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I romanzi rosa non sono letteratura di serie B: ecco perché ci piacciono così tanto
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I romanzi rosa non sono letteratura di serie B: ecco perché ci piacciono così tanto

I romanzi rosa sono stati considerati per molto tempo letteratura "bassa", ma guardando alla storia della letteratura si capisce come si tratti di un pregiudizio. Il commento della scrittrice Cinzia Giorgio

04 Lug. 2018
romanzi rosa

C’era una volta Giovanni Boccaccio che dedicava il suo Decameron alle “graziosissime donzelle”. L’allegra brigata, che all’interno dell’opera narra le novelle, è composta da giovani borghesi ricchi, una classe sociale che l’autore conosceva benissimo dal momento che vi apparteneva.

Il Decameron è una commedia laica destinata soprattutto alle donne. Boccaccio, in questo aspetto riprende Ovidio: entrambi con le loro opere offrono conforto alle ragazze che soffrono per amore e alle donne in generale, perché, contrariamente agli uomini, non hanno la possibilità di distrarsi e di superare il dolore.

Le donne, diceva Boccaccio nel difendersi dalle accuse di aver scritto un libro osceno, non hanno altro svago che la lettura. Nasceva così il primo bestseller dedicato a un pubblico prettamente femminile. Non voglio certo sostenere che Giovanni Boccaccio sia stato l’ispiratore del romanzo rosa moderno, quanto piuttosto evidenziare il felice matrimonio fra letteratura e pubblico femminile.

Statistiche alla mano, sono le donne a leggere di più e non solo nel nostro Paese. E qual è il loro genere preferito? Contrariamente a quanto si possa pensare, non è il rosa puro e semplice, fine a se stesso.

Ho avuto modo di studiare il fenomeno della letteratura romantica nel corso dei miei Women’s Studies all’estero, e credo che la prima cosa da fare è definire il concetto stesso di letteratura sentimentale.

Che cosa s’intende per romanzo rosa? Di solito quando si parla di genere rosa si fa riferimento a una tipologia di narrazione che affronta la tematica amorosa e prevede un lieto fine. Questo tipo di letteratura ha il vantaggio della catarsi assicurata.

Quando si legge un romanzo rosa, infatti, si sa già che la protagonista alla fine cederà al fascino del bell’uomo di turno. È inevitabile, ma ci si diverte a immaginare le mille possibilità che ha l’autore per farli accasare.

È confortante sapere che l’amore trionfa su tutto, alla fine. Sin qui tutto chiaro. La controversia se sia o meno letteratura di serie B nasce dai moltissimi romanzi d’intrattenimento puro che hanno portato a ritenere questo genere come appartenente a una certa letteratura “bassa” e anche come destinato solo a persone (donne in particolare) di cultura medio-bassa. Niente di più falso.

In Francia ho collaborato con un noto settimanale che proponeva fotoromanzi come lettura da metropolitana. La direttrice mi disse che le maggiori fruitrici erano le manager plurilaureate. Quando le chiesi se fosse necessario “alzare” il livello narrativo, lei mi rispose: “Scherza? Le storie devono restare così come sono: semplici e lineari, con lieto fine”.

Ovviamente non è solo l’happy ending a decretare il successo del rosa. Parlare d’amore è parlare di un argomento con cui tutti prima o poi abbiamo a che fare. Non solo. Leggere storie che fanno rivivere momenti emozionanti della propria vita, rende felici.

Che poi la vicenda vada a finire bene, è un di più che non sempre i romanzieri concedono (me compresa, lo ammetto). Ho usato il termine “romanzieri” di proposito perché, diversamente da quanto si crede, moltissimi grandi autori hanno scritto romanzi d’amore.

Il rosa non è affatto prerogativa delle scrittrici. Spesso si fa l’errore di valutare un romanzo in base a chi lo ha scritto. Alla domanda: “Che fai nella vita?”, ho spesso risposto: “Scrivo”, pur sapendo che la successiva questione sarebbe stata: “Che cosa? Romanzi rosa?”.

La prima volta si rimane male, la seconda si tende a rispondere: “Anche”, e con un certo orgoglio. Di solito sono gli uomini a chiederti se scrivi d’amore, ma spesso lo fanno anche le donne. Siamo stati abituati a pensare che le autrici sappiano scrivere solo di sentimenti.

Invece uno dei bestseller romantici più venduti della storia della letteratura è Pamela di Samuel Richardson, che di mestiere faceva anche l’editore e se ne intendeva di vendite e di lettori. Pamela, che ha come sottotitolo la virtù ricompensata, è la storia di una giovane cameriera insidiata dal padrone, che la vuole solo portare a letto.

Lei non cede fino a che lui non la sposa. È di fatto uno dei primi feuilleton ed è stato scritto da un uomo. Jane Austen arriverà subito dopo e scriverà autentici capolavori che nulla hanno a che vedere con la letteratura di serie B, ma che si inseriscono di fatto nell’Olimpo dei classici senza tempo.

La Austen non è un’eccezione ma è la regola: le donne scrivono bene e non solo d’amore. Considerare, infatti, Orgoglio e pregiudizio un romanzo per signorine svilisce chi lo crede tale. È un romanzo in cui l’amore ha un ruolo sociale, non intimo e personale.

Mi disse una volta un professore della Federico II di Napoli: “Per scrivere un bestseller bastano capitoli brevi, con finale sospeso; una storia strappalacrime, meglio se ci sono due ragazzi e uno dei due è malato terminale; e la brevità della narrazione. Ecco a voi il successo di Love Story di Erich Segal”.

Non faccio ulteriori commenti sul fatto che, ancora una volta, l’autore sia un uomo, ma mi limito a dire che ora le cose sono un po’ cambiate: al posto della brevità, si preferiscono romanzi al di sopra delle duecento cartelle dattiloscritte. La questione resta: come mai il rosa ha tanto successo? Le risposte sono molteplici.

Abbiamo visto come il tema dell’amore sia vincente, abbiamo anche appurato che non è di solo appannaggio femminile e che sono le donne a leggere di più. Queste sole motivazioni già basterebbero a decretare il successo del genere, che al suo interno ha una serie infinita di sottogeneri e che quindi appaga più palati.

Tuttavia, credo che il successo della letteratura rosa sia dovuto al legame con l’epos classico. Prima di storcere il naso facciamo insieme un paio di considerazioni. La domanda che mi pongo da diversi anni, sia come autrice che come studiosa di letteratura, è la seguente: come è possibile che alcuni romanzi ottengano un grande successo, benché non brillino né per prosa né per ingegno?

La risposta cinica che potrebbe venire in mente è che la gente legge quello che capisce, con tutte le conseguenze di questa affermazione. Non è così semplice. Pur riconoscendo che il tempo, gran signore, è l’arbitro dei successi letterari, ciò che vorrei proporre è solo una possibile motivazione del successo dei romanzi rosa.

Il successo dei romanzi rosa è dovuto in buona parte al loro ricalcare una storia che è già nel nostro DNA, una vicenda amorosa/avventurosa che si perde nella notte dei tempi, come quelle di Ulisse e Penelope, Enea e Didone, e così via.

Abbiamo sentito e risentito raccontare milioni di volte dell’amore e di come due persone riescano alla fine a coronare il sogno di stare insieme; fa parte del nostro substrato culturale e individuale. Le persone leggono una storia, ci si ritrovano, apprezzano e comprano. Il cinema e la televisione, poi, fanno il resto.

Cinzia Giorgio è direttore editoriale del periodico Pink Magazine Italia e insegna Storia delle Donne all’Uni.Spe.D. È autrice di saggi e romanzi. Per la Newton Compton ha pubblicato “Storia erotica d’Italia”, “Storia pettegola d’Italia”, “È facile vivere bene a Roma se sai cosa fare” e i romanzi “La collezionista di libri proibiti” (tra i romanzi più venduti negli ultimi due anni secondo Amazon e Ibs), “La piccola libreria di Venezia” (primo nella classifica di gennaio 2018 per Robinson – La Repubblica), “Maria Maddalena” e “Quella meravigliosa bottega di Parigi”. Per la Rizzoli “La serie di Jane, quattro romanzi ispirati ai classici di Jane Austen”.

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