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La Giornata internazionale in favore delle vittime di tortura | Perché si festeggia

Il 26 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale contro la tortura. Cosa c'è da sapere

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Il 26 giugno si festeggia la Giornata in favore delle vittime di tortura

La Giornata mondiale in favore delle vittime di tortura | Che cosa si intende per tortura | Il reato di tortura in Italia

Il 26 giugno si festeggia in tutto il mondo la Giornata mondiale in favore delle vittime di tortura, per ricordare tutte le persone che ancora oggi subiscono la tortura in ogni parte del mondo.

La data del 26 giugno coincide con l’entrata in vigore, nel 1987 della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti.

La Convenzione venne approvata dall’Assemblea dell’Onu a New York il 10 dicembre 1984, ed è entrata in vigore il 26 giugno 1987.

Gli stati che hanno sottoscritto la Convenzione, autorizzano ispettori dell’ONU e osservatori dei singoli Stati a visite a sorpresa nelle carceri per verificare l’effettivo rispetto dei diritti umani e prevedono la possibilità di diritto di asilo per le persone che potrebbero incorrere in tortura se facessero ritorno nel loro paese di origine.

È stata ratificata da 157 paesi, tra cui l’Italia nel 2012, che però ha approvato la legge nazionale che introduce il reato di tortura nel Codice Penale solo nel luglio 2017. Oltre che “colpevole” di enorme ritardo, la legge è stata criticata perché blanda rispetto alla Convenzione Onu. In particolare, la tortura viene considerata tale solo in presenza di atti ripetuti.

Il Comitato Onu contro la tortura ha sollevato durissime critiche contro il testo italiano, sostenendo che la legge è incompleta e lascia spazio all’impunità, invitndo l’Italia a modificarla perché non è conforme alle disposizioni della Convenzione Onu. 

Dalla Siria alle Filippine, dal Messico all’Egitto, dove è stato torturato fino alla morte Giulio Regeni, sono tanti i paesi in cui il ricorso alla tortura è all’ordine del giorno.

Che cosa si intende per tortura

Con il termine tortura si intende qualsiasi atto con il quale “sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate”

Il reato di tortura in Italia

La legge 14 luglio 2017 n. 110 introduce nell’ordinamento italiano il reato di tortura, recependo la Convenzione delle Nazioni Unite.

Il nuovo art. 613-bis c.p. punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chi “con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa…, se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.

La pena è aggravata, da 5 a 12 anni di reclusione, se i fatti di cui sopra “sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio”.

La stessa legge prevede che siano vietate espulsioni, respingimenti ed estradizioni verso paesi terzi, nel caso in cui la persona che subisce tali provvedimenti rischia di subire violazioni dei diritti umani.

Il testo di legge è stato in parlamento cinque anni prima di essere approvato. L’iter ha subito un’accelerazione nell’aprile 2015, quando la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per i comportamenti delle forze dell’ordine durante il G8 di Genova del 2001 e i fatti della scuola Diaz.