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Cosa si nasconde dietro gli sgomberi dei Rom: quello che non ci fanno vedere
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Rom fake news

Cosa si nasconde dietro gli sgomberi dei Rom: quello che non ci fanno vedere

La narrazione che emerge dai post di alcuni politici, come Salvini e Raggi, non sempre corrisponde al vero, ma è utile a veicolare i propri messaggi, potendo contare su 'fan' che non sentono il bisogno di approfondire

27 Giu. 2018
Rom fake news

Da Matteo Salvini a Virginia Raggi, il tono delle notizie e la scelta delle immagini sui profili social mostrano il tentativo di costruire una narrazione utile al proprio progetto politico. Nella convinzione che i propri ‘fan’ non sentano più il bisogno di informarsi altrove.

La giusta frase. Il giusto post. La notizia giusta al momento giusto. Senza considerare che questa notizia, quando non c’è, oggi può essere creata o facilmente modificata per il proprio tornaconto elettorale.

Così mentre la politica da tempo si agita in una strenua caccia alle fake news, accade che siano proprio gli esponenti politici più in vista a creare un’informazione in laboratorio, scegliendo in maniera quasi scientifica le immagini da mostrare e con quali parole veicolare il proprio messaggio.

E in questi giorni la questione dei rom è sicuramente una di quelle che hanno attirato l’attenzione di elettori e lettori.

La prima uscita sul tema è stata, ovviamente, quella di Matteo Salvini, che a poche ore dall’annuncio di voler procedere a una schedatura dei rom ha pensato bene di (far) pubblicare sulla propria pagina Facebook la seguente notizia.

Era il 19 giugno. Ore 15. Le polemiche intorno alla sua volontà di “fare un censimento dei rom”, anche se “quelli italiani tocca tenerseli”, era iniziata 24 ore prima.

Evidentemente serviva una notizia, una qualsiasi notizia, per riportare all’attenzione dei suoi fan quello che era il tema del momento.

Risultato: in una settimana questo post ha ottenuto oltre 65mila ‘reazioni’, più di 12mila condivisioni e commenti che ci sbattono in faccia quanto razzismo, sempre meno latente, abbia ormai preso possesso dell’Italia.

Peccato però che quella riportata da Salvini – “questa mattina a Carmagnola (Torino), dove amministra la Lega, è stata abbattuta una casa abusiva in un campo Sinti non autorizzato. Dalle parole ai fatti” – sia a tutti gli effetti da considerare una ‘fake news’.

La decisione di abbattere la casa, effettivamente abusiva, è stata presa nel lontano 2008 dal tribunale e non dal comune.

Dopo una serie di lungaggini burocratiche e giudiziarie, il 15 giugno, quindi ben prima della dichiarazione di Salvini sul ‘censimento dei rom’, la procura di Asti ha stabilito lo sgombero e l’abbattimento della casa.

Non solo: il comune di Carmagnola, che comunque in questa partita non è praticamente mai entrato e che per il ministro dell’Interno sarebbe “amministrato dalla Lega”, è in realtà a guida centrodestra e la sindaca Ivana Gaveglio è di Forza Italia, tanto che nella giunta del piccolo comune torinese è presente un solo assessore del Carroccio.

Della vicenda si è scritto tanto: la casa non era una casa ma la “cucina di una donna malata” che “la notte andava a vivere in una roulotte” e che è effettivamente di origine sinti, come ha sottolineato Salvini, “ma nata in Piemonte da madre pisana e nonna torinese”.

A stonare, quindi, è anche quell’hashtag, #primagliitaliani, che tanto seguito sta avendo ormai da tempo sui social.

Andando verso sud, direzione Roma, e soprattutto spostandoci verso l’altra parte del governo, quella gialla del Movimento 5 Stelle, la musica non cambia. Anzi.

La sindaca di Roma, Virginia Raggi, il 21 giugno, caso vuole sempre intorno alle ore 15, posta il suo primo e unico commento sullo sgombero del campo rom di Camping River.

Lo staff della sindaca poteva scegliere tra un’infinità di foto: quella che appare sulla pagina Facebook è però un chiaro esempio del tipo di comunicazione per la quale si è deciso di optare.

Un vigile urbano, di spalle, che dopo aver messo i sigilli a una baracca distrutta (perché così appare il luogo in cui i rom vivevano) controlla la situazione.

Eppure altre foto e diversi video pubblicati tanto dai giornalisti accorsi quanto dalle associazioni intervenute al Camping River, nonché le immagini riprese direttamente dalle famiglie rom appena sgomberate, mostrano una storia ben diversa.

Quelli che il Comune di Roma ha sigillato erano container, e non baracche. All’interno non vivevano genericamente dei ‘rom’, ma famiglie con bambini.

E le immagini del tanto caro degrado, con assi di legno e finestre distrutte, macerie in ogni dove, non risalgono a mesi prima e non erano nemmeno le condizioni in cui queste famiglie vivevano.

A fare scempio dei container sono stati gli stessi agenti di polizia e gli operatori del comune intervenuti per le operazioni di sgombero.

Perché “così”, hanno spiegato a chi era sul posto, “non entrano di nuovo, non tornano a viverci, non le occupano”.

Peccato però che quei container siano ancora oggi di proprietà del comune, acquistate dalle casse pubbliche tanto care al Movimento 5 Stelle e, soprattutto, posizionati lì … dallo stesso comune di Roma.

Significative, poi, le parole usate dall’attuale classe politica.

Virginia Raggi, ad esempio, nelle prime righe del suo commento, quelle che appaiono scrollando la propria bacheca senza cliccare su ‘continua a leggere’, non fa alcun riferimento alle persone che vivevano all’interno dei container: la sindaca parla di “superamento del Camping River”, descrive l’insediamento, parla di un luogo, “come tutti i campi rom”, egemonizzato “da ghettizzazione e illegalità”.

Così sulla nostra bacheca di Facebook appare l’immagine di una sindaca impegnata affinché “realtà di questo genere non devono e non possono più esistere” perché “rappresentano una negazione dei diritti per chi le abita e generano danni per i cittadini che vivono nelle zone limitrofe”.

Qui il passaggio è poco chiaro: sarebbero gli abitanti dei campi rom a generare “danni per cittadini” o l’esistenza del luogo stesso?

Le cose sono due, sottolinea Carlo Stasolla dell’Associazione 21 luglio che da anni si batte proprio per il superamento dei campi rom e che abbiamo incontrato in un calmo sabato pomeriggio di inizio estate in una piazza del quartiere di Centocelle: “O la sindaca ha semplicemente generalizzato per cavarsela in maniera facile e populista” oppure “si riferiva evidentemente ai valori immobiliari della zone in cui sorgono i campi rom”.

Il risultato però anche in questo caso è stato raggiunto: il post ha generato oltre 3.700 reazioni e 1.200 condivisioni, finendo direttamente sugli smartphone dei suoi fan che hanno letto ‘solo’ una parte della storia, cioè che un gruppo di vigili urbani ha messo i sigilli a una serie di baracche occupate dai rom.

Perché, qui è bene ricordarlo, non sono molti gli utenti di Facebook che cliccano ‘continua a leggere’ un post.

C’è un dato però che più di ogni altro preoccupa le associazioni di settore: “L’odio che questo tipo di comunicazione è stato in grado di far esplodere nella società”.

Un odio che sui social è, anche se può sembrare assurdo, perfettamente organizzato.

Rimanendo nei due post oggetto della nostra analisi, ad esempio, emerge come due utenti decisamente diversi tra loro, un ex pesista romano e attivista del Movimento 5 Stelle sotto la foto del vigile urbano di Virginia Raggi, e una giovane mamma milanese, scooterista e amante dei cani sotto la foto della ruspa di Matteo Salvini, abbiano postato lo stesso, identico commento che evidentemente qualcuno deve aver liberato nella rete.

“Ragazzi devo raccontarvi una storia, già xx anni fa, quando nacqui, i miei genitori furono costretti dallo stato a fare una cosa di un fascismo allucinante: hanno dovuto denunciare la mia nascita, cioè SCHEDARMI. Poi lo stato mi ha dato un codice fiscale, tipico strumento nazista per schedare le persone. (…) Che scandalo!”.

Una catena di Sant’Antonio “volutamente disinformata e disinformante” e volta a “coltivare quell’odio nei confronti dei rom che tanto ci tranquillizza”, commenta Carlo Stasolla.

Inutile qui ricordare come ogni censimento va effettuato su base ‘geografica’ con una divisione territoriale per sezione e non ‘etnica’ come quella proposta da Matteo Salvini e ripresa in questi commenti iniettati negli utenti dei social.

Mai come questa volta “il piano è chiaro” e “i rischi sono altissimi”.

Stiamo assistendo “a un vero e proprio mutamento della nostra società, ormai vicina al baratro”. Perché il problema non sono tanto le politiche messe in atto in passato, il riferimento è alla schedatura di Maroni all’epoca ministro dell’Interno, o che saranno riproposte in futuro.

“La questione centrale sono le parole usate dalla classe politica”. Quelle sono “un reale pericolo perché cambiano non solo la nostra percezione della realtà, ma influenzano i comportamenti e, in questa fase storica, stanno ‘liberando le coscienze’”.

“L’odio che si respira anche solo girando per le città “durerà nel tempo”. Quanto ai rom “si sta riproponendo ciò che è sempre stato. La popolazione rom è un avamposto, un laboratorio sulla quale sperimentare le politiche più estreme”.

Al momento “Salvini in primis” sta solo “tastando il terreno, cerca visibilità sui temi che più sono in grado di spostare spostare l’attenzione delle persone”.

Sta conquistando “facile consenso sulla pelle degli ultimi” perché “da loro non temono rivolte e sanno che l’opinione pubblica mai si schiererà con chi è ‘naturalmente’ odiato dalla gente qualunque”.

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