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Cosa è successo con lo sgombero dei rifugiati di via Scorticabove a Roma

A seguito dello sfratto della cooperativa che fino a qualche anno fa gestiva il centro d'accoglienza, un centinaio di profughi sudanesi si trovano a dormire per strada

Immagine di copertina
La struttura durante lo sgombero del 5 luglio. Credit: Anna Ditta

A via Scorticabove, vicino la Tiburtina, a Roma, il 5 luglio 2018 si è svolta un’operazione di sgombero dei rifugiati della comunità sudanese che vivevano in una struttura fino a tre anni fa gestita da una cooperativa poi coinvolta nello scandalo “Mafia Capitale”.

Si tratta, in realtà, di un’operazione di sfratto nei confronti della cooperativa, ma a farne le spese sono stati i profughi sudanesi che, dopo l’abbandono da parte della coop, erano rimasti nella struttura non avendo un altro posto dove andare.

Si tratta di un centinaio di uomini, rifugiati e quindi regolarmente residenti in Italia.

Sono per lo più braccianti o ambulanti e in questi anni erano riusciti a darsi un sistema di autogestione per vivere nella struttura.

I rifugiati hanno dichiarato di non essere stati avvisati dello sfratto in programma.

Adesso rifiutano di andarsene, perché non accettano la soluzione proposta dal comune di Roma di mandare una parte di loro in altri centri d’accoglienza.

La notte tra il 5 e il 6 luglio hanno quindi dormito all’aperto, lungo via di Scorticabove, arrangiandosi qualcuno sui cartoni e qualcuno sui materassi portati da associazioni e privati che hanno voluto far sentire la loro solidarietà.

Nella giornata del 5 luglio, TPI.it ha raccontato come si sono svolti i fatti (qui la cronaca della giornata, con video e foto). Ecco un riassunto:

Intorno alle 8 del mattino l’ufficiale giudiziario e le forze dell’ordine sono arrivati sul posto e hanno intimato ai rifugiati di lasciare la struttura situata in via di Scorticabove, 151, dove vivono tra i 100 e i 120 rifugiati, per lo più sudanesi del Darfur.

Non è possibile stabilire il numero esatto degli abitanti della struttura perché molti sono braccianti e si allontanano per i lavori stagionali nelle campagne del Sud Italia.

Alle 10 del mattino circa, quando TPI.it è arrivato sul posto, già quasi tutta la struttura era stata sgomberata. I rifugiati stavano portando via i borsoni e le valigie con i loro effetti personali, che hanno accatastato lungo via di Scorticabove. La via è abbastanza stretta.

Lo sgombero si è svolto in maniera tranquilla. Abbiamo visto un piede di porco utilizzato probabilmente dalle forze dell’ordine per entrare nella struttura.

Con i rifugiati erano presenti i rappresentanti del sindacato degli inquilini Asia Usb e gli attivisti del gruppo Bpm (Blocchi Precari Metropolitani). Nel corso della mattinata è arrivato anche Aboubakar Soumahoro, sindacalista Usb che lotta per i diritti dei braccianti (qui la sua intervista con TPI.it dopo l’uccisione di Soumayla Sacko in Calabria).

Aboubakar Soumahoro ha rilasciato delle dichiarazioni in cui denuncia la latitanza delle istituzioni a via di Scorticabove. Il giorno prima aveva incontrato il ministro del Lavoro Luigi Di Maio per parlare della situazione dei braccianti agricoli.

L’ufficiale giudiziario, dietro richiesta di informazioni da parte degli attivisti dell’associazione Alterego-Fabbrica dei diritti, è uscito dalla struttura e ha confermato che si tratta di uno sfratto nei confronti della cooperativa, alla quale l’operazione era stata notificata.

Nessuna notifica sembra invece sia arrivata agli abitanti della struttura. Dai documenti da lui mostrati risulta che la cooperativa in questione è la “Casa della solidarietà”, un consorzio di cooperative effettivamente coinvolto nel processo “Mafia capitale”.

La Sala operativa sociale del comune di Roma, che è chiamata a fornire soluzioni abitative sostitutive nei casi di fragilità, ha predisposto un banchetto e ha offerto ai rifugiati “proposte di accoglienza nel circuito extra Sprar”, non meglio specificate, e comunque possibili solo per una parte di loro. La stragrande maggioranza dei rifugiati ha rifiutato.

Campagna regione lazio

Intorno alle 17 si è svolta un’assemblea a via di Scorticabove, durante la quale sono intervenuti i rappresentanti di vari sindacati.

La comunità sudanese ha dichiarato di non voler lasciare la strada finché non sarà proposta un’alternativa valida, in forma di case popolari o di autogestione. Non vogliono rientrare nel circuito dell’accoglienza, avendo già avuto esperienze negative con la cooperativa che gestiva il centro.

In serata, dopo l’invito dei sindacati al confronto, a via di Scorticabove è arrivata l’assessora alle politiche sociali del comune di Roma, Laura Baldassarre, che ha offerto posti letto temporanei nelle strutture d’emergenza. La comunità ha rifiutato e alla fine c’è stata una piccola contestazione.

È stato fissato un incontro in assessorato per giovedì 12 luglio.

Nel frattempo, i rifugiati sudanesi hanno passato la notte in strada, dormendo sui cartoni e su qualche materasso.

“Hanno dormito come hanno potuto”, dice a TPI.it Giacomo Gresta di Asia Usb, “Loro sono molto tosti, hanno affrontato il deserto senza cibo né acqua, figuriamoci se hanno paura a dormire così. Però, certo, la prima notte va bene, poi la seconda, la terza, la quarta…Ma loro da lì non si spostano”.

Con l’emergenza, è partita anche la catena della solidarietà tra i cittadini romani.

Da via di Scorticabove questa mattina, 6 luglio, fanno sapere che occorrono teloni e gazebo per ripararsi dal sole, e materassini per dormire. Chiunque voglia aiutarli può farlo recandosi sul posto.

Intanto, alcuni rifugiati hanno organizzato un presidio sotto la sede dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR) a Roma.