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Australia, morte nelle farm: la legge degli 88 giorni per il visto e lo sfruttamento dei giovani

Un'inchiesta del Guardian porta alla luce le problematiche legate al lavoro nelle farm australiane, dove i giovani stranieri percepiscono una paga misera e lavorano in condizioni di sfruttamento

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Un ragazzo al lavoro nei campi di una farm in Australia.

Nel novembre dello scorso anno un backpacker belga, Olivier Caramin, conosciuto dai suoi amici come Max, è morto mentre raccoglieva zucche in un farm di Ayr, nel Queensland, in Australia.

Olivier Caramin aveva 27 anni e lavorava nella farm dove è morto da soli quattro giorni.

Max era uno dei migliaia di backpackers che arrivano in Australia per ottenere il visto vacanza lavoro, il Working Holiday Visa.

Per entrare in possesso del secondo visto vacanza-lavoro, che consente di prolungare per un anno la propria permanenza in Australia, i giovani stranieri devono lavorare 88 giorni nelle farm, secondo la legge.

Alcuni di questi ragazzi “mollano” alla fine del primo anno, il che li rende particolarmente vulnerabili allo sfruttamento.

La morte nel 2017 di Olivier Caramin si unisce a una crescente lista di problemi legati al lavoro nelle farm australiane che i giovani backpackers devono affrontare, tra cui stupri, molestie e paghe misere.

Il giovane ragazzo belga morto era stato nella farm quattro giorni, impegnato a svolgere i lavori agricoli richiesti dal governo australiano per prolungare il visto vacanza lavoro di un anno.

Dalla raccolta e all’imballaggio della frutta, passando per il taglio delle viti, al lavoro negli allevamenti fino all’estrazione nelle miniere, questo è il lavoro nelle farm che la legge australiana consente di svolgere per ottenere i visti.

La maggior parte dei giovani ama l’Australia e sostiene che il lavoro nelle farm si è rivelato utile per arricchire le proprie esperienze, ma la morte di Caramin si aggiunge a una crescente lista di problemi vissuti dai giovani backpacker nelle zone rurali dell’Australia: stupri, molestie sessuali, condizioni di vita inferiori alle norme, violazione della sicurezza sul luogo di lavoro e sfruttamento finanziario.

Il quotidiano britannico The Guardian ha portato avanti un’inchiesta insieme a Katherine Stoner, una studentessa inglese che è tornata in Australia dopo la sua esperienza nelle farm per girare un documentario.

La maggior parte degli australiani non è consapevole del fatto che la frutta e la verdura che acquistano ogni giorno a buon mercato è in parte il risultato di un accordo sanzionato dallo stato che costringe i giovani backpackers a condizioni di lavoro misere, sottoponendoli allo sfruttamento.

L’Australian Workers Union, che riunisce i raccoglitori di frutta e i braccianti agricoli, ha affermato che gli incentivi insiti nello schema rendono i backpackers estremamente vulnerabili.

La priorità principale per questi “viaggiatori zaino in spalla” è quella di ottenere i documenti, è quindi probabile che siano disposti a tollerare salari miseri in condizioni sfavorevoli.

Un portavoce del Dipartimento per l’impiego e le piccole imprese ha dichiarato che i lavoratori stagionali devono avere gli stessi diritti e la stessa protezione che viene garantita agli australiani.

“I datori di lavoro che intraprendono una condotta criminale contro i residenti temporanei sono soggetti al diritto penale australiano”, ha aggiunto.

“Il governo prende molto sul serio la sicurezza sul posto di lavoro e lo sfruttamento dei lavoratori migranti, per questo motivo ha recentemente rafforzato il Fair Work Act per dissuadere più efficacemente la sfruttamento di questi lavoratori”.

L’Unione dei lavoratori australiani ha dichiarato che maggiori salvaguardie per i backpackers devono avere la priorità.