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Come Zuckerberg usa Facebook (molto diversamente da noi)

L'amministratore delegato ha una squadra di specialisti che si occupa di cancellare commenti o spam, e di scattare fotografie per lui

Immagine di copertina
Credit: Justin Sullivan/Getty Images

Mark Zuckerberg non utilizza Facebook come tutti noi.

Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come

“Il 33enne amministratore delegato di Facebook, ha una squadra di 12 moderatori tutta dedicata alla cancellazione di commenti o spam dalla sua pagina” scrive Alex Hern per il Guardian.

Zuckerberg ha una “manciata” di impiegati che lo aiutano a scrivere i suoi post e i suoi discorsi e un certo numero di fotografi professionisti che scattano foto per lui.

I comuni mortali non possono vedere i post privati ​​sulla timeline di Zuckerberg.

Neppure i dirigenti chiave dell’azienda hanno un profilo Facebook, al contrario di come potremmo immaginare. Sono solo in pochi ad averlo e non è possibile aggiungerli come amici.

Queste persone pubblicano raramente post e mantengono private le informazioni che la piattaforma suggerisce di rendere pubbliche di default, come ad esempio il numero di amici che posseggono.

I creatori dei social media non permettono neppure ai membri della propria famiglia, soprattutto ai bambini, di mettere online la propria vita.

Su Twitter la storia è la stessa: tra i 9 dirigenti più importanti della società, solo 4 tweettano in media di più.

Ned Segal, chief financial officer, è sul sito da più di 6 anni e ha inviato meno di 2 tweet al mese.

Il co-fondatore Jack Dorsey, un tweeter relativamente prolifico, ha inviato circa 23.000 tweet dal lancio del sito, ma la cifra è molto più bassa di quanto gli utenti normali abbiano inviato nello stesso periodo.

Dorsey inoltre, risponde raramente ed evita discussioni interne o estranee al sito.

La realtà è che neppure i leader di queste piattaforme social sono sicuri al 100 per cento se le generazioni che attualmente li utilizzano avranno poi più problemi che benefici. Per questo motivo evitano il rischio.

Sean Parker, il presidente fondatore di Facebook, ha svelato la sua posizione sull’argomento nell’ottobre del 2017, durante una conferenza a Philadelphia.

Parker ha spiegato che il meccanismo messo in piedi dal social, costruito intorno ai Mi piace, alle condivisioni e ai commenti, funziona di fatto come “un loop di validazione sociale” basato proprio intorno a una “vulnerabilità psicologica umana”.

Per le dimensioni che ha oggi, Facebook “cambia letteralmente la relazione di un individuo con la società e con gli altri. E probabilmente interviene in modo negativo sulla produttività”. L’attenzione di Parker si è rivolta anche ai bambini: “Solo Dio sa cosa sta succedendo al cervello dei nostri piccoli”.

Sean Parker ha affermato di essere diventato un “obiettore di coscienza” sui social media e che Facebook e altri sono riusciti a “sfruttare una vulnerabilità nella psicologia umana”.

Un mese dopo, anche l’ex vicepresidente Chamath Palihapitiya ha ammesso: “Abbiamo creato un sistema di gratificazione a breve termine che sta distruggendo la società”.

Palihapitiya ha detto di sentirsi “terribilmente in colpa” per aver contribuito a creare Fecebook. Tuttavia ha lanciato i suoi strali all’intero sistema dei social network, e, anzi, a tutto l’ecosistema online.

Dopo le dichiarazioni di Palihapitiya, Facebook ha rilasciato un rapporto riconoscendo i suoi passati fallimenti : “Prendiamo molto seriamente il nostro ruolo e stiamo lavorando duramente per migliorare” ha detto una portavoce della società.

Pochi giorni dopo, il sito ha rivelato i risultati di una ricerca che suggeriva che Facebook, utilizzato passivamente, causerebbe di fatto depressione e disagio agli utenti.

D’altro canto, l’interazione attiva con le persone, in particolare la condivisione di messaggi, post e commenti con amici intimi e la reminiscenza di interazioni passate, è invece legata a miglioramenti nel benessere.

Secondo Adam Alter, psicologo e autore di Irresistible, “Le aziende creano questi prodotti, (in particolare le grandi aziende tecnologiche) con l’intento di agganciarli alle persone”.

“Il loro scopo – prosegue lo psicologo – è quello di garantire che il nostro benessere non venga preservato, portandoci a spendere maggior tempo possibile sui loro prodotti e sui loro programmi e applicazioni. Questo è il loro obiettivo principale: creare dipendenza, non generare un prodotto di cui le persone possono godere, ma piuttosto un prodotto che le persone non possono smettere di utilizzare e che quindi diventa redditizio”.