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Trattativa Stato-mafia: riassunto | fatti | personaggi | processo | sentenza
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La strage di Capaci del 23 maggio 1992 dove morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta

Trattativa Stato-mafia: riassunto | fatti | personaggi | processo | sentenza

Il 20 aprile 2018 si è concluso il processo sulla trattativa Stato-mafia: un riassunto completo, i fatti, i personaggi e la sentenza di una delle pagine più buie della storia italiana

21 Apr. 2018
trattativa stato mafia
La strage di Capaci del 23 maggio 1992 dove morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta

Trattativa Stato mafia | Il processo | Antefatti | L’omicidio di Salvo Lima | La strage di Capaci | Il “papello” | La strage di via D’Amelio | La cattura di Riina | I movimenti leghisti meridionali | La nuova stagione politica | Il caso dell’infiltrato Ilardo

Oggi, 20 aprile 2018 è una data storica per il processo sulla trattativa Stato-mafia. Si è concluso con una serie di condanne importanti un processo durato 5 anni. La Corte di Assise di Palermo ha emesso la sentenza che prevede le seguenti condanne:

Il boss mafioso Leoluca Bagarella è stato condannato a 28 anni di reclusione.

Il boss mafioso Antonino Cinà è stato condannato a 12 anni.

Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia, Antonio Subranni e Mario Mori, ex vertici del Ros, condannati a 12 anni.

L’ex colonnello Giuseppe De Donno per Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, condannato a 8 anni.

Tutti gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.

Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento dei danni alle parti civili, per una somma complessiva di 10 milioni.

È stato invece assolto l’ex ministro Nicola Mancino.

È scattata la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca.

Che cos’è il processo sulla trattativa Stato-mafia

Si tratta del procedimento penale sorto per fare luce sul presunto patto che, nei primi anni Novanta, alcune parti dello Stato avrebbero stretto con Cosa Nostra per fermare le stragi mafiose che colpivano l’Italia in quel periodo.

Al centro di questo accordo, secondo l’accusa, ci sarebbe la fine della cosiddetta “stagione stragista” in cambio dell’attenuazione delle misure detentive nei confronti dei mafiosi, previste dall’articolo 41 bis.

Antefatti

Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni, tra settembre e ottobre del 1991, durante alcune riunioni tra i boss di Cosa Nostra, presiedute dal boss Salvatore Riina, la mafia decise di mettere in atto delle azioni terroristiche, in risposta all’arresto di 475 persone sospettate di essere affiliati.

In particolare, in una riunione avvenuta nel dicembre 1991, si decise di colpire in particolare giudici e politici ritenuti a vario titolo nemici di Cosa Nostra.

I nomi in cima alla lista erano quelli dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Tra gli obiettivi vi erano anche i politici democristiani Salvo Lima e Calogero Mannino e quelli socialisti Claudio Martelli, Carlo Vizzini e Salvo Andò.

Tutti colpevoli, secondo le dichiarazioni fornite successivamente dai pentiti, di essersi presi i voti di Cosa Nostra nelle elezioni del 1987 per poi “fare la guerra” all’organizzazione una volta eletti o andati al governo.

Quando la Cassazione, il 30 gennaio 1992, confermò la sentenza del maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all’ergastolo, i capi di Cosa Nostra decisero di avviare la stagione stragista.

L’omicidio di Salvo Lima

Il 12 marzo 1992, alcuni sicari uccisero Salvo Lima, all’epoca eurodeputato della Democrazia cristiana e delfino in Sicilia di Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio.

Il ministro democristiano Calogero Mannino, dopo la morte di Lima, aveva confidato al maresciallo dei carabinieri Guazzelli: “il prossimo potrei essere io”.

Ad essere ucciso da Cosa Nostra, il 4 aprile 1992, fu però proprio il maresciallo Guazzelli.

Gli inquirenti sostennero che l’omicidio del maresciallo fosse un avvertimento proprio a Mannino.

Il pentito Giovanni Brusca affermò che “andando ad uccidere l’onorevole Lima in qualche modo per riflesso si andava ad additare l’onorevole Andreotti come mafioso. Con Salvatore Riina dicevamo quella frase poco felice, cioè: con una fava due piccioni, nel senso che avremmo ucciso da un lato il dottor Falcone e dall’altro per effetto l’onorevole Andreotti non sarebbe più stato eletto presidente della Repubblica”.

Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, disse che “l’attentato in pregiudizio del dottor Falcone è stato pilotato per impedire l’elezione dell’onorevole Andreotti a presidente della Repubblica.”

Il 24 aprile il governo presieduto da Andreotti cadde.

Mannino, tra l’aprile e il maggio del 1992, incontrò informalmente il capo della polizia e il capo del Ros per avviare un contatto con Cosa Nostra ed evitare ulteriori omicidi nei confronti degli uomini dello stato.

La strage di Capaci

Il 23 maggio dello stesso anno, alle 17:58, 500 chilogrammi di tritolo fecero saltare in aria, uccidendoli, Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, che percorrevano in macchia l’autostrada Palermo-Capaci.

Due giorni dopo Oscar Luigi Scalfaro venne eletto Presidente della Repubblica, al posto di Giulio Andreotti, confermando la tesi, avallata da alcuni pentiti, secondo cui la strage di Capaci avesse come fine trasversale quello di bloccare proprio l’elezione di Andreotti al Quirinale.

Il 30 maggio 1992 Massimo Ciancimino, figlio di Vito, incontrò casualmente su un volo da Roma a Palermo il capitano del Ros Giuseppe De Donno, il quale gli chiese di poter incontrare il padre per discutere di un possibile accordo riguardante alcuni benefici per i mafiosi detenuti.

L’ex sindaco di Palermo, i primi di giugno del 1992, contattò il boss Bernardo Provenzano al quale riferì dell’avvicinamento del militare.

Provenzano diede a Ciancimino padre il consenso per porsi da mediatore tra i Carabinieri e Riina.

Una settimana dopo vi fu un incontro tra De Donno e Vito Ciancimino in compagnia del generale Mario Mori.

Proprio in quei giorni, precisamente l’8 giugno 1992, l’allora ministro di Grazia e Giustizia Martelli aveva fatto approvare il decreto che inaspriva il carcere per i mafiosi.

Il “papello”

Venuto a conoscenza dell’incontro, Riina, il 21 giugno, disse a Brusca queste parole: “Si sono fatti sotto”.

Fu in quell’occasione che “la belva” preparò il cosiddetto “papello”, il foglio contenente le richieste di Cosa Nostra allo Stato italiano.

Il 25 giugno 1992 De Donno e Mori incontrarono il giudice Borsellino, con il quale parlarono soltanto del rapporto tra mafia e appalti senza far alcun accenno all’incontro avvenuto con Ciancimino.

Il 28 giugno si insediò il nuovo governo presieduto da Giuliano Amato.

Il giorno successivo Borsellino fu informato dell’incontro avvenuto tra Mori e Ciancimino e poco dopo lo stesso Borsellino scoppiò a piangere davanti a due giovani giudici, Massimo Russo e Alessandra Camassa, dicendo che un amico lo aveva tradito.

L’1 luglio mentre stava interrogando il mafioso Gaspare Mutolo alla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, Borsellino venne convocato al Viminale.

Al ministero dell’Interno il giudice incontrò Bruno Contrada, numero due del Sisde, il quale gli fece una battuta sul pentimento di Mutolo, informazione quest’ultima che sarebbe dovuta essere segreta.

Quella sera il giudice Borsellino confidò alla moglie di aver respirato “aria di morte”.

Fu durante la prima settimana di luglio che Riina recapitò a Vito Ciancimino le richieste da presentare ai rappresentanti delle istituzioni.

Il foglio, detto “papello”, era composto da 12 punti, giudicati immediatamente irricevibili da Ciancimino.

Ecco i punti contenuti nel “papello” di Riina:

  • Revisione sentenza Maxiprocesso
  • Annullamento decreto legge 41-bis
  • Revisione legge Rognoni-La Torre
  • Riforma legge pentiti
  • Riconoscimento benefici ai dissociati brigate rosse per condannati di mafia
  • Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età
  • Chiusura supercarceri
  • Carcerazione vicino le case dei familiari
  • Niente censura posta familiari
  • Misure prevenzione sequestro non fattibile
  • Arresto solo flagranza di reato
  • Levare tasse carburanti come Aosta

In fondo all’elenco l’annotazione: “Consegnato spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori dei Ros”.

Il 13 luglio del 1992 Ciancimino mostrò il papello ai carabinieri, che giudicarono le richieste irricevibili, come previsto dall’ex sindaco.

Alle proposte di Riina, Vito Ciancimino contrappose un altro elenco con richieste considerate più ragionevoli:

  • Abolizione 416 bis
  • Strasburgo Maxi processo
  • Sud Partito
  • Riforma Giustizia alla americana
  • Sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal titolo di studio: (es. Leonardo Sciascia)
  • Abolizione carcere preventivo se non in flagranza di reato (in questo caso rito direttissimo)
  • Abolizione monopolio tabacchi

Questo secondo documento era di carattere più politico, con richieste che sembravano rivolte a un soggetto più largo, in grado di gestire meglio la trattativa con Cosa Nostra.

La strage di via D’Amelio

Il 19 luglio alle 16:58, a Palermo in via Mariano D’Amelio, l’esplosione di un ordigno composto da 90 chilogrammi di tritolo provocò la morte del giudice Borsellino e dei 5 agenti della sua scorta.

Il 17 settembre 1992, un commando guidato dal boss Leoluca Bagarella uccise Ignazio Salvo, condannato per associazione mafiosa nel Maxiprocesso di Palermo.

La seconda fase della trattativa iniziò dalla consegna del “papello”.

Alla fine di agosto del 1992 ci fu un ulteriore incontro tra Vito Ciancimino e i carabinieri del Ros.

Nel corso di questo incontro, vennero consegnate dai carabinieri a Ciancimino delle mappe della Sicilia, affinché l’ex sindaco indicasse dove fosse il covo di Riina.

Queste cartine, nel novembre dello stesso anno, vennero a loro volta consegnate a Bernardo Provenzano, il quale fece dei segni in corrispondenza del nascondiglio di Riina.

Dopo aver chiesto un passaporto per l’espatrio, il 19 dicembre 1992, Vito Ciancimino venne arrestato.

La cattura di Riina

Grazie alle rivelazioni dell’autista di Riina, Baldassare Di Maggio, il 15 gennaio del 1993 il boss fu arrestato nel suo covo dal capitano dei carabinieri Ultimo.

La perquisizione dell’abitazione di Riina, però, non fu fatta immediatamente dopo l’arresto, ma avvenne solo l’1 febbraio, quando il covo era ormai stato “ripulito” totalmente.

Secondo i magistrati che conducono le indagini, con l’arresto di Riina si apre una nuova della trattativa Stato-mafia.

I nuovi interlocutori e mediatori sarebbero adesso Bernardo Provenzano e Marcello Dell’Utri.

I movimenti leghisti meridionali

Il 4 dicembre 1992, fu interrogato dalla Commissione parlamentare Antimafia Leonardo Messina, mafioso che aveva iniziato a collaborare nel giugno 1992 con Paolo Borsellino.

Il pentito raccontò che lo scopo di Cosa Nostra era quello di crearsi un proprio Stato, attraverso un progetto separatista della Sicilia.

Il progetto era sostenuto, secondo Messina, dalla massoneria, da parti delle istituzioni, dell’imprenditoria e della politica.

Il disegno prevedeva che la nuova Sicilia indipendente sarebbe diventata lo stato di Cosa Nostra.

Tra le frasi pronunciate dal pentito, in particolare, una fu quella più significativa: “Cosa Nostra appoggerà una forza politica siciliana con un nome nuovo”.

Dalle indagini compiute dalla Dia, successive alle dichiarazioni di Messina, risultò fondamentale in questo piano il ruolo della massoneria deviata, in particolare della loggia P2 di Licio Gelli, e della destra eversiva.

Tra i movimenti leghisti legati a Gelli, merita particolare attenzione Sicilia Libera.

In particolare, le dichiarazioni fornite nel 1997 dal pentito Tullio Cannella rivelano come la nascita di Sicilia Libera fosse parte di un disegno politico più largo.

Cannella disse: “Il movimento Sicilia Libera era solo uno dei movimenti di una complessa strategia politica e criminale della quale sono stato messo al corrente da Bagarella” e continuò, “le stragi al nord erano finalizzate a distrarre l’attenzione dal problema di Cosa Nostra in Sicilia, a creare un clima più propizio per addivenire in quel momento in tempi più brevi alla separazione dell’Italia fra nord e sud”.

Ancora stragi

Il 14 maggio 1993, a Roma, tra via Fauro e via Boccioni, vi fu un’esplosione che non ebbe conseguenze in termini di morti.

Obiettivo dell’attentato di mafia era il giornalista e conduttore televisivo Maurizio Costanzo, colpevole del suo impegno contro Cosa Nostra

La notte del 27 maggio 1993 in via dei Georgofili a Firenze vi fu una violentissima esplosione che provocò la morte di cinque persone, il ferimento di altre trenta e il crollo della Torre dei Pulci, oltre che il danneggiamento della galleria degli Uffizi.

Durante il dibattimento per la strage, si ipotizzò che l’obiettivo fosse l’Accademia dei Georgofili, luogo di ritrovo di politici di rilievo, tra cui l’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini.

Un mese dopo esplose un’autobomba a Milano in via Palestro, provocando la morte di cinque persone e il ferimento di sei.

La stessa notte, a mezzanotte del 28 luglio 1993 scoppiarono due bombe a Roma, una in piazza S.Giovanni in Laterano e l’altra a via Velabro, fortunatamente senza provocare vittime.

Nel novembre del 1993 non vennero rinnovati i provvedimenti di 41 bis nei confronti di 343 detenuti mafiosi.

La nuova stagione politica

Il 28 marzo del 1994 Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni politiche con il suo nuovo partito Forza Italia.

Il pentito Antonino Giuffrè, in un interrogatorio del gennaio 2003, dichiarò che un primo contatto tra Berlusconi e Cosa Nostra avvenne per la prima volta negli anni Settanta.

La nascita del partito sarebbe dovuta quindi dall’esigenza da parte della mafia di chiudere i precedenti rapporti con la Democrazia cristiana e creare un nuovo soggetto politico che desse la garanzia di rispettare gli impegni assunti in cambio dei voti ottenuti.

L’uomo al centro di questo progetto era Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, condannato nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il 13 luglio del 1994 fu emanato il decreto Biondi, che consentiva a gran parte dei condannati per corruzione di ottenere gli arresti domiciliari durante il giudizio.

La norma, inoltre, modificava una parte dell’art. 275 c.p.p. in cui la pericolosità di chi commetteva reati per mafia non fosse presunta ma valutata di volta in volta dal giudice, così da verificare se sussistessero esigenze cautelari.

In seguito alle proteste dei magistrati e dell’opinione pubblica, il decreto venne poi ritirato.

L’1 agosto del 1996, invece, i senatori del partito Centro Cristiano Democristiano Melchiorre Cirami e Bruno Napoli presentarono un disegno di legge che prevedeva una serie di benefici per quei mafiosi che avessero ripudiato Cosa Nostra senza accusare altri appartenenti all’organizzazione.

Esattamente il quinto punto delle richieste avanzate da Cosa Nostra nel “papello” del 1992.

Il caso dell’infiltrato Ilardo

Il 31 ottobre 1995 il pentito Luigi Ilardo, infiltratosi in Cosa Nostra, riuscì ad ottenere la fiducia di Bernardo Provenzano con il quale era da tempo in contatto e riuscì a fissare un incontro con il boss.

Il colonnello dei carabinieri Riccio, che gestiva l’infiltrato, comunicò subito ai superiori, tra cui il colonnello Mori, che vi era la concreta possibilità di catturare Provenzano, ma questi sembrarono disinteressati alla notizia.

Durante l’incontro tra Ilardo e Provenzano, infatti, fu disposto soltanto un servizio di osservazione dei luoghi ad una certa distanza dal casolare e non avvenne alcun arresto.

Quando l’autorità giudiziaria di Palermo chiese che Ilardo iniziasse una collaborazione formale con i magistrati, Mori spinse affinché questo collaborasse esclusivamente con Giovanni Tinebra e non con Caselli, con il quale invece era disposto a collaborare Ilardo.

Ma la collaborazione non avvenne mai perché il 10 maggio 1996 Ilardo fu ucciso.

Nei mesi successivi il colonnello Mori insistette per non redigere un rapporto conclusivo su quanto era avvenuto, in particolare sulle vicende connesse al mancato arresto di Provenzano.

Il processo

La prima udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia ha avuto luogo a Palermo il 29 ottobre 2012.

Il procedimento è stato istruito dai pubblici ministeri Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene.

Siedono sul banco degli imputati cinque membri di Cosa Nostra: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà.

Insieme a loro ci sono  cinque rappresentanti delle istituzioni, Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Calogero Mannino e Marcello dell’Utri, accusati del reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario.

Massimo Ciancimino è invece imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti di Giovanni De Gennaro, mentre Nicola Mancino è a processo per falsa testimonianza.

A chiedere di costituirsi come parte civile sono stati la Presidenza del Consiglio dei ministri, il comune di Palermo, il partito di Rifondazione comunista, il sindacato di polizia Coisp, i parenti di Salvo Lima, il centro studi Pio La Torre e Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo.

I magistrati depositano una memoria al processo di Palermo contro i 12 presunti responsabili della trattativa tra boss e uomini delle istituzioni.

Vengono intercettate varie telefonate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente emerito della Repubblica Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno portato il conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo.

Nell’inchiesta finirono anche 4 intercettazioni di telefonate tra Mancino e Napolitano, poi distrutte per decisione della Corte Costituzionale.

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