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Regeni, l’Italia è sotto ricatto del governo egiziano?

Sempre più avvocati e attivisti, italiani ed egiziani, sono convinti che esista un legame tra l'arresto dell'attivista Amal Fathy, sostenitrice dei Regeni al Cairo, e il procedere delle indagini sulla morte del giovane ricercatore friulano

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Un arresto studiato, non casuale ma premeditato: questo è il pensiero di molti attivisti egiziani sul fermo di Amal Fathy, l’attivista sostenitrice della famiglia Regeni al Cairo e moglie di Mohamed Lotfy, responsabile della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (ECRF), nonché (e soprattutto) consulente legale dei Regeni in Egitto.

I primi sospetti su un legame diretto tra l’arresto di Amal dell’11 maggio e il desiderio di stoppare, o in qualche modo ulteriormente rallentare, le indagini della procura italiana sulla morte di Giulio Regeni lo hanno fatto sorgere proprio la madre di Giulio, Paola Deffendi, e l’avvocata italiana, Alessandra Ballerini.

Le due donne hanno annunciato di aver iniziato lunedì 14 maggio uno sciopero della fame per ottenere la scarcerazione di Amal.

“Nessuno deve più pagare per la nostra legittima richiesta di verità sulla scomparsa, le torture e l’uccisione di Giulio”, hanno dichiarato.

Ancora più chiara è stata l’avvocata Ballerini: “Sembra una maniera per colpirci. Se il problema sono i video di quelle telecamere se li tengano. L’importante è che liberino subito Amal”.

Ma i dubbi arrivano anche oltre il Mediterraneo. Proprio Mohamed Lotfy, in contatto diretto con la redazione di TPI, ci ha detto: “L’arresto ha certamente come bersaglio l’attività di ECRF che a sua volta si interfaccia con entità straniere. Il modo in cui hanno fatto irruzione dentro casa, in piena notte e sequestrando telefoni e computer, è una tattica per minacciare l’operato di ECRF”, spiega il legale.

“Anche come protocollo, quando si verifica un simile attacco, allo staff di ECRF viene chiesto di essere ancora più cauto nel proprio lavoro o di interrompere determinate attività che comportano rischi extra come la ricerca e così via”.

Lo stesso pensiero lo fa Ibrahim Heggi, portavoce del Movimento 6 aprile, un gruppo giovanile, laico e democratico, che da anni si batte per la difesa dei diritti umani e per l’abbattimento del regime in Egitto.

“L’arresto arriva in giorni molto particolari, e le forze di sicurezza egiziane non sono nuove a questo tipo di espedienti per distogliere l’attenzione, per fermare e bloccare tutto”.

I giorni, le date, cui fa riferimento Ibrahim sono quelle del 15 maggio, giorno in cui gli inquirenti italiani si recheranno al Cairo, in Egitto, per iniziare insieme ai giudici egiziani le operazioni di recupero delle registrazioni delle videocamere di sorveglianza della metropolitana della città, nell’ambito dell’inchiesta sul sequestro e omicidio di Giulio Regeni.

L’altra data è appunto quella del fermo di Amal, alle prime ore di venerdì 11 maggio, proprio pochi giorni prima dell’incontro tra le procure.

Martedì 15 maggio, alla presenza di una delegazione italiana guidata dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, una società russa incaricata dal Regime inizierà le operazioni tecniche di recupero dei video “sovrascritti” registrati il 25 gennaio del 2016 dalle telecamere a circuito chiuso della stazione della metropolitana di Dokki (quella in cui il cellulare di Giulio ne segnalò per l’ultima volta la presenza), impegnandosi a consegnarne “copia” alla magistratura italiana.

Ma cosa accadrà realmente?

Perché i rappresentanti italiani – nonostante la fase di stallo per la formazione del governo – non hanno chiesto spiegazioni per queste “curiose”coincidenze?

Una fonte del Cairo, che ha voluto restare anonima per motivi di sicurezza, ha raccontato a TPI come dell’arresto di Amal tutte le ambasciate straniere al Cairo siano state informate e abbiano risposto. Tutte, tranne quella italiana.

Perché l’Italia non reagisce? L’ambasciatore italiano al Cairo finora non ha rilasciato dichiarazioni. Perché questo silenzio?

Ma le date e le coincidenze non finiscono qui: il 14 settembre 2017, Ibrahim Metawally, avvocato per i diritti umani all’Ecfr e consulente dei Regeni al Cairo, scompare esattamente quattro giorni prima dell’insediamento del nuovo ambasciatore italiano al Cairo, ossia il 14 settembre.

Metwally ricompare alcuni giorni dopo, è in carcere per diverse accuse: creazione e direzione di un gruppo illegale, cospirazione con soggetti stranieri per danneggiare la sicurezza nazionale, e pubblicazione di notizie false.

Le accuse sono quasi identiche a quelle pronunciate per Amal. La procedura anche: detenzione preventiva e rinvii di 15 giorni in 15 giorni per una permanenza in carcere che potrebbe non avere fine, tra condizioni disumane e sfinimento psicologico.

La Procura Generale del Cairo, dopo sei mesi di riflessione, ha deciso di accogliere la ricostruzione dei fatti e l’ipotesi investigativa delineata dalla Procura di Roma nella sua ultima informativa consegnata nel dicembre 2017 alla magistratura egiziana.

Si documenta il coinvolgimento di almeno nove tra funzionari della National Security Agency e poliziotti che avrebbero depistato le indagini successive al ritrovamento del corpo Giulio e avrebbero bloccato la procedura per nuove attività istruttorie.

Ma a questo punto siamo certi che non ci sarà un passo indietro? Non prima della fine di giugno le due procure dovranno confrontarsi anche sulle dichiarazioni rilasciate durante gli interrogatori ai nove tra poliziotti e agenti segreti egiziani identificati nell’informativa. Dichiarazioni che sono risultate incongrue o del tutto menzognere.

Cosa accadrà fino a quel momento? L’arresto di Amal assume i contorni di una sempre meno velata intimidazione alla procura di Roma, che in questi mesi ha lavorato tra mille difficoltà.

Purtroppo non ci sono prove che il suo arresto costituisca davvero una minaccia diretta al consulente legale egiziano della famiglia Regeni, e quindi all’Italia. Ma i tasselli della storia cominciano a trovare coerenza e le uniche persone che hanno ancora il coraggio di parlare, i genitori di Giulio, sono stati chiari.

Ora occorre la reazione dell’Italia.