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La visita di Macron in Nuova Caledonia e il ruolo strategico della Francia nel Pacifico

Il 3 maggio il presidente francese si è recato in Nuova Caledonia per commemorare i 30 anni dall’assalto alla grotta di Ouvéa: una visita altamente simbolica ma che lascia scontenti sia gli indipendentisti che i repubblicani alla vigilia del referendum per l’autodeterminazione. L'analisi

Immagine di copertina
Il presidente francese Macron

“Dopo la Brexit la Francia è l’ultimo Stato europeo nel Pacifico”. Così Emmanuel Macron ha dichiarato in un’intervista trasmessa il 4 maggio in un delle reti locali, ricordando che la Francia è la seconda potenza marittima al mondo e che nell’asse Parigi, Nuova Delhi e Canberra ci sono 1 milione e 600 mila francesi con quasi l’80 per cento del controllo sulle zone economiche esclusive.

Lo sanno bene i Kanak della piccola isola di Ouvéa, “la più vicina al paradiso”, che il 5 maggio del 1988 hanno avuto la sfortuna di conoscere sul proprio corpo la potenza, in quell’occasione però militare, dello Stato francese.

Punto di snodo geopolitico importante, il presidente l’ha ribadito più volte nel suo viaggio caledone che l’ha visto impegnato dal 3 al 5 maggio, la Nuova Caledonia rientra nell’asse Indo-Pacifico che egli ha intenzione di rafforzare per tener testa all’avanzata cinese.

Un’ambizione commerciale che vuole fare della Nuova Caledonia un paese esportatore. Le parole di Macron non possono non richiamare quelle di un suo predecessore, Charles De Gaulle, conosciuto anche come il generale De Gaulle, che in una sua visita in Nuova Caledonia il 4 settembre 1966 ricordò alla popolazione caledone, il suo “ruolo strategico in questa parte del mondo”.

Allora come oggi il processo di colonizzazione francese riposa non solo su argomenti di tipo nazionalistico o morale, ma soprattutto su scelte economiche ed in particolare sulla necessità di approvvigionarsi di materie prime, il nickel fra tutti. Resta da chiedersi che cosa succederà a seguito della scoperta del nuovo continente Zelandia, se la Nuova Caledonia e la Nuova Zelanda decideranno di riconoscere un passato geologico comune ed entrare in trattativa per le ZZE.

A 6 mesi dal referendum per l’autodeterminazione previsto per il 4 novembre, il presidente francese è chiamato a confrontarsi con la storia. I media locali lo hanno definito un “traghettatore” che ha il compito di riconoscere e istituzionalizzare il passato e trasformarlo in un ponte per costruire l’avvenire.

Non è un caso che egli sia venuto con l’atto di presa di possessione della Nuova Caledonia alla mano, una sorta di testimone che come in una staffetta testimonia appunto l’avvenuto contatto tra gli atleti. Ma a chi deve essere restituito, al gouvernament caledone, alle autorità tradizionali kanak o alla popolazione tutta? E soprattutto, che senso ha questo trasferimento di documenti?

“Tappa”, “momento storico”, “alleanza di memorie”, “storia comune”, “Sovranità nella sovranità”, queste sono le parole chiave che Macron ha messo in evidenza durante il discorso di chiusura delle tre giornate, per spiegare che solo accettando le luci e le ombre del passato si possono gettare le basi dell’unità e della serenità di un paese che si appresta a fare una scelta “adulta”. Ma nessuna condanna alla colonizzazione come un crimine contro l’umanità, che durante la sua campagna elettorale gli era costata l’ostilità dei pieds noirs. I Kanak non sono stati accontentati.

Appuntamento con la storia

Per la seconda volta a Ouvéa si sono accesi i riflettori della stampa internazionale. Conosciuta il 5 maggio 1988 per essere terreno di un grande “fallo diplomatico” durante la partita per la corsa alla presidenza tra Mitterand e Chirac, esattamente 30 anni dopo ospita per la prima volta un capo di stato francese.

E’ il 22 aprile del 1988 quando degli indipendentisti radicali assaltano la gendarmeria di Fayaoué a Ouvéa, con l’intento di boicottare il nascente statuto Pons e issare la bandiera kanak che verrà riconosciuta soltanto nel 2010.

Ma 4 gendarmi rimangono uccisi e gli altri presi in ostaggio e nascosti nella grotta di Gossanah. Dopo 14 giorni di negoziazioni e secondo le testimonianze, di torture inflitte agli abitanti, Mitterand, per accaparrarsi i voti di Le Pen, lancia l’operazione “Victor”.

74 militari armati di Magnum 357 assaltano la grotta. Il bilancio racconta di una vera e propria esecuzione: 2 soldati e 19 kanak uccisi, 14 fatti prigionieri. Si poteva evitare? Perché i 19 Kanak vengono uccisi e non resi prigionieri come gli altri?

È un interrogativo che non smette di assillare le famiglie delle vittime e non solo. Pochi giorni dopo vengono firmati gli accordi di Matignon-Oudinot, il risultato di negoziazioni tra il fronte repubblicano guidato da Jacques Lafleur e il fronte indipendentista con a capo Jean-Marie Tjibaou, una pace affrettata che crea dissenso e che soltanto un anno dopo durante la commemorazione dei 19 morti farà altre tre vittime: lo stesso Tjibaou con il suo braccio destro Yéiwéné Yéiwéné ucciso dal pastore protestante Djubelli Wéa, poi fatto fuori dalle guardie del corpo dei due leader.

Nei giorni precedenti la commemorazione dei 30 anni è proprio il fratello di Wéa, Micki, che insieme al comitato Gossanah, protesta a gran voce contro l’arrivo del presidente ad Ouvéa. “Una provocazione e un insulto per chi vuole commemorare in intimità il dolore del dramma”.

La ferita è ancora aperta e torna a bruciare con la stessa intensità. Le famiglie delle vittime rivivono con cadenza annuale l’atrocità di quei giorni attraverso cerimonie e memoriali rischiando al contempo di ritualizzazarne anche la rabbia.

Gli accordi di Matignon sono arrivati drasticamente « i nostri padri ci hanno condotto fino alla barricata poi abbiamo avuto la pace ma non c’è stato un lavoro di ritorno, non c’è stato un bilancio degli errori e i giovani oggi pensano ancora che ci sia quella barricata » mi spiega un pastore della Chiesa protestante Kanaky-Nouvelle Caledonie, nome scelto per la Nuova Caledonia indipendente.

Va detto anche che gli abitanti dell’isola sono venuti a conoscenza della visita del presidente attraverso la stampa locale, quindi non proprio rispettando i protocolli della cultura kanak che prevedono un “travail”, un processo di riconciliazione e di perdono che per le famiglie Tjibaou, Yéiwéné, Fisdiépas et Wéa coinvolte nel dramma è durato 15 anni.

“Non facciamo le cose alla leggera, la Parola deve essere scambiata, non basta una settimana per cancellare questa grave ferita”, recita il volantino fatto circolare sui social. In terra kanak bisogna saper prendere il tempo per discutere, per ascoltare la natura e il silenzio.

La temporalità è una nozione differente da quella europea. Questi lunghi scambi di parole si materializzano attraverso doni e contro-doni, tra cui i più importanti sono le monete kanak, i rotoli di stoffa detti manou e gli ignami.

Campagna regione lazio

Ma nessun gesto ufficiale di perdono da Macron che ha giudicato però giusto marcare la presenza della Repubblica in questo giorno così importante, del resto la maggior parte della popolazione ne era entusiasta. Per ragioni di sicurezza però il comitato Gossanah viene bloccato  dalle forze dell’ordine impedendogli dopo 30 anni di onorare il monumento ai 19 kanak.

La commemorazione si apre con la marsigliese e con l’inno caledone Siamo uniti, Siamo fratelli e con il saluto del presidente alle 4 chefferies di Ouvéa. “Qui è iniziata una riconciliazione inedita e di perdono tra le famiglie. Spero che noi siamo all’altezza di questo processo di riconciliazione che voi avete già cominciato. La gioventù porta il peso di tutta questa storia sulle spalle ma questo non gli impedirà di crescere”.

Queste le parole di Macron che restando nelle retrovie accompagna poi la processione delle 19 corone di gerbere portate dai rappresentanti delle famiglie al monumento ai “martiri per l’indipendenza”. La bandiera Kanak sventola nel cielo azzurro di Ouvéa.

“Bisogna ascoltare il rumore della foresta che cresce e non di un albero che cade”. è uno dei figli dei kanak uccisi a pronunciare questa frase, testa bassa, in segno di rispetto ed di umiltà. Mostra il cocco che da lì a poco il presidente pianterà, così come vuole la tradizione kanak.

L’albero di cocco nella simbologia è il simbolo della donna, della fecondità e della vita. Di solito nella coutume si dona insieme al pino coloniale che rappresenta la virilità dell’uomo, ma questa volta è la speranza di un avvenire fertile a prevalere.

L’arrivo di Macron à Ouvéa, un luogo che ha conosciuto la “banalità” della politica, unisce e divide allo stesso tempo e ricordando le parole di un pastore con cui ho potuto discutere nei giorni precedenti: “in un periodo di preparazione al referendum questa frammentazione non fa altro che dar ragione ai repubblicani che approfitteranno per dire che noi non siamo pronti all’indipendenza. Ouvéa ha perso 19 fratelli, vogliamo la nostra libertà ma non attraverso il sangue versato come nel 1988”.

Il punto sembra proprio questo, quale eredità il presidente lascerà sull’isola una volta ripartito per la patria?

Una questione di chemins coutumiers

“Mille ottocento cinquantatre alle tre del pomeriggio. Io sottoscritto Febrier Despointes, contro ammiraglio comandante capo della forza navale francese nell’oceano Pacifico, in seguito agli ordini del mio governo, dichiaro prendere possessione dell’Isola della Nuova Caledonia e dei suoi territori dipendenti in nome di sua maestà Napoleone 3, imperatore dei francesi. […] Da questo giorno 24 settembre 1853 diviene, così come i suoi territori dipendenti, colonia francese. […]  Balade Nuova Caledonia, le ore, il giorno, il mese e anno come indicato sopra.

Dopo una mattinata intensa passata ad Ouvéa Emmanuel Macron si dirige al centro culturale Tjibaou dove restituisce al popolo caledone, rappresentato dai membri del governo i due atti di presa di possessione della Nuova Caledonia conservati negli archivi d’oltremare a Aix-en-Provence.

Il primo, di cui uno stralcio sopra, che dichiara l’inizio della colonizzazione e il secondo datato 29 settembre 1853 che sancisce la presa di possessione dell’Île des Pins, a sud della Grande Terre, riconoscendone il potere dei grand-chef.

“Questi documenti rappresentano una tappa della nostra storia comune. Il loro posto è negli archivi caledoni, per essere consultati dall’insieme della popolazione – poi continua dicendo – non siamo più nel tempo della possessione ma in quello della responsabilità della scelta. Abbiamo costruito una sovranità nella sovranità”.

Macron parla di “alleanza di memorie in cui nessuna leva qualcosa all’altra”. I leader indipendentisti kanak si aspettavano che il gesto avesse un ben altro significato.

“Sabato scorso (28 aprile) veniamo a conoscenza dalla stampa che l’atto sarà restituito al governo e che Macron non andrà a Balade. Il cammino è un po’ preso al contrario!”, Daniel Goa, porta parola del FLNKS (Fronte liberazione nazionale kanak socialista) è amareggiato quando mi racconta che in realtà all’inizio la restituzione dell’atto di presa di possessione era stato pensato diversamente.

Macron avrebbe dovuto fare un gesto di perdono a Balade, e in seguito avrebbe dovuto restituire l’atto al centro culturale Tjibaou ai coutumiers dell’area Djubéa-Kaponé, dove sorge la città di Nouméa. Sono poi quest’ultimi che a nome di tutti gli chef kanak avrebbero dovuto restituire gli atti al governo rappresentante il popolo caledone.

“C’è un cammino coutumier che deve essere rispettato, restituendo l’atto alle autorità tradizionali si riconosce che è il popolo kayak ad essere stato colonizzato”. Goa e con lui altri, avevano immaginato un altro scenario.

Al meeting del 1 maggio organizzato dal FLNKS per il lancio della campagna a favore dell’indipendenza si era espresso così: “il gesto anche se è simbolico per noi vale tanto perché ci riconoscerà in quanto Kanak e ci restituirà il paese, e una volta che ci restituisce il paese abbiamo sei mesi per preparare il dopo-indipendenza.

Questo atto rinforza la nostra battaglia”. Ma le cose non sembrano andate per il verso sperato ed è stato lo stesso presidente a sottolineare che non si tratta di una vera propria restituzione ma semplicemente di un trasferimento geografico.

Marta Gentilucci – PhD Candidate – Program in Cultural and Social Anthropology – Department of Educational Human Sciences “Riccardo Massa” – University of Milan-Bicocca