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Noi, sopravvissuti all’attacco di Ghouta, vi raccontiamo l’inferno in Siria tra fame, assedio e torture

Ghaith Alhallak ha raccolto per TPI una serie di testimonianze degli sfollati durante il brutale attacco delle forze siriane nel marzo 2018

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Un membro dei White Helmets trasporta un bambino ferito salvato tra le macerie degli edifici Credit: Abdulmonam Eassa / AFP / Getty Images

Nel 2011, quando stava per diplomarsi alla facoltà di giurisprudenza, Ibrahim non immaginava che nel giro di pochi anni sarebbe stato sfollato nel nord della Siria.

Ibrahim, 34 anni, proveniente dalla città di Otaiba, nella parte orientale di Ghouta, nel 2010 era al suo ultimo anno di studi di giurisprudenza all’Università di Damasco quando decise di unirsi al servizio obbligatorio nell’esercito, pochi mesi prima che la rivoluzione siriana scoppiasse. Sette mesi dopo, ha abbandonato l’esercito.

“Oggi, sono a Ma’arah al-Nu’man, mentre mia madre, mio padre, mio fratello e suo figlio malato sono ancora a Ein Tarma a Ghouta. Mia madre mi chiama ogni giorno e mi chiede: perché te ne sei andato? Quando tornerai? Io non ho risposte”. Dice Ibrahim.

Ibrahim è partito verso la provincia di Idlib, nel nord della Siria, insieme a decine di migliaia di persone della Ghouta orientale, in seguito all’accordo di evacuazione di marzo, tra i gruppi armati di opposizione nella Ghouta orientale e il regime siriano, sotto garanzia russa.

Questa evacuazione è avvenuta dopo che un brutale attacco è stato perpetrato per circa 50 giorni da parte delle forze siriane e russe contro Ghouta, prendendo di mira civili e gruppi armati, e causando centinaia di morti e migliaia di feriti.

Ma prima dell’attacco, per quasi sei anni, il popolo della Ghouta orientale ha vissuto sotto l’assedio delle forze del regime siriano.

TPI ha contattato un numero di sopravvissuti all’assedio che sono stati evacuati nel nord della Siria nell’ambito dell’accordo di marzo 2018.

Mohammed, 46 anni, ingegnere civile e padre di cinque figli, della città di Hittitah al-Turkman nella Ghouta orientale, ci ha raccontato della sua sofferenza e della sofferenza della sua famiglia durata sei anni a causa dell’assedio soffocante che è stato imposto a Ghouta.

“La sofferenza è iniziata con la mancanza di carburante, noi distillavamo nylon, legno e vetro per ottenere un liquido infiammabile che può essere usato per accendere il fuoco per cucinare e riscaldare. Il proprietario della benzina vendeva un litro a 4.000 lire siriane, circa 8 dollari, mentre il prezzo della bombola del gas aveva raggiunto 100mila lire siriane (circa 200 dollari). La bombola del gas era il marchio che caratterizzava le famiglie aristocratiche di Ghouta”. Dice.

Dopo che il regime ha preso il controllo dell’area di Marj, considerata il primo produttore di grano in Ghouta, la sofferenza è aumentata. Ciò ha portato alla mancanza di pane e farina e ha costretto le persone a utilizzare alternative come l’orzo o la soia per fare il pane.

“Davo da mangiare ai miei figli e dicevo loro che quello che mangiavano era buono, ma non ero in grado di dire loro cosa stessero realmente mangiando. La sofferenza dei miei figli era molto difficile da sopportare, avevo due figlie gemelle e durante l’assedio non potevo fornire loro il latte, perciò mi recavo in bici da Kafr Batna, dove sono fuggito, a Douma, per avere due bottiglie di latte a prezzo molto alto”, racconta ancora Mohammed.

Mohammed è stato arrestato nel 2012 con l’accusa di aver portato medicinali a Ghouta e ha trascorso sei mesi nel carcere militare di Al-Mezzeh, dove è stato severamente torturato dalle forze di sicurezza e poi rilasciato con una lussazione alla schiena.

Al culmine dell’assedio, un barlume di speranza si è acceso nel popolo quando uno dei mercanti della città di Mesraba, chiamato Manfoush, ha firmato un contratto con gli ufficiali di regime responsabili dei checkpoint.

Il contratto prevedeva che il cibo entrasse periodicamente nella città di Ghouta, con una tangente riservata agli ufficiali. Il cibo giungeva attraverso un tunnel di collegamento tra le aree di Ghouta e alcuni quartieri della capitale come Barzeh e Qaboun.

Secondo Ibrahim, i prezzi erano insopportabili. Un chilogrammo di zucchero aveva raggiunto le 4.000 lire siriane (8 dollari), mentre era venduto nella capitale a 250 lire siriane. Tuttavia, le persone continuavano ad acquistare.

“Noi damasceni abbiamo mal di testa se non beviamo tè ogni giorno”, aggiunge Ibrahim ridendo.

Pochi giorni prima dell’ultimo assalto, tutti i tunnel sono stati chiusi dalle forze del regime siriano e ai camion di Manfoush è stato impedito di entrare a Ghouta, causando una grave crisi alimentare e un enorme aumento dei prezzi.

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Il prezzo di un chilogrammo di zucchero ha raggiunto le 14mila lire siriane (28 dollari) e un chilogrammo di riso ha raggiunto 8.000 lire siriane (16 dollari). Era chiaro che il regime stava cercando di aumentare la pressione sulla popolazione prima dell’attacco, e così è stato.

L’assalto

Il 25 febbraio 2018, il regime siriano ha annunciato l’inizio di una grande operazione su diversi fronti, finalizzata all’ingresso e al controllo della Ghouta orientale. L’operazione includeva intensi bombardamenti aerei e terrestri, concentrati soprattutto su aree densamente popolate.

“I primi nove giorni non possono essere dimenticati, più di venti aerei erano costantemente in volo, con bombardamenti che non si fermavano quasi mai. Restavamo sempre negli scantinati, qualche volta senza la possibilità di uscire per giorni interi, se non nelle prime ore del giorno, quando i bombardamenti si fermavano e potevamo uscire per prendere un po’ d’acqua. I bombardamenti erano concentrati sui piani inferiori degli edifici, causando il crollo delle case. Gli abitanti venivano sepolti dalle macerie. Questo ci ha portato ad aprire corridoi tra gli scantinati adiacenti gli uni gli altri per non rimanere intrappolati nel nostro seminterrato nel caso in cui fosse preso di mira”, racconta ancora Ibrahim a TPI.

A causa del continuo bombardamento, l’arrivo di ambulanze e squadre di soccorso ai feriti era quasi impossibile. Fin dalle prime fasi dell’offensiva, i raid hanno di mira ambulatori e ospedali e il centro di difesa civile. Ibrahim racconta inoltre come gli scantinati non fossero attrezzati per l’assedio, oltre ad essere molto umidi.

Tutto ciò ha causato la diffusione di malattie infettive, febbre, scabbia e altre malattie. L’arrivo delle ambulanze ha richiesto molto tempo, perché sono state prese di mira dopo essere state monitorate da aerei da ricognizione.

“Uno dei miei amici stava cercando di scappare con la sua famiglia con un pick-up quando suo figlio è caduto dalla macchina. Non ha potuto fermarsi a prenderlo per paura che colpissero il resto della famiglia in macchina, così lo ha lasciato e se ne è andato. Le ambulanze non sono riuscite a raggiungerlo, ad oggi non sappiamo nulla del figlio”, aggiunge Ibrahim.

Ziad, un giovane della città di Otaiba che risiede attualmente nella città di Dana vicino al confine di Bab al-Hawa con la Turchia, ha parlato con TPI dei suoi ultimi giorni a Ghouta, descrivendoli come un inferno.

“Non vedevamo il sole da più di 48 ore, non osavamo uscire dal seminterrato ma, allo stesso tempo, la fame e la malattia ci uccidevano giorno dopo giorno negli scantinati. Il quartiere era stato completamente distrutto in 15 minuti dagli aerei da ricognizione”, dice Ziad.

Ziad ha perso suo fratello nel primo attacco chimico al cloro sulla Ghouta orientale nell’agosto 2013, e il destino lo ha visto testimone del recente attacco di gas sarin che ha colpito Douma.

“Volevamo fermare questa guerra in qualsiasi modo, i bambini e le donne erano in una situazione terribile, e la gente ha insistito con i gruppi armati perché accettassero l’accordo con il regime, visto che la maggior parte delle vittime, in questa guerra, erano civili. Questo è ciò che è successo: i negoziati tra l’opposizione armata e il regime sono durati per settimane, e quando l’opposizione ha respinto i termini russi, Douma è stata presa di mira col gas Sarin per aumentare la pressione sull’opposizione. Perciò tutti i termini sono stati accettati, i combattenti si sono ritirati dalle prime linee e, di 10mila, non ne sono rimasti più di 200. Il regime ha attaccato, il regime ha messo le condizioni, il regime ha ottenuto i suoi scopi, e noi siamo stati tutti vittime “, aggiunge Ziad.

Mentre il numero delle vittime civili aumentava, aumentava la pressione sui gruppi armati per accettare i termini del regime, cosa che è stata fatta.

“Non avevamo paura della morte, per noi non c’era gioia nella vita, abbiamo desiderato la morte molte volte a causa della nostra disperazione e del nostro desiderio di salvarci dal tormento, ma abbiamo pensato ai nostri figli, non era colpa loro e meritavano una vita migliore, ecco perché i termini del regime dovevano essere accettati, per proteggerli e salvarli. La vita negli scantinati era un inferno, mi muovevo da una cantina all’altra portando mio padre e mia madre su due sedie a rotelle. Mio padre ha una malattia nel cuore e mia madre ha un cancro. Io ricordo molto bene come abbiamo sentito le voci di coloro che erano rimasti bloccati negli scantinati distrutti mentre stavamo lasciando il nostro seminterrato”, dice ancora a TPI.

L’evacuazione

Il 25 marzo è stato ufficialmente annunciato l’accordo tra i gruppi armati dell’opposizione e il regime siriano, che consentiva alle forze del regime di entrare e controllare tutte le aree della Ghouta orientale in cambio della possibilità per i militanti dell’opposizione e le loro famiglie di andare nel nord della Siria, oltre a garantire la sicurezza dei cittadini che volevano rimanere nelle loro città e villaggi.

La Russia è stata garante di questo accordo e l’uscita di coloro che volevano andare via è iniziata a tappe.

Hisham, residente nella città di Harasta e attualmente residente nella città settentrionale di Al-Dana, ci ha parlato del suo viaggio di 21 ore per raggiungere Qalaat al-Madiq, il punto di raccolta nel nord della Siria, un viaggio che in condizioni normali avrebbe richiesto non più di quattro ore.

“Dopo 12 ore di attesa al checkpoint nella città di Harasta, il convoglio di circa 110 autobus è stato spostato sotto la protezione dei soldati siriani, e nonostante il percorso diretto non sia lungo, il regime ha deliberatamente intrapreso strade più lunghe attraverso i villaggi di Hama e alcune zone della costa siriana dove la popolazione era per maggior parte costituita da sostenitori del regime siriano, che si radunava e lanciava pietre contro i nostri autobus con grida e insulti. Sembrava che il regime volesse apparire vittorioso di fronte ai suoi sostenitori, perciò ci facevano passare attraverso quelle aree”, dice Hisham.

Per quanto riguarda le procedure di ispezione ai posti di blocco di Erbin e Harasta, Ibrahim ci ha detto che il processo è stato condotto sotto la supervisione russa e senza alcuna interferenza da parte delle forze del regime.

“L’ispezione è stata molto accurata, ogni ispettore usciva con il suo fucile e tre caricatori. L’ufficiale responsabile del processo di ispezione era russo e parlava arabo. L’ispezione è durata quasi tutto il giorno. Eravamo affamati, assetati e stanchi. Tutto quello che abbiamo ottenuto è stato un po ‘di pane e biscotti distribuiti dalla Croce Rossa al checkpoint”, racconta ancora Ibrahim.

La situazione degli sfollati nel nord della Siria

L’accordo prevedeva il trasferimento di sfollati nell’area di Qalaat al-Madiq, a nord di Hama. Lì venivano distribuiti nei vari campi di accoglienza di Idlib, ad eccezione di quelli che preferivano andare da parenti o amici.

“Siamo stati distribuiti nei campi profughi, sono stato con mia moglie per 5 giorni in una tenda nella campagna a est di Aleppo. La situazione era troppo brutta e la pioggia continua rendeva impossibile rimanere nella tenda, così abbiamo deciso di andare da uno dei miei vecchi amici ad al-Dana. Tutto quello che abbiamo trovato sono alcune coperte e detersivi che sopra scritto “Made in Germany”, dice Ziad.

“Quando ho dato a mia figlia una banana qualche giorno fa, non sapeva cosa le avessi dato e pensava che fossero biscotti. Era nata nell’assedio e cresciuta durante l’assedio, e in cinque anni non aveva mai visto la banana o altri frutti. Mi chiedo: quei governi che ci inviano questi detergenti, non sarebbe meglio che fermassero questo regime criminale e ci proteggessero, invece di spedire questi materiali dopo che abbiamo perso le nostre case?”, aggiunge.

La situazione non è migliore per Hisham, che paga 80 dollari al mese come affitto di una casa, una somma relativamente alta rispetto al reddito medio familiare della Siria settentrionale che è di 100 dollari. Ha lasciato il campo a causa di servizi scadenti e la mancanza di supporto.

“Una delle organizzazioni mi ha aiutato e mi ha pagato anticipatamente l’affitto della casa per due mesi, ma non so come pagherò nei prossimi mesi. Trovare un lavoro è molto difficile qui, a volte vorrei essere morto a Ghouta, sarebbe meglio che vivere in questa situazione”, dice Hisham.

In base all’accordo, il regime siriano garantisce la sicurezza delle persone che hanno deciso di rimanere nella Ghouta orientale, a meno che non siano ribelli armati. A coloro in età da leva militare, il regime siriano ha dato sei mesi prima di unirsi all’esercito.

È stato molto difficile comunicare con qualcuno che fosse rimasto a Ghouta, perché hanno quasi tutti paura delle reazioni delle forze del regime. Dopo diversi tentativi, TPI è riuscita a comunicare con N.Q attraverso WhatsApp, promettendogli l’anonimato.

Attualmente, si trova nella città di Ein Tarma. Ha descritto l’attuale sicurezza e le condizioni di vita.

“Le rapine all’interno case abbandonate continuano fino ad oggi, e tutto ciò che è stato promesso sulla presenza della polizia russa a salvaguardia della sicurezza sono solo falsità, i russi sono ai maggiori checkpoint fuori dalle città, mentre i soldati dell’esercito siriano controllano le città. Vivo con mia madre e non osiamo lasciare la casa vuota a causa per la paura di essere presi d’assalto e derubati dai soldati del regime, perciò non usciamo mai insieme e uno di noi è sempre a casa”.

Secondo N.Q, sono stati denunciati casi di sparizione forzata di quattro giovani ventenni nella città di Ein Tarma e ad oggi nessuno ne sa più nulla.

“L’accordo avrebbe dovuto concedere loro sei mesi prima di unirsi al servizio obbligatorio, ma le forze di sicurezza li hanno rapiti circa dieci giorni fa e dopo non ne abbiamo più saputo niente, non sappiamo davvero se siano in prigione o tra le fila dell’esercito”.

Ha perso il marito dopo che la loro casa è stata bruciata da un attacco di napalm due anni fa. Oggi vive con sua madre e il suo bambino di tre anni. “Non so davvero cosa aspetta me e mio figlio. Tutte le madri sognano un futuro bello per i loro figli, ma tutto quello che sogno è di tenerlo in vita per crescere e vendicarsi di suo padre”, racconta ancora a TPI.

A cura di Ghaith Alhallak