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Ecco come le sostanze contenute in alcuni psicofarmaci portano alla dipendenza fisica e mentale

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“Quando ho tentato il suicidio, quattro anni fa, prendevo l’alprazolam (principio attivo del più noto ansiolitico) da un anno. La dose iniziale consigliata era di 10 gocce tre volte al giorno -posologia base indicata nel bugiardino-, ma sono arrivata a prenderne 70 quotidianamente. La ricetta medica non era stata timbrata dal farmacista del mio paese, così sono andata nella città più vicina e ho chiesto una boccetta. A casa ne avevo già un’altra. Le ho bevute entrambe, con l’intenzione di togliermi la vita”.

A parlare è una donna di 35 anni che ancora oggi assume regolarmente quattro psicofarmaci diversi, tutti appartenenti alla famiglia delle benzodiazepine.

Quando le chiedo se avesse tentato il suicido a causa del farmaco, entra in confusione, non fornisce una risposta precisa. 

Sotto terapia farmacologica da anni, quando le domando come si sente oggi, la risposta è “Male, ho difficoltà a condurre una vita normale”.  

Questa è una delle tante testimonianze che si possono ascoltare legate agli ansiolitici a base di benzodiazepine, psicofarmaci che a partire dagli anni sessanta, scoperti per caso da Leo Sternbach, sono stati prescritti in sostituzione ai barbiturici poiché ritenuti meno dannosi.

Tuttavia anche le benzodiazepine hanno delle controindicazioni che è bene non sottovalutare in quanto comportano forti conseguenze e mutazioni nell’organismo, soprattutto al cervello.

Nel 2018 ancora esistono specialisti che prescrivono benzodiazepine indicando come dosaggio “al bisogno”.

Il fenomeno è sviluppato nel nord Italia secondo i dati del Rapporto OsMed, soprattutto nelle regioni Valle D’Aosta, Piemonte e Liguria, ma si sta diffondendo a dismisura anche nel sud Italia, dove è pressoché usuale sentire spesso amici parlare riferendosi a se stessi o ai loro familiari (fratelli, sorelle, madri) dell’aiuto che determinati psicofarmaci danno nel quotidiano.

È bene precisare che non si è contrari all’uso terapeutico di determinate sostanze, ma deve essere un uso limitato nel tempo e possibilmente messo in atto sotto attenta osservazione specialistica.

Nel Meridione la causa di abuso è da attribuirsi per la maggiore a fattori ambientali: la disoccupazione e la realtà ovattata dei piccoli centri fomenta e incentiva una ricerca quasi disperata quanto allarmante di una superficialità artificiale. 

Il pericolo sorge quando l’uso certificato e motivato sconfina nell’abuso e non si tratta di un mero scenario distopico o di una visione complottistica della realtà, ma di un dato di fatto oggettivo, osservabile anche dalle testimonianze disponibili online.  

Una delle prime conseguenze delle benzodiazepine è la dipendenza fisica e mentale.

Ne consegue dunque un’astinenza paragonabile agli effetti e alle conseguenze dell’eroina, ma tra la scarsa informazione in alcuni casi e tra la mancanza di volontà ad affrontare di petto le sfide che la vita ci pone quotidianamente in altri, il risultato è una generazione definita “zombie”, incapace di vivere senza un supporto chimico.

Poiché l’ansiolitico più prescritto ha un’emivita di circa sei ore, porta le persone ad assumerne continuamente, senza controllo, fino a diventare una dipendenza a tutti gli effetti.

Tra le conseguenze ci sono gli effetti paradossi: si prende l’alprazolam per alleviare i disturbi d’ansia, ma una volta sviluppata la dipendenza, se non si aumenta la dose assunta, ci si ritrova ad affrontare crisi di ansia e di panico talune volte anche più forti di quelle che si avevano originariamente, prima di iniziare la terapia farmacologica. 

Si assiste dunque passivi ad una condizione che nella società attuale è considerata “normale”, ma che di normale non ha nulla, ancor più quando si parla di abuso (cosciente o incosciente).

Nel resto del mondo come Regno Unito, Stati Uniti e Svezia (la cui sostanza più in voga è il Valium, sempre appartenente alla famiglia delle benzodiazepine) l’abuso avviene per lo più per scopi ricreativi da parte dei giovani -la fascia d’età più coinvolta è quella tra i 18 e i 34 anni- ed è alimentato da star musicali che non fanno mistero delle proprie dipendenze da psicofarmaci.

È il caso di Justin Bieber che, secondo il sito americano TMZ, assumerebbe con pericolosa regolarità due differenti psicofarmaci, tra i quali lo Xanax (nome commerciale dell’Alprazolam).

Ma il beniamino delle adolescenti non è l’unico: sono tantissimi i nomi di musicisti illustri (e morti) legati alle benzodiazepine, per esempio Whitney Houston, Amy Winehouse, Elvis, Michael Jackson.

Il web è pieno di testimonianze di dj più o meno famosi che affrontano la vita notturna alleggeriti dall’Alprazolam. Esistono veri e propri inni musicali ai farmaci contenenti benzodiazepine.

Un tempo c’erano i Duran Duran con Lady Xanax, di recente invece ha fatto discutere Lana Del Ray, accusata di essere portavoce di un disagio e di una dipendenza ormai fuori controllo.

Il suo singolo Love, uscito nel febbraio del 2017, in America è stato commentato da Chris Richards del Washington Post come “il suono di due milligrammi di Xanax ridotti in polvere e abbandonati a una brezza del Pacifico all’interno della mente di chi ascolta”. 

In Italia abbiamo come esempio i Subsonica, gruppo che nei testi tratta spesso tematiche delicate. E’ il caso di Depre cui protagonisti indiscussi dell’intera canzone, manco a dirlo, sono i principali antidepressivi e ansiolitici (tra i vari è citato anche lo Xanax), cullati da un sottofondo elettrico che ben descrive gli “up and down” umorali.

Anche Samuele Bersani ha dato il suo contributo in passato con la canzone En e Xanax, singolo ispirato ad una sua situazione personale nella quale si racconta la storia di una coppia che ha fatto uso di benzodiazepine. 

E se si parla di giovani, si deve parlare anche di quella fetta di adulti, spesso professionisti ed eccellenze nel loro settore, che con consapevolezza o meno, portano avanti la carriera e le relazioni a colpi di gocce molecolari che donano loro spensieratezza e alleggerimento chimico. 

Assodato che causino dipendenza, meno conosciuti sono i danni irreversibili prodotti dalle benzodiazepine al cervello. 

Il CNS Drugs nel 2016 ha pubblicato una ricerca su “Legame tra benzodiazepine e disturbo di dementia, stato attuale delle conoscenze”, in cui si dimostra attraverso nove studi su undici che tali sostanze portino a lungo andare alla demenza. Si dimostrò che avveniva un restringimento del cervello in alcuni pazienti e il MRC, sebbene accettò di finanziare le ricerche, non riuscì a portarle avanti. 

Il British Medical Journal invece nel 2014 ha condotto importanti ricerche sul legame tra uso di benzodiazepine e la malattia di Alzheimer, dimostrando che l’uso prolungato di ansiolitici aumenti del 51% il rischio di sviluppare la malattia degenerativa. Se l’uso sconfina nell’abuso e se l’assunzione va avanti per più di sei mesi, il rischio aumenta sino all’84%.    

Su PsychologyToday si trovano le conclusioni di Christopher Lane, dottore di ricerca che nel 2010 ha pubblicato un pezzo sui danni al cervello causati dalle benzodiazepine. Riporta il punto di vista di Isaac Marks, medico specialista che ha pubblicato su Archives of General Psychiatry una severa critica contro l’alprazolam e la sua efficacia. Sempre Marks, alle domande di Lane, risponde che ci sono tre ragioni per cui la Upjohn -la prima multinazionale farmaceutica che ha prodotto l’alprazolam- si interessi alle nuove diagnosi di fobia sociale e di ansia. “La prima sono i soldi. La seconda i soldi. E la terza, i soldi”. 

Gian Luigi Gessa è un neuropsichiatra e farmacologo italiano ed è uno dei più autorevoli esperti nella ricerca neurofarmacologica a livello internazionale. Nel 2016 ha ricevuto dal presidente Mattarella la medaglia d’oro al merito della sanità pubblica.

Gian Luigi Gessa

L’ho intervistato a proposito della pericolosità delle benzodiazepine nei casi di abuso incontrollato e quindi assunte non per scopi terapeutici.

Quali sono i danni che le benzodiazepine recano irreversibilmente al cervello?

“Le benzodiazepine sono nate con il Librium, quando Leo Sternbach fu accolto dalla Roche (la casa farmaceutica) con il suo dono. La Roche gli diede la libertà di sperimentare e sono nati altri farmaci. L’ultimo è lo Xanax che è praticamente diventato una droga.

Oggi la gente comincia a porsi domande, ma in verità a porsele furono per primi gli inglesi molto tempo fa. In America invece, protetti dalla Upjohn, c’era naturalmente una forza uguale e contraria: si scontravano grandi psichiatri, uno pagato dalla Upjohn, l’altro dalla concorrenza, e dicevano chi bene e chi male.

Le benzodiazepine sono importanti perché l’ansia è una delle qualità dell’uomo e della donna. Anzi se non avessimo ansie, non avremo neanche desideri.

L’ansia ha infatti anche una valenza evoluzionistica immensa e non esiste essere vivente privo di ansia. Chi ha più ansia oggi?

I migliori clienti, quelli che hanno più di 65 anni. Io ho più di 65 e ho ansia, ma mi guardo bene dal prendere benzodiazepine.

L’ansia non è brutta, può essere uno stimolo.

Gli anziani che soffrono di insonnia, che hanno paura dell’ignoto (e io lo so bene) e hanno magari depressione, prendono le benzodiazepine.

Milioni e milioni e milioni di prescrizioni e più prescrizioni fai e più guadagni. Più vecchi si è e più si va dai medici.

L’uso cronico di benzodiazepine è pericoloso perché accelera la demenza in senso generico, perché esiste la demenza di tipo Alzheimer, di tipo vascolare, di tipo degenerativo.

La degenerazione è il filo conduttore di questo quesito. Accelera o no?

Gli studi su questo argomento partono da tutta una aneddotica e il termine non è casuale. Uno studioso disse che su venti pazienti almeno due sono diventati dementi prima del tempo” 

Lei parla soprattutto di anziani. Dell’abuso da parte dei giovani e degli adolescenti di benzodiazepine cosa ne pensa?

“Io mi esprimo sul versante dei vecchi perché è lì che le cose si sanno. Sui giovani e sugli adolescenti non credo esista una risposta.

Posso dire che finora queste degenerazioni prima venivano studiate con strumenti particolari e si è visto che negli anziani il cervello, dopo l’abuso di benzodiazepine, si è un po’ ristretto, che i ventricoli sono un po’ più grandi, i solchi più ampi e la differenza tra i due emisferi è diventata più grande.

Non sarà che quegli anziani stanno già andando incontro all’Alzheimer e alle varie forme di demenza?

Sui giovani infatti non hanno ancora fatto controlli per due ragioni: una è che c’è una censura dovuta al potere del mercato e due, se tu non hai i soldi la ricerca non la fai. E chi te li da i soldi?

L’Upjohn e perché proprio l’Upjohn dovrebbe pagare per dire le peggio cose sullo Xanax? Per quanto riguarda i giovani si può dire quello che so sugli anziani.

E sulle benzodiazepine posso dire che danno dipendenza con una frequenza straordinaria e con una collosità, che vuol dire che si attacca e non se ne va ed è un processo quasi irreversibile. Peggio dell’eroina, anche se dall’eroina se ne può uscire.

Dalla dipendenza da alcool è più difficile, ma le benzodiazepine sono sorelle dell’alcool, hanno lo stesso meccanismo nel bene e nel male.

Le benzodiazepine sono delle droghe a tutti gli effetti, per esempio si guida male. Non vengono valutati dalla polizia gli incidenti causati dall’uso di benzodiazepine.

Le ricerche non sono dunque finanziate per affrontare il problema più importante. 

Questi giovani fanno male a prendere delle benzodiazepine, però credo sia difficile da impedire. Ma lo potremo fare, perché per ottenere gli psicofarmaci devono avere una ricetta medica non ripetibile e invece ci sono in mezzo anche i farmacisti.

Il problema non coinvolge soltanto i farmacisti, ma anche medici che prescrivono psicofarmaci indicando come posologia “al bisogno”.

“Al bisogno? E’ da arrestare un uomo che dice una cosa del genere. 

Ma è un problema anche politico.

Vi è l’esigenza di avere una tranquillità artificiale.

Ma se fai uso di benzodiazepine non sei intelligente come lo saresti al naturale.” 

Chi è secondo lei il responsabile della generazione “zombie”, denominata così proprio per l’abuso di psicofarmaci (ansiolitici e antidepressivi)?

“Zombie e abuso sono due cose diverse. In America questa attrazione fatale è chiamata “addiction”, che è differente da dipendenza.

Dipendenza può essere un epilettico che prende la sua pastiglia.

“Addiction” è un altro mondo. Significa focalizzare tutta la tua vita e il tuo interesse su quel farmaco, ma non perché hai le crisi d’astinenza o l’epilessia, unicamente perché ti è rimasta una modificazione nel tuo cervello in una zona che è preposta non a godere o a soffrire, ma a volere, ossia una compulsione.

Addiction viene dal latino addictus “assegnato al padrone” che significa “tu sei schiavo”.

L’overdose è così rara che non merita neanche di essere affrontata. Se c’è è perché c’è un’associazione, magari con l’alcool.” 

Più si fanno ricerche e più si apre un’epitome di dimensioni ancestrali.

La ricerca spasmodica a livello mondiale di una qualche forma di felicità (anche se additiva) porta le case farmaceutiche a non indagare troppo sulle conseguenze di certi farmaci pur di soddisfare una richiesta sempre più incalzante che non riguarda solo le donne, i giovani o gli anziani, ma vede coinvolti tutti, dai disoccupati ai professionisti, dal nord al sud dell’Italia, dagli italiani, agli inglesi, agli americani e agli svedesi.

Non è più un discorso sul disagio, ma sul business che si è creato a discapito dell’integrità e della reale salute psicofisica delle persone. 

L’alprazolan ha recentemente compiuto cinquant’anni, occorre soltanto confidare nella scienza.

Presto arriverà un nuovo farmaco, probabilmente meno dannoso delle benzodiazepine (che a loro volta nacquero come sostitute meno dannose dei barbiturici) in grado di alleviare chimicamente i disagi.