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Nell’hotspot di Lampedusa violati i diritti umani dei “migranti economici”

Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano di inviare una relazione sulle azioni predisposte per evitare il ripetersi degli abusi

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Credit: Alberto Pozzoli / AFP

“I migranti ospitati nell’hotspot di Lampedusa, in particolare i cittadini tunisini, continuano a subire una limitazione arbitraria della libertà personale, restando confinati nel centro o sull’isola, anche in assenza di norme specifiche”. La denuncia arriva dopo l’avvio delle attività di monitoraggio del  progetto pilota In Limine, nato da una collaborazione tra CILD, ASGI, IndieWatch e ActionAid.

Il progetto ha l’obiettivo di realizzare indagini sulle dinamiche di arrivo, sull’accoglienza e sull’accesso alla protezione internazionale dei migranti che si trovano nell’hotspot di Lampedusa, e prevede l’utilizzo dello strumento del contenzioso strategico al fine di contrastare le violazioni dei diritti umani.

“Secondo le testimonianze raccolte dal progetto In Limine, i cittadini tunisini subirebbero prassi discriminanti: mentre per i cittadini provenienti dai paesi dell’Africa Subsahariana sembrerebbe essere quasi automatico l’avvio delle procedure per la richiesta di asilo, ai cittadini tunisini verrebbero posti ostacoli all’accesso a tale procedura e non riceverebbero adeguate informazioni”, si legge nel comunicato stampa diffuso dalle associazioni.

“Queste procedure, spesso attuate soltanto in ragione del paese di provenienza, sono spesso propedeutiche al rimpatrio forzato in Tunisia. Tali rimpatri avverrebbero in violazione della normativa vigente e sarebbero di natura collettiva. Occorre ricordare che tutti i cittadini stranieri, a prescindere dalla loro nazionalità, hanno diritto a presentare la richiesta di asilo”.

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano di inviare, entro il 30 giugno del 2018, una relazione in merito alle azioni predisposte per evitare il ripetersi degli abusi già riscontrati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, in quanto il Comitato dei Ministri non ha ritenuto sufficiente quanto comunicato dal Governo in data 11 settembre 2017 e 12 gennaio 2018.

 In attesa di leggere quanto sostenuto dal governo, il progetto In Limine ha prodotto e inviato al Comitato dei Ministri un’articolata controrelazione che evidenzia come nell’hotspot di Lampedusa continuino a verificarsi violazioni significative.

Cos’è un hotspot?

I centri chiamati “hotspot” nascono per differenziare i richiedenti asilo dai cosiddetti migranti economici (qui da cosa fuggono i migranti che arrivano in Italia).

Tuttavia, i caratteri principali degli hotspot continuano ad essere piuttosto incerti, in assenza di una normativa che definisca, in maniera organica, le procedure da applicare all’interno e la natura di tali centri.

Le procedure utilizzate per distinguere i richiedenti asilo dai cosiddetti migranti economici continuano a essere piuttosto oscure e contraddittorie, soprattutto per ciò che attiene la limitazione della libertà personale, l’accesso alla procedura di asilo e le procedure di rimpatrio.

Ciò avviene, secondo il progetto In Limine, in violazione delle garanzie previste dall’articolo 13 della nostra Costituzione e della normativa nazionale ed europea sulla protezione internazionale.

 “Oggi a Lampedusa l’assenza di una definizione della natura giuridica degli hotspot si unisce a forme di trattenimento informale che sono prive di base legale: il risultato è una situazione simile a quella che si concluse con la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2016 con la sentenza Khlaifia e altri c. Italia”, dichiara Adelaide Massimi, che con Francesco Ferri coordina il progetto In Limine.

I fatti risalgono al 2011 quando, in seguito agli eventi delle primavere arabe, un numero rilevante di cittadini stranieri arrivò sulle coste italiane. In tale circostanza alcuni cittadini tunisini erano stati illegittimamente privati della libertà personale motivo per il quale la Corte aveva condannato l’Italia.

“Anche alla luce dell’ipotesi di apertura di ulteriori centri in Europa e nei paesi di origine e di transito – di cui si dibatte in queste settimane – appare  urgente comprendere fino in fondo, a partire dalla ricerca sul campo, quali sono i caratteri determinanti dell’approccio hotspot, al fine di contrastare in maniera efficace le violazioni in corso ed evitare che si possano riprodurre su scala europea e africana”, sottolineano le associazioni.

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