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Acquisti dagli ambulanti in spiaggia, ecco cosa si rischia con il piano “Spiagge sicure” di Salvini
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Acquisti dagli ambulanti in spiaggia, ecco cosa si rischia con il piano “Spiagge sicure” di Salvini

Nel piano "Spiagge sicure" il ministro Salvini ha annunciato un incremento dei fondi per gli straordinari della polizia locale che pattuglia le località turistiche

10 Lug. 2018
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Alcuni giorni fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presentato il piano “Spiagge sicure”, una direttiva del Viminale che punta a una stretta sugli ambulanti per l’estate 2018. Il piano di Salvini per le spiagge era stato anticipato già a fine giugno su La Stampa e prevede più fondi per le prefetture delle località turistiche contro l’abusivismo commerciale.

I fondi saranno alcuni milioni tratti dal Fondo Unico per la Giustizia, che comprende i soldi sequestrati alla mafia, e saranno distribuiti alle prefetture “per far sì che siano pagati gli straordinari agli agenti della polizia locale che pattuglieranno le spiagge”, ha detto il ministro dell’Interno.

“Ci attendiamo un incremento delle confische, dei sequestri, degli arresti”, ha dichiarato Salvini. “Non è possibile che chi va al mare con la famiglia per godersi quei cinque giorni di vacanza debba ogni tre minuti vedersi rompere le scatole da qualcuno che ti propone oggetti, giocattoli e via dicendo”.

In un primo momento, la stampa aveva anticipato che il ministero dell’Interno avrebbe introdotto multe non solo per chi acquista qualsiasi merce da un ambulante, ma anche per chi paga in cambio di un massaggio o di un tatuaggio.

In realtà, le multe per chi acquista merce esistono già, ma si riferiscono alla merce contraffatta.

La legge 23 luglio 2009, n. 99 sancisce infatti che “è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 euro fino a 7.000 euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale”.

La merce contraffatta in questione comprende sia capi d’abbigliamento che richiamino marchi noti, sia cd o dvd, film, software, occhiali o orologi.

Se invece la merce è stata rubata e l’acquirente lo sa, l’acquisto concretizza un reato previsto dall’art. 648 del codice penale, la ricettazione, punita con “la reclusione da due ad otto anni e con la multa da 516 euro a 10.329 euro“.

Cosa rischia invece chi realizza merce contraffatta? La risposta è nell’articolo 473 del codice penale, che recita:

“Chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.500 a euro 25.000“.

“Soggiace alla pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 3.500 a euro 35.000 chiunque contraffà o altera brevetti, disegni o modelli industriali, nazionali o esteri, ovvero, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali brevetti, disegni o modelli contraffatti o alterati”.

Lo scorso il 13 giugno la Confesercenti, l’associazione dei commercianti, ha denunciato un giro di affari di 22 miliardi di euro nell’abusivismo dei settori del commercio e del turismo, in un appuntamento a cui aveva partecipato Salvini.

“Le vendite abusive e di materiale contraffatto rubano il 14 per cento del fatturato delle imprese regolari di turismo e commercio”, fa sapere l’associazione. “E danneggiano pesantemente anche lo Stato, causando un danno erariale di 11,5 miliardi di euro in mancato gettito fiscale e contributivo. Se le attività abusive fossero azzerate, l’erario recupererebbe abbastanza entrate per finanziare un cospicuo taglio dell’Irpef. Ci guadagnerebbe anche l’occupazione: la regolarizzazione farebbe emergere 32 mila posti di lavoro aggiuntivi”.

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