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Perché la questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord è così importante

Quella che oggi è una linea invisibile, potrà non esserlo più dopo la Brexit. Si tratta di un nuovo confine europeo che nessuno vorrebbe rivedere in piedi

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Una manifestante del corteo "people's vote march" che si è tenuto a Londra sabato 23 giugno 2018. Credit: Benjamin Furst / Hans Lucas

di Maurizio Carta da Londra – In epoca romana la parola “limes” aveva un doppio significato: il confine o la strada. Adesso lo chiamiamo “border” in questa parte di globo, e attraversa, silente e incolore, l’isola d’Irlanda.

Si poggia nella parte settentrionale e divide con discrezione e in punta di piedi,  la monarchica e protestante Irlanda del Nord con la cattolica e repubblicana Irlanda. Luogo in cui oggi, da oramai oltre un anno e e mezzo, non c’è un governo nel momento cruciale della storia politica di questa terra: la Brexit.

Il “limes” in chiave moderna tra Regno Unito e Irlanda deriva dalla divisione di quest’ultima nel 1922. È una linea storta, irregolare e disordinata di circa 500 chilometri, che ricalca in gran parte una precedente divisione tra contee più che tra nazioni. Per la precisione sono 11, di cui 6 nella Repubblica e 5 nel Nord Irlanda.

Tale confine, disordinato e non marcato da filo spinato come sarebbe facile immaginare, attraversa i luoghi più insoliti.

La soluzione che fu adottata allora per gestire un confine tra territori fino ad allora indivisi, fu la celebre “Common Travel Area” (Cta), una zona di libera circolazione tra l’Irlanda, il Regno Unito, l’Isola di Man e le Isole del Canale.

La Cta – simile all’area Schengen per certi versi – ha permesso e permette ai cittadini del Regno Unito e dell’Irlanda di muoversi liberamente tra i due paesi senza essere sottoposti a controlli che solitamente si svolgono alle frontiere, come quello sulle merci o sull’identità delle persone.

L’Unione europea, in considerazione del fatto che entrambi i paesi ne sono membri, ha enormemente facilitato la cooperazione inter-frontaliera e contribuito allo sviluppo economico delle aree di frontiera. Basti pensare a programmi europei specifici come da ultimo “Peace”, l’importante iniziativa comunitaria presente nel bilancio settennale che comprende gli anni fra il 2014 e il 2020.

Fra gli obbiettivi principali l’istruzione condivisa, politiche giovanili, la costruzione di relazioni di cooperazione a livello locale e politiche mirate alla lotta alla povertà. Il tutto per garantire la coesione fra le comunità coinvolte e la stabilità sociale di questa specifica area.

Il cosiddetto confine invisibile, si perdoni l’uso continuo dell’ossimoro, è stato un fattore determinante nel migliorare le relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra le due nazioni, un fattore chiave nel garantire la pace fra due parti della stessa isola.

L’Unione europea è stata protagonista determinante nel processo di pace con l’accordo del 1998, noto come il “Good Friday Agreement” che da poco ha celebrato il suo ventennale: un accordo di pace che ha posto fine alla sanguinosa lotta fra i due modi di essere irlandesi, con migliaia di morti in circa tre decenni.

Lo sforzo e il traguardo che allora portarono alla garanzia della pace nella zona è particolarmente legato alla comune appartenenza dei due paesi all’Unione europea ed alla libera circolazione di persone e merci tra l’Irlanda del Nord del Regno Unito e la Repubblica irlandese.

L’accordo prevede fra i suoi punti fondamentali che ogni cittadino irlandese possa richiedere la doppia cittadinanza britannica e irlandese, e che in futuro se la popolazione lo riterrà opportuno, tramite referendum, l’isola possa essere una sola entità politica, in una parola “una sola Irlanda”.

È prevista quindi l’elezione dell’assemblea del Nord Irlanda a Stormont, dove nessuna delle due parti può prevalere sull’altra. L’assemblea rinvia ogni decisione al compromesso.

Il “Good Friday Agreement” prevede infatti il “power sharing”, forma di governo in cui a Belfast, sono due forze in condivisione forzata a governare quel pezzo d’Irlanda britannica. Protagoniste negli anni sono state le rappresentanze di due fazioni.

Da una parte Sinn-Fein, partito di sinistra nazionalista irlandese nato nel lontano 1905 che vorrebbe l’unità sotto la Repubblica. Il partito ha ottenuto alle ultime elezioni per il parlamento britannico 7 seggi in cui storicamente non siede perché si astiene verso un governo, quello di Londra, che formalmente non riconosce.

L’altra fazione è partito Dup, piccolo Partito Unionista Democratico britannico che oggi tiene in piedi il governo May con i suoi 10 parlamentari a Westminster, stampella che Downing Street deve tenere in considerazione quando assume delle decisioni.

Questo limes viene attraversato ogni giorno da oltre 30mila pendolari nelle 200 strade che vi transitano. Viaggiano su questa linea mimetizzata l’80 per cento delle esportazioni della Repubblica Irlandese, che poi si fermano nel Regno Unito o vengono imbarcate verso il Vecchio Continente.

È per questo che l’Irlanda si batte, con l’Unione europea al suo fianco, affinché il Regno Unito rimanga all’interno dell’Unione Doganale e del Mercato Unico: per evitare di trovare un ostacolo al suo più importante sbocco commerciale.

Queste tensioni, da dimenticate e silenti, potrebbero nuovamente diventare la quotidianità se questo limes non continuasse ad essere silente, addormentato ma non morto, a garantire la tranquillità se non viene disturbato.

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Bisogna quanto prima trovare una soluzione, anche se al momento le parti sembrano lontane nelle loro proposte.

Theresa May ha dichiarato che il Regno Unito starà fuori da Mercato Unico e Unione doganale, ponendo questi paletti insindacabili a Bruxelles. Questo si scontra però con la garanzia fornita lo scorso dicembre e firmata in un accordo non vincolante che prevede, in caso di mancato accordo, l’impegno del Regno Unito a mantenere lo status-quo, allineato secondo le regole dell’Unione europea.

Si tratta di un passo indietro da parte di Londra che, su pressione del Dup, ha rigettato l’offerta dell’Unione europea di mantenere il Nord Irlanda dentro Mercato Unico e Unione Doganale e di spostare il confine doganale nel mare d’Irlanda.

Ipotesi rigettata in seguito dal governo di Londra e prima di tutto dal partito Dup, che ne ha fatto una questione più ideologica che tecnica. Quest’ultimo infatti pretende che il Nord-Irlanda abbia lo stesso trattamento, sia in meglio sia in peggio, della madre britannica e che nessuna separazione, nemmeno “burocratica” potrà mai essere accettata. O tutti dentro o tutti fuori.

Disse una volta il grande sociologo polacco Bauman che “I confini dividono lo spazio, ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.”

Sarà quindi il tempo, che è sempre meno vista la scadenza del 29 marzo 2019 che si avvicina, a decidere che ne sarà di quel limes che vuole rimanere invisibile, mimetizzato, silente e addormentato, ma mai del tutto, nello (s)confinato prato verde dell’isola d’Irlanda. Negoziatori al lavoro quindi, ma senza fare troppo baccano, il limes dorme e non deve essere svegliato.