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Violentate e mutilate: l’orrore delle bambine stuprate dalle milizie private in Congo

Il paese africano è una terra che vanta primati agghiaccianti: vent'anni di conflitto, oltre sei milioni di morti e il dilagare della violenza carnale, usata come arma di guerra. Il reportage

Immagine di copertina
Una bambina congolese a Beni, nella Repubblica Democratica del Congo. Credit: John Wessels/ Afp

”Dal 2013 al 2016, in questo piccolo paese, è avvenuto un orrore che dovrebbe indignare e sconvolgere il mondo intero. Un dramma così devastante che dovrebbe togliere il fiato a chiunque ne venga a conoscenza. In tre anni, 46 bambine sono state violentate. Degli irregolari, appartenenti alla milizia privata del deputato Frederic Batumike, venivano nel cuore della notte in questo villaggio e per prima cosa rapivano le bambine, poi le violentavano e infine le lasciavano lì, dove avevano compiuto la violenza, da sole e distrutte, ma non prima di averle anche mutilate. E la più piccola vittima aveva solo due anni”.

A parlare e raccontare con una voce satura di disperazione e con occhi in cui è rimasta impressa, come un tatuaggio indelebile, una rabbia lacerante è Zawada Bagaya Bazilianne, la consulente legale della Fondazione Panzi. È seduta dentro il suo ufficio, una piccola baracca di legno, nel paese di Kavumu, nella provincia congolese del Sud Kivu, il luogo dove l’orrore si è compiuto.

Intorno colline verdi, strade rosse, fangose, cieli plumbei e una nebbiolina sottile, che si solleva dalla valle come un sipario, lasciando così visibile, sul proscenio della terra congolese, una tragedia, che per i più è impossibile anche solo da immaginare.

Il piccolo paese è puntellato di case di terra e paglia, alcune di legno e la paura sembra essersi posata in ogni dove. Le madri chiudono le porte e richiamano i figli in casa quando vedono i visitatori, i bambini scappano a nascondersi tra le gambe e dietro le gonne delle nonne e gli uomini interrompono il loro lavoro e statuari, in mezzo ai campi, coi machete e i bastoni stretti nelle mani, osservano gli stranieri.

In un piccola casa abita Beatrice: ha 9 anni e vive sola con la nonna e il dolore per la atroce violenza di cui è stata vittima: la fine del suo vivere, di un qualsiasi futuro e l’inizio di un presente di puro dramma, cristallizzato in due occhi neri che sembrano chiedere conto al mondo il perché di una tale follia e di un’assoluta e impietosa ingiustizia.

È dal villaggio di Kavumu che occorre partire per conoscere il dramma degli stupri che affligge la Repubblica democratica del Congo.

Nell’ex Zaire infatti, stando ai dati delle Nazioni Unite nel 2015 si sono registrate 15mila violenze sessuali: una ogni mezz’ora.

Il paese africano è una terra che vanta primati agghiaccianti: vent’anni di conflitto, oltre sei milioni di morti, più di 50 gruppi ribelli nelle regioni del nord est e poi, a partire dagli anni ’90, il dilagare della violenza carnale. Lo stupro in Congo infatti è stato importato come arma di guerra, durante la seconda guerra congolese e poi ha infettato l’intera nazione come una metastasi.

”Quando si sono registrati i primi casi di violenze, noi medici eravamo impreparati. Vedevamo donne, ragazze e anche bambine arrivare in ospedale con gli organi totalmente distrutti. I loro corpi non solo erano stati vittime di violenze carnali, ma anche di torture. Alcune donne erano state mutilate e altre erano state abusate con l’introduzione di oggetti taglienti nella vagina. È stato osservando certi casi che ho deciso di intervenire”.

A parlare e raccontare il dramma contro cui si sta battendo è il chirurgo Denis Mukwege, medico congolese, candidato al Nobel per la pace nel 2014 (e vincitore del premio Nobel per la pace 2018 insieme a Nadia Murad, ndr) e nello stesso anno vincitore del premio Sakharov, conosciuto in tutto il mondo anche come ”il medico che ripara le donne” e uno dei simboli della lotta alla violenza sessuale.

”Per fermare quanto sta avvenendo qui in Congo occorrerebbe innanzitutto che i colpevoli venissero puniti. Poi ci vorrebbe una ferma volontà politica nazionale ed internazionale di porre fine al saccheggio dei minerali. Perché in questo modo cesserebbero i conflitti che stanno dilaniando da anni il nostro paese”, racconta Mukwege.

“È una battaglia necessaria, gli stupri non distruggono solo le donne e il loro corpo ma l’intera società. Dopo essere state violentate le vittime vengono considerate colpevoli dai mariti e vengono per questo allontanate e isolate. Ci sono alcune donne che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca una stigmatizzazione dell’ammalato, e altre che soffrono di perdite e incontinenza e quindi vengono derise e umiliate dalla comunità. È una tragedia che va fermata, occorre intervenire su moltissimi fronti, anche con un profondo lavoro di sensibilizzazione nei villaggi e nelle città, per far si che le comunità non considerino più queste donne colpevoli della tragedia che è loro toccata”, prosegue il medico.

E per comprendere appieno queste parole basta dirigersi al porto di Bukavu e imbarcarsi su uno dei traghetti colmi di persone che ogni ora salpano, lasciandosi alle spalle le colline di terra rossa e fango che punteggiano il capoluogo del Sud Kivu e, dopo aver attraversato il lago omonimo, attraccano nella città di Goma.

Il centro principale del Nord Kivu, città nera, con le strade di pietra vulcanica e la vegetazione verde impenetrabile del parco del Virunga tutt’intorno, è stato il palcoscenico della maggior parte dei conflitti della regione ed è qua, nel campo profughi di Mugunga, ai piedi del vulcano Nyragongo, che vive Amani Bahati, che ha 59 anni, vittima senza consolazione della pietà altrui, ma violata anche nell’intimo dal pubblico disprezzo e dallo sfregio accusatore dei più.

”Ero insieme ad altre donne a far legna cinque mesi fa, quando alcuni soldati con le divise delle FARDC (Forze Armate Repubblica democratica del Congo) hanno abusato di noi. Dopo che è successo tutto ciò siamo state isolate dalla società, non ho più un lavoro, sono ammalata e sapete come ci chiama la gente: ”le stuprate”. Così è come siamo considerate e questa è la nostra vita dopo essere state violentate”.

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