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Armenia, Nikol Pashinyan è il nuovo primo ministro

Dopo settimane di proteste, il Parlamento armeno ha affidato la carica di primo ministro a Nikol Pashinyan, il leader della "rivoluzione di velluto", ossia non violenta

Immagine di copertina
Le proteste in Armenia Credit: Getty Images

Il leader dell’opposizione armena, Nikol Pashinyan ha ottenuto il sostegno del parlamento, diventando il nuovo primo ministro del paese.

Pashinyan ha guidato settimane di proteste che hanno posto fine a 10 anni di governo di Serzh Sargsyan.

Migliaia di sostenitori si sono radunati nella capitale Yerevan mentre Pashinyan chiedeva la fiducia al parlamento.

Pashinyan, ha guidato quella che è diventata nota come la “Rivoluzione di velluto” dell’Armenia. Si è impegnato a sostegno dei diritti umani e contro corruzione e brogli elettorali.

“Tutte le persone sono uguali davanti alla legge, non ci saranno persone che godono dei privilegi in Armenia e altre no”.

Il partito di Pashinyan ha definito quello di oggi un “giorno storico”. Lena Nazaryan ha detto ai parlamentari che la rivoluzione è stata il culmine di due decenni di disperazione e lotta.

Il capo del partito di maggioranza armeno, Vahram Baghdasaryan, aveva assicurato che il paese avrebbe avuto un nuovo primo ministro l’8 maggio 2018, dopo settimane di proteste.

Baghdasaryan aveva incontrato lo scorso 3 maggio 2018 Nikol Pashinyan, l’avvocato a capo delle manifestazioni che aveva annunciato l’inizio della “rivoluzione di velluto”, cioè non violenta.

Alla fine dell’incontro, Baghdasaryan aveva riferito a Reuters  che il suo partito avrebbe appoggiato chiunque fosse riuscito ad ottenere i voti favorevoli di un terzo del parlamento l’8 maggio.

Nikol Pashinyan è diventato oggi, 8 maggio 2018, primo ministro dell’Armenia, dopo che il primo maggio la sua investitura era stata ostacolata dallo stesso partito di maggioranza.

Se il Parlamento non avesse trovato un accordo sulla nomina del primo ministro, nel paese sarebbero state indette nuove elezioni parlamentari.

Come siamo arrivati fin qui

Il 17 aprile 2018 il Parlamento armeno aveva approvato la nomina a primo ministro dell’ex presidente Serzh Sargsyan, leader del Partito repubblica d’Armenia.

Il leader repubblicano, 63 anni, ex ufficiale dell’esercito, aveva vinto le elezioni presidenziali nel 2008 ed era stato rieletto per un secondo mandato nel 2013. In passato era già stato premier a cavallo tra il 2007 e il 2008.

L’ex presidente ha di recente trasformato il paese in una Repubblica parlamentare per poter ottenere la carica di primo ministro e continuare a governare oltre i due mandati previsti dalla costituzione come presidente dell’Armenia.

Il leader partito di opposizione Elk, Nikol Pashinyan, ha guidato le manifestazioni iniziate il 13 aprile nel tentativo di impedire lo svolgimento del voto.

“In tutta la repubblica hanno luogo azioni di protesta, scioperi, vengono bloccate le strade. Io do l’annuncio dell’inizio della rivoluzione di velluto”, aveva dichiarato Pashinyan in un comizio durante le proteste.

L’avvocato ha più volte ribadito che le manifestazioni da lui guidate sono pacifiche e ha chiesto “la nomina di un primo ministro del popolo”, la formazione di un governo provvisorio e le elezioni anticipate.

Secondo gli osservatori, Pashinyan vorrebbe ricoprire la carica di premier, modificare il sistema elettorale per poi indire nuove elezioni democratiche anticipate.

I primi scontri tra i manifestanti e la polizia sono avvenuti lunedì 16 aprile. Dopo i primi giorni di proteste, almeno 46 persone sono rimaste ferite negli scontri con la polizia e numerosi manifestanti sono stati arrestati a Yerevan, capitale della città, dove si erano radunati circa 40mila cittadini.

Il 23 aprile Serzh Sargsyan si è dimesso dalla carica di primo ministro, dopo che anche le forze armate si sono schierate con gli insorti.

A seguito  delle dimissioni di Sargsyan, il potere era passato nelle mani del primo ministro ad interim Karen Karapetya, ma Pashinyan aveva subito convocato nuove manifestazioni per chiedere la rimozione dal potere dell’intero Partito repubblicano, a cui appartiene lo stesso Sargsyan, erede del Partito comunista e a capo del paese dall’indipendenza dall’URSS.

Il primo maggio, dopo 3 settimane di manifestazioni, si credeva che Nikol Pashinyan sarebbe diventato il nuovo primo ministro dell’Armenia, ma l’avvocato non è riuscito a raggiungere la maggioranza parlamentare necessaria per ottenere l’incarico.

Dopo il deludente risultato, Pashinyan ha chiesto ai manifestanti di bloccare totalmente il paese.

In base alle dichiarazioni rilasciate oggi, 3 maggio, da Vahram Baghdasaryan, il candidato dell’opposizione Elk, Nikol Pashinyan, potrebbe ottenere la carica di primo ministro.

“Annunciamo che il Partito repubblicano non proporrà un proprio candidato per il ruolo di premier”, ha riferito Baghdasaryan alla fine dell’incontro.

“Daremo il nostro sostegno al candidato che otterrà il supporto di un terzo dei deputati del parlamento, che si tratti di Pashinyan o di qualcun altro, e l’8 maggio l’Armenia avrà un primo ministro”.

La scorsa settimana il partito di Baghdasaryan aveva detto che non avrebbe ostacolato l’elezione di Pashinyan, per poi opporsi in sede parlamentare durante le votazioni del primo maggio.

Se l’8 maggio 2018 il Parlamento non eleggerà un primo ministro, in Armenia saranno indette nuove elezioni parlamentari.

Reazioni internazionali 

La crisi interna in Armenia ha delle conseguenze sulle relazioni del paese con Russia, Turchia e con l’Occidente in generale.

L’Armenia è un’ex repubblica sovietica, divenuta indipendente nel 1991. L’ex presidente Sargsyan è sempre stato accusato di essere vicino al presidente russo Vladimir Putin, soprattutto dopo che nel 2013 rifiutò  l’accordo di integrazione economica con l’Unione Europea.

Nel 2014, il paese è entrato nell’Unione Economica eurasiatica, di cui fanno parte Bielorussia, Kazakistan, Russia e Kirghizistan.

Mosca ha forti interessi economici in Armenia e nel paese è presente una base militare russa.

La posizione internazionale del paese ex sovietico è inoltre complicata dai difficili rapporti con la Turchia e l’Azerbaigian.

La Turchia non ha ancora riconosciuto il genocidio degli armeni, avvenuto nel 1915, mentre continua la disputa con l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh, una regione internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian ma ancora contesa tra quest’ultima e l’Armenia.