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Maturità 2018: perché la Costituzione distingue tra uguaglianza formale e sostanziale
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uguaglianza costituzione

Maturità 2018: perché la Costituzione distingue tra uguaglianza formale e sostanziale

Fra le tracce della prima prova si chiede di analizzare e commentare l'articolo 3, che sancisce due diversi modi di intendere il principio di uguaglianza

20 Giu. 2018
uguaglianza costituzione

Fra le tracce della prima prova scelte dal Ministero dell’Istruzione per gli esami di maturità 2018 c’è n’è una dedicata al principio di uguaglianza formale e sostanziale nella Costituzione.

Si tratta del tema di attualità e la scelta è probabilmente legata al fatto che nel 2018 ricorre il 70esimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione.

Il principio di uguaglianza è sancito nell’articolo 3 della Carta.

Ai maturandi è stato chiesto di analizzarlo e commentarlo anche “in relazione alla storia recente”.

Inoltre, nella traccia dell’esame si sottolinea la distinzione tra uguaglianza formale e sostanziale. Entrambe fanno riferimento allo stesso principio cardine, l’uguaglianza, ma esprimono due diversi modi di interpretarlo.

Nell’articolo 3 della Costituzione vengono affermati sia il principio di uguaglianza formale sia il principio di uguaglianza sostanziale.

L’articolo è composto da due commi, ossia due capoversi. Nel primo è sancita l’uguaglianza formale, nel secondo l’uguaglianza sostanziale.

Il primo comma recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Qui la Costituzione sancisce, in altre parole, che tutti i cittadini sono soggetti in modo uguale alle legge e vieta di operare discriminazioni di stampo sessuale, razziale, linguistico, religioso, politico e sociale.

Con questo comma i padri costituenti vollero innanzitutto imporre al parlamento il divieto di adottare leggi che creino situazione di disparità di trattamento tra i cittadini.

Significa, appunto, che tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge.

La previsione oggi può sembrare scontata, ma è bene ricordare che quando la Costituzione fu scritta si veniva dal regime fascista, che nel 1938 aveva promulgato le leggi razziali.

È perché esiste questo comma che la recente proposta del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha prospettato un censimento dei Rom che vivono in Italia, è stata giudicata da molti commentatori come incostituzionale.

Secondo la Costituzione, però, dire che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge non basta. Ed è qui che entra in gioco il principio di uguaglianza sostanziale.

Il secondo comma dell’articolo 3 afferma: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Qui la Carta chiede al parlamento di compiere un passo in più: di non limitarsi, cioè, a fare leggi generali e astratte, che non creino discriminazioni, ma anche a operare affinché eventuali discriminazioni in atto cessino o siano prevenute.

Si spiegano così le norme speciali che talvolta sono state adottate in favore di alcune categorie di cittadini, ad esempio i diversamente abili o alcune minoranze.

In questo caso, sì, la legge può disporre un trattamento diverso per alcuni cittadini rispetto ad altri. Il punto è che questo diverso trattamento deve essere finalizzato ad annullare o almeno ridurre eventuali condizioni di discriminazione.

In altre parole, oltre a essere uguali davanti alla legge a livello formale o teorico,  i cittadini devono essere anche uguali nella sostanza ossia effettivamente.

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