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Cronaca dal Quirinale del governo più pop di sempre

Immagine di copertina
Matteo Salvini, della Lega, e Luigi Di Maio, del Movimento 5 Stelle, in un murales comparso a Roma lo scorso marzo.

Una stretta di mano come sigillo. È fatta! Sono Ministro! Scompare la ministra, la presidenta e anche la Boldrini.

Con un colpo di spugna, qualcuno dirà di mano, dopo 88 Maalox, si è insediato il governo del cambiamento e per qualcuno di loro, il Quirinale, non è mai stato tanto bello, tanto rock, tanto smart quanto oggi.

Sul tappeto della sala delle feste, trasformato in un ring, con uno schieramento per lato: il Governo, il Quirinale, i parenti e i giornalisti, e sotto la volta del “Trionfo dell’Italia”, si è consumato il rito del giuramento.

1 premier, 1 sottosegretario alla presidenza del consiglio, 18 ministri, di cui 5 donne, una in bianco, 4 in scuro, 1 in gonna , 4 in pantalone, quasi tutte sui tacchi, tutte col sorriso.

Che diamine, sono Ministro! “Giuro di essere fedele alla repubblica, di osservarne lealmente la costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”. Amen!

Una formula tanto facile quanto micidiale, l’ha detto eh, Savona! Ha detto: “giuro di osservarne LE-AL-MEN-TE la costituzione…”

In quei 10 passi 10 che lo separavano dalla firma e da Mattarella, gli devono essere passate davanti tutte e 70 le pagine della Costituzione a disposizione del Quirinale, comprese di Principi Fondamentali, Titoli e Disposizioni Finali e Transitorie.

La penna che non si sfila, la mano che non si nega.

Savona e Mattarella si toccano, non potendo fare altro, e non succede niente. Un minuto e passa la paura. Meno di 20 e il governo giura.

Scatta l’applauso, il secondo in due giorni, anzi in meno di 24 ore.

Cottarelli, un uomo solo al governo, aveva rinunciato la sera precedente e la sala stampa che non fa sconti gli aveva tributato un lungo applauso. Succede lo stesso per Conte.

Due primi ministri incaricati che si sono rivelati la parte migliore del potere costituito all’alba di questa faticosissima diciottesima legislatura; l’altra, invece, verrà ricordata come la più dilettantesca, offensiva e minacciosa di tutta la storia della Repubblica.

Ma nella ‘Sala delle Feste’ al primo piano del palazzo del Quirinale erano tutti saluti e sorrisi. Governo di fronte ai parenti, sul lato lungo del salone.

“Quello è mio figlio” si leggeva sulla faccia orgogliosa dei genitori di Luigi Di Maio, neo Ministro del Lavoro e del Welfare nonché vice premier, un bel salto in avanti per chi 10 anni fa viveva un’altra vita.

Il gemello diverso, Matteo Salvini, calze a righe e braccialetti verdi, fissava dall’ultima sedia della prima fila dei ministri, gli stucchi dorati della volta. L’Italia trionfante lo guardava dall’alto, ma lui questo lo sapeva già convinto com’era di portarla per mano.

“La porta io non l’ho mai chiusa”, “Io non mollo!”, diceva, però per entrare al Quirinale senatore della Lega ed uscirne ministro dell’interno, un po’ ha dovuto.

Per Mattarella dev’essere stato un gran sollievo chiudere in fretta quella pratica di giornata e aprire quella più rilassante e ovattata del concerto con gli ambasciatori, prima del brindisi nei giardini. Chissà i commenti!

“Eh, signor presidente non ci sono più i Ministri di una volta!…”, mentre questi, dopo il passaggio della campanella da conte a Conte, in 18 alle 18 davano il via al primo consiglio dei Ministri della diciottesima legislatura.

Un trionfo di 18 per un governo maggiorenne neo patentato o almeno cosi sembrerebbe.