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Egitto, tribunale del Cairo condanna a morte 75 manifestanti: il più alto numero in un solo processo

Il verdetto è arrivato dopo un procedimento durato due anni e colpisce quelli che sono stati individuati come i responsabili delle violenze compiute durante lo sgombero del sit-in pro-Morsi del 2013

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Sabato 28 luglio, 75 islamisti, tra cui molti leader dei Fratelli Musulmani, sono stati condannati a morte da tribunale del Cairo. È il più alto numero di condanne a morte in un solo processo.

Il verdetto è arrivato dopo un procedimento durato due anni e colpisce quelli che sono stati individuati come i responsabili delle violenze compiute durante lo sgombero del sit-in in favore di Morsi del 2013.

In tutto gli imputati sono 739, il verdetto sulla restante parte è stato rimandato all’ 8 settembre.

Tra coloro che attendono ancora di conoscere il proprio destino anche Mahmoud Abou Zeid, detto “Shawkan”, giornalista egiziano in prigione da 4 anni e nove mesi.

Shawkan ha 30 anni, è stato arrestato il 14 agosto 2013 mentre svolgeva semplicemente il suo lavoro: quel giorno si trovava, per conto dell’agenzia fotografica Demotix di Londra, in piazza Rabaa al-Adawiya, al Cairo, a documentare il violentissimo sgombero di un sit-in della Fratellanza musulmana.

Da quasi cinque anni Shawkan vive rinchiuso in una cella di pochi metri quadrati nel carcere di Torah, al Cairo. (All’interno del carcere di Tora, a sud del Cairo, si trova l’ala di massima sicurezza Scorpion, considerata tra le peggiori prigioni d’Egitto, in questo articolo vi abbiamo spiegato come è fatta e cosa accade all’interno).

I giudici, come vuole la prassi, hanno richiesto il parere del Gran Mufti d’Egitto, la principale autorità religiosa sunnita egiziana, espresso il quale, i condannati potranno ricorrere.

Il 14 agosto 2013, negli incidenti durante l’evacuazione della protesta in due piazze, la polizia e l’esercito uccisero più di 700 manifestanti sostenitori di Mohamed Morsi, presidente del Partito Libertà e Giustizia (il partito dei Fratelli Musulmani), presidente dal 30 giugno 2012 e deposto il 3 luglio 2013 da un colpo di stato militare.

Il rovesciamento del Presidente islamista Mohamed Morsi da parte dell’Esercito nel luglio 2013 ha scatenato un’ondata di attentati contro le forze di sicurezza nel Sinai del Nord e più a ovest nelle città della Valle e del Delta del Nilo. Il Governo dei militari ha accusato i Fratelli Musulmani di Morsi e i loro alleati islamici di aver orchestrato le violenze e tramato contro il Paese.

I Fratelli Musulmani sono stati sciolti come movimento dal tribunale amministrativo supremo nel settembre 2013 e dichiarati gruppo terroristico nel dicembre 2013.

La situazione in Egitto

Secondo quanto riporta il New York Times, il numero delle condanne alla pena di morte emesse dai tribunali egiziani è aumentato in modo significativo nel 2017. Si parla di almeno 186 casi.

La nuova Costituzione egiziana dl 2014 non fa nessun riferimento alla pena di morte. L’art 93 della Costituzione ribadisce l’impegno del Paese a rispettare tutti i Trattati e le Convenzioni internazionali concernenti i diritti umani che sono stati ratificati.

La pena di morte è applicabile in Egitto a oltre 40 reati.

La legislazione egiziana prevede infatti la pena capitale per diversi reati definiti dal codice Penale, dal codice di Giustizia Militare, dalla legge sulle Armi e sulle Munizioni e dalla Legge contro il Traffico di Droga. L’Egitto ha esteso l’applicazione della pena capitale da quando l’ex Presidente Hosni Mubarak ha preso il potere nel 1981 e successivamente alla sua cacciata, nel 2011 e a quella di Morsi nel 2013.

In base al sistema legale egiziano, tutte le sentenze capitali devono essere preliminarmente sottoposte per un parere non vincolante al Gran Muftì di Al-Azhar, il massimo leader religioso del Paese.

Le eventuali condanne di primo grado sono oggetto di ricorso in Cassazione, la quale può decidere di confermare le sentenze rendendole definitive o revocarle, nel qual caso il processo sarà ripetuto in un altro tribunale penale che appartiene a un circuito diverso.

Se il secondo tribunale penale emette una seconda sentenza, essa può essere oggetto di ricorso presso la Corte di Cassazione, che può accettare il ricorso, ripetere il processo ed emettere una sentenza definitiva, oppure può respingere il ricorso, nel qual caso la seconda sentenza di un tribunale penale è considerata definitiva.

Le sentenze definitive sono infine trasmesse al presidente della Repubblica, al quale la legge conferisce il potere di commutazione e di grazia. Le esecuzioni non possono aver luogo durante le feste nazionali o le festività religiose, tenuto anche conto della fede del condannato.