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“Fare coming out è difficile, soprattutto in Sardegna, ma non tenetevi tutto dentro come ho fatto io”
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coming out gay
Stefano Riboldi

“Fare coming out è difficile, soprattutto in Sardegna, ma non tenetevi tutto dentro come ho fatto io”

La storia di Stefano, che ha trovato il coraggio di dire al mondo che era gay pur vivendo in un paese piccolo e chiuso, "condannandosi con le sue stesse mani ad una sofferenza che poteva essere facilmente evitata"

28 Giu. 2018
coming out gay
Stefano Riboldi

‪Io sono nato e cresciuto in un paesino minuscolo situato in una di quelle che possiamo considerare tra le regioni più belle, affascinanti e ricche di storia in Italia. Sfortunatamente, il fato ha voluto per me che fosse anche una di quelle più attaccate ai valori tradizionali e meno inclini all’evoluzione mentale.

A Bari Sardo, in Sardegna, tutti conoscono tutti e, inaspettatamente, sanno cose sul tuo conto ancor prima che tu stesso ne venga a conoscenza. Così, se da piccolo ero troppo impegnato a trascorrere i pomeriggi a guardare la Melevisione e a collezionare le figurine dei Pokemon, fu una volta arrivato alle medie che cominciai a preoccuparmi di quello che la gente potesse realmente pensare di me.‬

‪Forse uno degli eventi più traumatici della mia pre adolescenza risale proprio a quel periodo. Era estate e mamma, che all’epoca ancora mi comprava i vestiti, si presentò a casa con una t shirt rosa. rosa, capite? ROSA.

Mi sentii ferito e mi arrabbiai tantissimo. “I miei compagni già mi chiamano froscio, non posso uscire di casa con una maglietta rosa!”, urlai.

E so che a voi può sembrare un aneddoto di poco conto ma il fatto che io dopo dieci anni non abbia più vergogna di indossare capi rosa e, anzi, li compri di mia spontanea volontà, mi fa sentire proprio bene. Ma quanto cazzo è bello il rosa, raga?‬

Ecco, diciamo che le scuole medie sono state un periodo abbastanza oscuro: avevo i capelli lunghi, un viso dai lineamenti molto delicati, le tettine e guardavo il mondo di patty. Molto spesso capitava che le persone che non mi conoscevano mi scambiassero erroneamente per femmina, mentre quelle che mi conoscevano mi chiamavano volontariamente “femmina”. Forse consideravano il termine un insulto.‬

‪Quando arrivò il liceo le cose si fecero sempre più difficili. Io ero euforico all’idea di vivere questa nuova esperienza e di ricrearmi da zero una reputazione che non fosse inficiata dalla nomea di “omosessuale” che la gente era così portata ad affibbiarmi ma in cui io non ero ancora pronto a riconoscermi.

Quindi cercai in tutti modi di cambiare modo di camminare, di parlare con voce più mascolina, di smettere di gesticolare e di relazionarmi più ai ragazzi che alle ragazze. Voglio sottolineare questo fatto: IO cercai di cambiare ME STESSO per poter essere apprezzato DALLA GENTE.

Non suona ancora più squallido scritto in caps lock? Eppure lo consideravo necessario. Tuttavia non passò molto tempo prima di capire che mi sarebbe stato impossibile diventare un’altra persona e che non m’importava proprio niente di chiacchierare con i maschi se gli argomenti in questione erano sport e motori e non i significati esoterici nascosti nell’ultimo video di Lady Gaga.‬

‪Così i ragazzi più grandi cominciarono ad urlare il mio nome quando mi vedevano camminare da solo, forse per prendermi in giro o per intimidirmi. A volte mi lanciavano degli oggetti addosso. Altre ancora (poche, per fortuna) sono arrivati allo scontro fisico.

Io, di mio,‬ cercavo sempre di presentarmi a scuola sorridente e magari anche un po’ di tirarmela in modo che tutti quelli a cui non andava bene che io fossi COSÌ pensassero che il loro impatto sulla mia vita fosse pari a zero. Ma poi tornavo a casa e sfogavo tutta la rabbia accumulata nel corso della giornata contro i miei genitori che ovviamente non avevano colpa di nulla.‪ Una delle mie più grandi fortune è stata quella di avere dalla mia parte l’affetto di un gruppo di amici con i quali mantengo tutt’ora un legame indissolubile.

Ognuno di loro a suo modo cercava di tirarmi su di morale quando mi vedeva triste. Ma nessuno di loro frequentava il mio stesso liceo e dunque nessuno di loro poteva capire quanto fosse imbarazzante e difficile sentire le persone ridere quando passavo loro accanto.‬

‪Il malessere si placò un po’ quando mi fidanzai con la mia prima ragazza. Notare che il mio corpo reagiva molto positivamente al suo mi diede sollievo. “wow! – dicevo tra me & me – ma allora quello che mi hanno sempre detto tutti non è vero! allora sono normale!”.

L’anno che trascorremmo assieme fu molto particolare, io dovevo essere un disastro a baciare ma almeno conoscevo tutte le migliori canzoni di Taylor Swift da poterle dedicare, quindi ci divertimmo e tutt’oggi ricordiamo quel periodo col sorriso.

Quando la mia storia con lei finì, però, cominciai finalmente a mettermi in discussione. Che avessi sempre avuto un’attrazione nei confronti dei ragazzi era innegabile: ricordo ancora quando in seconda elementare andai a giocare a calcio e rimasi sconvolto da quanto fosse carino un bimbo biondo che giocava nella squadra avversaria.

È un concetto difficile da comprendere per chi non l’ha provato: la questione è che tu non scopri di essere gay a un certo punto della tua vita.

Tu lo hai SEMPRE saputo, ma sei stato per un motivo o per un altro troppo debole per poterlo accettare. Aggiungeteci poi anche il fatto che al tempo nemmeno le ragazze mi dispiacessero e che ero certo che la mia famiglia sarebbe stata ben più gioiosa di vedermi un giorno felice e realizzato, con una bella moglie e tanti saltellanti ribsterini al seguito.

Ora potete avere un’idea abbastanza chiara del dissidio interiore da cui ero lacerato.

Quando feci coming out con mamma fui praticamente costretto. Avevo baciato un ragazzo qualche notte prima in un vicolo buio di un paesino sperduto, credendo che in questo modo nessuno ci avrebbe potuti vedere.

Ma, indovinate un po’? Ci avevano visti eccome.

Il giorno dopo l’intero corpo studentesco era al corrente di tutto e si sentiva libero e in diritto di esprimere le sue opinioni a riguardo tramite status su Facebook. Io e il ragazzo in questione (abbiamo perso i contatti, ma spero stia bene e sia felice, ovunque si trovi), macchiati di vergogna, negammo con chiunque.

Poi il successivo sabato notte, mentre mi trovavo in discoteca, mi arrivò un messaggio da parte di mamma.‬ “Mi devi dire qualcosa?”.‬ Oh cazzo.‬

‪Davvero qualcuno aveva avuto il coraggio di presentarsi a mia madre e dirle: “Hey ciao sai che hanno visto tuo figlio limonare con un maschio?”? Wow, che tatto. A che pro, poi?

Consigliarle di guarirmi, finché era in tempo? Non sono mai riuscito a capirlo, eppure col senno di poi ringrazio chiunque l’abbia fatto. La mattina seguente parlammo e scelsi di dirle la verità. Una delle cose più spettacolari dell’essere un attore è la capacità di entrare ed uscire a proprio piacimento da tutti i ruoli che interpreta.

Ma io avevo quasi 18 anni e mi trascinavo dietro quel personaggio fittizio da troppo tempo. Ci furono abbracci e ci furono lacrime e infine mamma mi disse una cosa che non dimenticherò mai: “Smettila di essere triste, perché non ti manca niente”.‬ “Adesso, non mi manca niente”, risposi.‬

A mio padre ho detto la verità solo l’estate scorsa. Se vi steste chiedendo perché io abbia lasciato passare così tanto tempo, la risposta è molto semplice: avevo paura, anzi, avevo paurE.

Principalmente però non volevo spezzargli il cuore e deludere gli standard che un papà desidera per un figlio maschio. Volente o nolente mi sono sempre sentito in difetto nei suoi confronti. Pensavo che magari avrebbe preferito che anche io tifassi per la sua squadra del cuore e che andassimo a vedere le partite assieme e potessimo discutere di calciatori e macchine e moto e cose da uomini.

E poi magari avrebbe preferito vedermi portare avanti la stirpe. Avevo paura, insomma, e non ebbi nemmeno il coraggio di dirglielo a voce. Gli scrissi una lettera, gliela lasciai sul tavolo della cucina e lui la lesse una volta tornato dal lavoro, all’alba. Poi venne da me, mi strinse ed esclamò sorridendo: “Finalmente ce l’hai fatta a dirmelo, eh?”.

Se pensate che i vostri genitori non sappiano, fidatevi, sanno.

Al resto dei parenti non ho mai sentito la necessità di parlare per tre motivi principali:
1) sapevano o immaginavano già
2) non m’importava niente che sapessero
3) se avessi avuto una predilezione per la vagina non avrei mai dovuto radunarli ad un pranzo, chiedere cortesemente silenzio e confessare con la voce tremante di essere eterosessuale.

Quanto a mia nonna, ero certo che non le avrei mai detto nulla in tutta la vita. Lei è una donna estremamente religiosa, in costante dialogo col suo dio, ed io le voglio troppo bene per poterle dire di far parte della satanica cerchia che la sua chiesa cerca di combattere.

Quindi credetemi se vi dico di essere rimasto spiazzato quando, qualche mese fa, ho ricevuto una telefonata da parte sua in cui, dopo aver discusso del più e del meno, ha dichiarato: “Comunque volevo dirti che ho capito che un giorno avrai un compagno… sai che questo non cambia l’amore che provo per te e che nonna vuole solo che tu stia bene”.

Purtroppo, non tutti i ragazzi e le ragazze come me hanno il privilegio di poter raccontare le stesse storie.

Ci sono persone che non hanno la fortuna di vivere in grandi città e che oggi non si sono svegliate con Netflix che ha interamente tappezzato la fermata della metro di Porta Venezia di manifesti arcobaleno in onore del pride di Milano.

Però a me piace pensare positivo, perché Aida Nizar mi ha insegnato ad amare la mia vita.

E quando torno a casa e faccio visita al mio liceo e vedo che un sacco di adorabili coppiette LGBT+ non hanno paura di prendersi per mano di fronte a tutti, mi ricordo di quando solo tre anni fa io e il mio ragazzo ci nascondevamo nel bagno per stare assieme senza che gli altri si accorgessero di noi, e sono felice di come le cose si stiano evolvendo.‬

Vivendo in questa città ho imparato che la mente è davvero infinitamente elastica. Fin da bambino mi sono circondato di amiche femmine, semplicemente perché con loro mi divertivo di più.

Crescendo mi sono reso conto che in realtà potevano anche capirmi di più. Ma sapete qual è la cosa che ho recentemente appreso con più piacere? Che i maschi etero non sono tutti rozzi, ignoranti e omofobi.

Negli ultimi anni sono diventato amico di un sacco di ragazzi che non condividono i miei stessi gusti sessuali eppure se ne fregano ampiamente. Io la trovo una cosa grandiosa. E liberatoria.

E me ne stupisco ogni volta e mi commuovo un po’.

Oggi, ad esempio, un’amica mi ha mandato l’Instagram story pro pride del suo fidanzato. Capite? Un etero che invece di lamentarsi che non esista un “etero pride”, sostiene quello gay.

Per me era fantascienza pura fino a qualche tempo fa. ora invece spero che la mia amica se lo sposi presto.

Beh, in realtà anche quassù non è tutto così rose e fiori. Uno (o forse più) ministri attualmente al governo crede che non esistiamo.

Ed è anche vero che una volta mi è stato urlato “finocchio” pure qui a Milano. Ma stavo salendo le scale di un Mcdonald’s in compagnia di un amico mentre imitavamo la passerella di Rihanna e Adriana Lima al Victoria’s Secret Fashion Show del 2012, quindi immagino non avessero proprio torto.

Ho scritto questo post eccessivamente lungo perché il pride month è agli sgoccioli e mi sono sentito ispirato.

Non ho mai trattato così apertamente questo aspetto della mia vita sui social network, eppure penso che possa tornare utile a qualcuno in qualche modo.

A tutti coloro che stanno ancora vivendo la fase urla per strada/oggetti addosso/botte consiglio di non tenersi tutto dentro perché io l’ho fatto troppo a lungo, condannandomi con le mie stesse mani ad una sofferenza che poteva essere facilmente evitata.

Se vi sentite troppo timidi per confidarvi coi vostri genitori, fatelo con gli amici e non sottovalutate il ruolo dei professori. E cercate sempre di non credere a chi prova a mettere in discussione quanto valete. All’inizio è dura, ma come tutte le cose poi diventa pazzesca”.

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