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Viaggio dentro il campo rom del M.A.G.R. a Roma

Stefano Antonelli dell'associazione 999Contemporary ci ha accompagnato alla scoperta del Museo Abusivo Gestito dai Rom, dove vive una piccola comunità di nomadi

Immagine di copertina

“L’8 maggio sono venuti qui fuori con i bobcat, solo che non sono entrati perché la struttura era stata dichiarata pericolante, quindi hanno semplicemente censito i nomadi. Li hanno fatti uscire, si sono fatti dare i documenti, hanno fatto lo sgombero mettendo una catenella e se ne sono andati.

Alcuni sono arrivati in divisa, altri con i fratini, li hanno messi tutti da una parte, hanno fatto entrare una squadra di rumeni come loro che sono entrati e hanno preso a mazzate le baracche.

Ma di sgomberi ordinati ce ne sono stati altri in passato. Il commissariato San Paolo conosce la situazione”.

A parlare è il curatore Stefano Antonelli dell’associazione 999Contemporary che ci ha accompagnato alla scoperta del M.A.G.R. (Museo Abusivo Gestito dai Rom). Il museo, con le opere del famoso artista urbano Seth, sorge nell’ex fabbrica Mira Lanza, saponificio di fine Ottocento sul lungotevere Gassman a Roma, all’interno del quale oggi vive una piccola comunità rom che periodicamente viene fatta sgomberare.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato l’intenzione di fare un censimento dei rom, per espellere gli stranieri irregolari “con accordi fra stati”. Il segretario della Lega ha aggiunto che “i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”.

In maniera provocatoria, ma anche costruttiva, Stefano Antonelli ha designato Tito, uno dei rom, come direttore del museo. Gli spazi sono lasciati all’incuria perché le varie amministrazioni non hanno permesso a Stefano e ad altre associazioni di procedere con la pulizia.

Le condizioni igieniche sono da brividi, ma è una situazione che persisteva prima della venuta dei rom.

L’ex Mira Lanza è un luogo unico eppure abbandonato a se stesso e che oggi è l’emblema di una politica che non ha voluto agire, nemmeno dinanzi a progetti concreti e fattibili.

“Le cose non possono stare così. L’idea del museo è nata due anni fa per accendere un interesse sul posto, ed in parte a ha funzionato, è venuto mezzo mondo qui, anche il direttore della Biennale di Venezia. Sono anni che mi interfaccio con le amministrazioni. Attualmente il mio referente è l’assessora alla cultura Maria Rosaria Porfido, prima c’era Marina Loi che tanto aveva fatto per perorare la causa con l’allora sindaco Marino, il quale proprio il giorno delle dimissioni avrebbe dovuto firmare i documenti necessari. Avevamo messo a disposizione un budget per ripulire questo posto e ridarlo alla comunità”, spiega Stefano.

“L’assessora Porfido con la quale mi interfaccio oggi, mi ha detto: ‘abbiamo fatto lo sgombero’, e io le ho risposto che avevo un piano per lo spostamento dei nomadi, loro sarebbero andati da un’altra parte. Hanno tutti delle altre famiglie: un gruppo sarebbe potuto andare a Milano, dove ci sono altri parenti, e un altro gruppo si sarebbe spostato a Salone. Sono cittadini comunitari, lo sgombero dovrebbe proporre un’alternativa”, prosegue Stefano.

“Il mio problema con l’assessora Porfido”, prosegue Stefano, “è che dopo essere stati qui, loro hanno ordinato lo sgombero per motivi di sicurezza, ma lo sgombero si è svolto nel modo che sappiamo, i pericoli continuano a sussistere. Nessun assessore si è prodigato per l’incolumità dei rom. Non c’è bisogno di fare altre ordinanze di sgombero, questo posto è già pericolante dai tempi di Veltroni. Bisogna fornire un’alternativa reale: si limitano a dire che i rom ‘hanno rifiutato’. Certo, ma o vai a Reggio Emilia o niente. Sono procedure anche difficili da capire”.

“Per loro il tempo non è una freccia scoccata verso una meta, se si configura un’altra possibilità sono pronti a cambiare domani; costruiscono una casa in due ore. Se non ci fosse questa disperazione, se non ci fosse questo problema estetico, questa assenza di servizi, sarebbe diverso. Loro si vergognano, se lo pongono eccome il problema igienico”.

All’ex Mira Bila vivono Florenza, Maria, Marco, Florentina, Leonardo, Samir, Yonuz, Tito, Sando, laureato in Romania in discipline motorie. Ci vive anche un uomo che in Romania faceva il poliziotto, per paradosso.

Stefano ci lascia soli e loro ci accolgono come persone di famiglia: ci fanno fare foto, si presentano e ci raccontano le loro storie. Molti hanno i figli in Romania, dove il lavoro scarseggia ed è difficile mantenerli.

Che fate durante il giorno?

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Maria: “Andiamo in giro, cerchiamo vestiti, scarpe, li vendiamo al mercato. Siamo tutti della Romania. Vogliamo lavorare”.

Sando: “Mio padre mi ha fatto andare all’università in Romania, voleva un futuro per me, lì mi sono laureato, dopo l’università ho lavorato 5 mesi con i bambini ma la paga era molto bassa, mi hanno pagato solo un mese sui cinque e sono dovuto venire qui in Italia.

Ho lasciato la mia bambina di tre anni e cominciato a lavorare come pizzaiolo, ma ho lasciato perché mi obbligavano a lavorare per 15 ore al giorno. Il mio datore di lavoro mi ha pagato dopo due mesi, dandomi 500 euro, e quindi ho detto basta. Prima ero in affitto a Trastevere, non vivevo in strada, ma i soldi non erano sufficienti per pagare l’affitto. Adesso sto qui ma non trovo un altro lavoro”.

Come mai?

Florenza: “Appena sentono che siamo romeni ci dicono di no. C’è un po’ di discriminazione qui”.

Sando: “Per noi è difficile trovare lavoro. Ci dicono ‘vai a lavorare’, sì, ma dove? Pensano che rubiamo, che puzziamo, appena dici che sei rumeno o zingaro è finita. Mi manca tanto la mia bambina e mia moglie. Quando vedo una bimba piccola per strada resto a guardarla e mi commuovo ma cerco di non restare troppo tempo così, perché ho subito paura che i genitori possano pensare che voglio rubarla”.

Florenza: “Ieri c’era un turista che faceva le foto sulla spazzatura, le abbiamo spiegato che non era nostra, che anzi, quando siamo arrivati era un letamaio, ci siamo messi tutti insieme a pulire”.

Vi confrontate mai con altri italiani?

Florenza: “Qualcuno viene per il museo, noi gli facciamo da guida, e poi restano a parlare con noi. Ma è raro. Non riusciamo a comunicare”.

Sando: “Gli italiani non conoscono la nostra storia. Prima c’era la Dacia, era un’antica provincia dell’impero romano che comprendeva i territori dell’attuale Romania, parte della Bulgaria e dell’Ungheria. Noi siamo fratelli con i romani, loro non vogliono”.

Florenza: “Non ci siamo mai parlati ed è un peccato, perché gli italiani sono comunicativi. Non c’è proprio comunicazione. Sarebbe bello conoscerci”.

Spesso si dice che i nomadi delinquono, che rubano i bambini, che fanno stare i figli a mendicare per strada. Voi cosa pensate?

Florenza: “È vero che ci sono mamme che fanno fare questo ai loro figli, ma non siamo tutti uguali e ora non è permesso nemmeno in Romania, te li tolgono se lo fai. Il giorno dello sgombero mi hanno portato in Questura, mi hanno fatto il foglio di via, ma non sono un pacco che mi prendi e mi butti via così. Siamo umani anche noi”.

Conoscete i Casamonica?

Florenza: “Sì, non ma non di persona, quindi non posso pensare male o bene. Ho sentito diverse cose, finché non conosco non posso giudicare”.

Se dovessero tornare e mandarvi via, dove andrete?

Sando: “Andremo per strada. Oggi siamo qui, domani siamo per strada. Noi non vogliamo vivere così, questa è solo disperazione a cui siamo costretti”.

Stefano: “Nel futuro ci vedranno e giudicheranno come animali per aver permesso tutto questo. I politici sono venuti qui ma non hanno fatto nulla per loro”.

“Al M.A.G.R. Puoi entrare attraverso il buco nella rete in Via Amedeo Avogadro. Una volta dentro, guarda il sito intorno a te e immagina come potrebbe essere, e se ti piace riprenderlo, pulirlo e far giocare i tuoi bambini, saranno in buona compagnia. Indipendentemente dal fatto che siano ancora visibili, questo posto è pieno di bambini, pieno di speranza”, spiega Stefano.

“Ora, la fabbrica di Mira Lanza è un luogo schizofrenico come il mondo in cui viviamo, come il futuro che ci attende. Spazzatura e bellezza, merda e meraviglia. Se vuoi vedere lo “spettacolo” di Seth, indossare scarpe da trekking e non aspettarti dipinti appesi e un cameriere con flauti, il prezzo da pagare è un atto di disobbedienza civile”.