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Perché la scrittrice Elena Ferrante odia i punti esclamativi

“Un'esclamazione dovrebbe essere facilmente compresa leggendola”, secondo la scrittrice italiana Elena Ferrante

Immagine di copertina
Credit: Pixabay

Ogni buon autore ha un suo stile di scrittura, così come le sue preferenze nell’utilizzo dei segni di interpunzione, delle pause e dei momenti di tensione.

Dopo aver letto un recente articolo dell’autrice napoletana Elena Ferrante pubblicato sulla sua rubrica settimanale per il sito del quotidiano britannico The Guardian, non è difficile capire che la scrittrice odia i punti esclamativi.

Elena Ferrante è una scrittrice italiana che ha scelto di rimanere nell’anonimato. Il suo nome, infatti, è uno pseudonimo, e la sua identità è attualmente sconosciuta.

La scrittrice, presente nel panorama letterario dal 1992, ha avuto un enorme successo negli ultimi anni, soprattutto in Italia e negli Stati Uniti, per la sua quadrilogia pubblicata tra il 2011 e il 2014, e composta dai libri L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta.

Grazie alla vasta diffusione dei suoi romanzi e al talento riconosciutole da pubblico e critica, Elena Ferrante ha ottenuto la possibilità di tenere una sua rubrica settimanale sul The Guardian.

Nell’articolo del 31 marzo 2018 la scrittrice ha messo sotto accusa i punti esclamativi: “Cerco di non alzare mai la voce. L’entusiasmo, la rabbia, persino il dolore, cerco di esprimerli con moderazione, tendendo verso l’autoironia. E ammiro quelli che mantengono un comportamento calmo durante una discussione, che cercano di dare cauti suggerimenti sul fatto che dovremmo abbassare la voce, che rispondono a domande frenetiche […] semplicemente con un sì o no, senza punti esclamativi”, si legge nelle prime righe.

Ferrante continua: “Principalmente, è perché ho paura degli eccessi, il mio e quello degli altri”. La scrittrice spiega poi il motivo per cui vorrebbe che non esistessero esplosioni emotive, sia che si tratti di gioia sia, soprattutto, di dolore.

”Mi piacerebbe se, in tutto il pianeta, non ci fosse più motivo di gridare, specialmente per il dolore. Mi piacciono i toni bassi, l’entusiasmo composto, le lamentele cortesi”, scrive.

La sua riflessione si trasferisce subito sul tema della scrittura: Farrante paragona le esplosioni emotive della vita ai punti esclamativi della scrittura: “Dal momento che il mondo non è sulla mia stessa lunghezza d’onda, mi sforzo, almeno nell’universo artificiale che è delineato dalla scrittura, di non esagerare mai con i punti esclamativi”.

“Di tutti i segni di punteggiatura, è quello che mi piace di meno. Ricorda il bastone di un comandante, un obelisco pretenzioso, un’esposizione fallica”.

“Un’esclamazione dovrebbe essere facilmente compresa leggendola”, sostiene Elena Ferrante, che afferma di utilizzare pochissimo il segno di interpunzione all’interno dei suoi libri.

“Nei messaggi di testo, nelle chat di WhatsApp, nelle e-mail, ne ho contati fino a cinque di fila. Quanto esclamano gli innovatori fasulli della comunicazione politica, gli irriducibili al potere, giovani e vecchi, che twittano senza sosta ogni giorno”.

E dopo aver delineato il tipo di persone che usano troppi punti esclamativi, la scrittrice ne delinea il carattere letterario: “A volte penso che i punti esclamativi siano un segno, non di esuberanza emotiva, ma di aridità, di mancanza di fiducia nella comunicazione scritta”.

Nel suo articolo Ferrante tratta anche dei fraintendimenti che possono essere causati dall’utilizzo minimo dei punti esclamativi: “È probabile che le mie frasi suonino distaccate, non lo escludo. Ed è probabile che, quando il tono per qualche motivo è appassionato, il lettore si senta più felice se arriva alla fine di una frase e trova il segnale che lo autorizzi ad essere appassionato. Ma continuo a pensare che ‘Ti odio’ abbia un potere, un’onestà emotiva, che ‘Ti odio!!!’ non ha”.

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