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“Ecco come lo stato italiano mi ha abbandonato togliendomi la scorta”: le lettere di Ingroia

"La figlia di Riina mi cercava quando ancora il boss era vivo. Un pentito dice che ci sono i Servizi e i boss che mi vogliono morto. Resto in grave pericolo"

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Antonio Ingroia. AFP photo/ Filippo Monteforte

L’ex pubblico ministero Antonio Ingroia, intervistato dall’Agi, ha commentato la decisione di revocare la sua scorta.

“Mi è stata tolta la scorta dopo 27 anni in modo burocratico, senza alcun confronto sulle attuali condizioni di rischio”, ha detto Ingroia. “Me ne sono lagnato formalmente con una lettera inviata prima all’allora ministro dell’interno, Marco Minniti, poi al suo successore, Matteo Salvini, senza ricevere alcuna risposta. È un fatto grave: io ero, sono e resto in pericolo”.

Ad annunciare la notizia è stato il magistrato Nino Di Matteo, in occasione di una manifestazione pubblica a Milano.

Ingroia, che ha avviato le indagini sulla trattativa Stato-mafia, ha saputo a maggio che “d’intesa con il prefetto di Roma, l’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, ha valutato che non esiste più per lui ‘una concreta e attuale esposizione a pericoli o minacce'”.

L’ex magistrato aveva la scorta dal 1991, quando lavorava a fianco di Paolo Borsellino.

Nel tempo è più volte cambiata l’intensità della protezione, passando dal secondo al quarto livello di rischio.

Negli ultimi anni si era ridotta a soli due uomini che lo scortavano però in tutti i suoi spostamenti.

“Me ne sono lagnato in modo formale”, ha detto l’ex pm all’Agi, “a futura memoria, perché non si dica che nel silenzio abbia avallato una scelta così sbagliata nel metodo e nel contenuto. So che ogni misura di protezione viene revisionata sulla base della valutazione effettiva dei rischi, ma sempre interpellando il diretto interessato per sapere se esistano elementi nuovi”.

“Ci sono dei pericoli gravi e attuali”, continua Ingroia.

Ingroia riferisce di avere citato nelle lettere a Minniti e Salvini “cose più recenti, come le dichiarazioni di collaboratori di giustizia secondo cui Cosa nostra, ‘ndrangheta e Servizi segreti avevano intenzione di eliminarmi e che sono stati frenati proprio dalla presenza della scorta; per non parlare delle telefonate anonime allo studio legale, a quelle singolari della figlia di Riina, Maria Concetta, che mi cercava, quando ancora il boss era vivo, e con cui non ho ritenuto opportuno parlare”.

Nonostante oggi non vesta più la toga da magistrato, Ingroia afferma che “da avvocato sono impegnato in processi contro i Graviano, la mafia, la ‘ndrangheta. E poi resto il pubblico ministero che ha creato il processo sulla Trattativa il quale ha prodotto le prime dure condanne: è paradossale che, mentre nel corso del processo sono state giustamente rafforzate le misure di protezione ai magistrati impegnati nel procedimento, due settimane dopo la sentenza mi viene revocata la scorta, assegnandomi una vigilanza blanda e inutile, come quella di una volante che vigila solo sulle mie uscite e sui miei rientri. Ripeto: un pentito dice che ci sono i Servizi e i boss che mi vogliono morto. Resto in grave pericolo”.

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