nelle carriere iniziali delle forze di Polizia. Questo primo passo rappresenta quindi una tappa decisiva per chi vuole intraprendere la carriera militare.

Il reggimento si schiera in file ordinate e la cerimonia ha inizio a suon di tamburi rullanti. Entrano i labari delle associazioni combattentistiche e d’arma e si procede con gli onori dei gonfaloni del Comune e della Provincia di Ascoli Piceno e gli onori alla bandiera di guerra del 235esimo Rav-Piceno e alla massima autorità.

La cerimonia si svolge secondo un protocollo rigoroso, ma non senza emozioni. Nel corso della cerimonia viene rivolto un omaggio al bersagliere Fedele Caretti, scelto come mentore del blocco, Medaglia d’oro al valor militare, spirato il 20 maggio 1918 a Testa di Ponte di Capo Sile a seguito di una gravissima ferita.

Nella sua allocuzione il comandante di reggimento, colonnello Fabrizio Pianese, ricorda ai soldati che lui stesso ha contribuito a formare che “nessun contratto di lavoro richiede l’estremo sacrificio”. “Ed è proprio questo che rende la nostra professione unica e i nostri caduti degli eroi”, sottolinea.

Il pluridecorato colonnello esorta poi i militari a fare in modo che “il giuramento sia un fondamento etico e morale e che sappia orientarli sulla via del dovere anche nelle situazioni più difficili”.

Poi aggiunge: “Vi ho sempre detto che un vero soldato deve saper mantenere il controllo delle proprie emozioni, ma oggi chiuderò un occhio. Gridate lo giuro con tutta la voce che avete e lasciate che i vostri occhi si riempiano di lacrime. Fate in modo che tutti i presenti si commuovano e provino le vostre stesse emozioni”.

Così è, per tutti, anche quando è intonato l’inno di Mameli, cantato a pieni polmoni.

L’ambiente è quello militare, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si parla di guerra, bensì di pace.

È il generale di brigata Giuseppe Faraglia, comandante del centro addestramento volontari di stanza a Capua (Ce), con un lodevole elenco di encomi, elogi e onoreficenze per tutte le sue missioni e qualifiche, che nella sua allocuzione ricorda ai soldati che il loro compito fondamentale è “operare con tenacia per il bene comune, difendendo con trasparenza e determinazione libertà, pace e giustizia, contrastando con efficacia e coraggio chi minaccia il vivere civile e la pacifica convivenza dei popoli”.

Sono parole toccanti che permettono di comprendere meglio la logica, il sentimento e i valori di chi indossa una divisa.

“Vi è nobiltà e onore nel battersi per il bene comune, in difesa dei deboli, contro prepotenti e approfittatori della libertà altrui”, aggiunge il generale Faraglia, che conclude dicendo: “Se c’è una ragion d’essere per una società democratica e pacifica come la nostra nell’avere soldati in armi è quello di farci trovare pronti quando serviamo, dimostrando di essere capaci e coraggiosi, di saper agire con onore contribuendo in maniera tangibile al successo della buona causa”.

Si rompono le righe, la cerimonia si conclude con lo stesso rigore con cui è iniziata e le grandi bandiere continuano a sventolare piene di un rinnovato orgoglio.

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