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Viaggio nella produzione di Vinicio Capossela

Alla scoperta delle tracce del cantautore polimorfo protagonista della musica italiana contemporanea

Immagine di copertina

« Moby Dick non ti
cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei! »

(Moby
Dick, cap. 135
)

La discografia di Vinicio Capossela
parte dal 1990, anno in cui a soli 25 anni il cantautore
polimorfo
diede vita a un capolavoro della musica italiana contemporanea:
All’una e trentacinque circa. L’album raccoglie 11 canzoni
che assieme riassumono e spiegano sonorità già riuscite, testi già
maturi e temi che rimandano alla mitologia americana della beat
generation. Capossela infatti dichiara a proposito del suo primo
lavoro “ è]
un mondo pieno di guai, affollato di guitti
stralunati, strade chiassose e vecchie macchine”
. Gli echi
delle canzoni rimandano a una letteratura precisa: Fante e Bukowski
in primis. La mitologia è la volontà di determinare il
proprio posto nel mondo. Il cantautore irpino si schiera dal punto di
vista dei falliti, di coloro che non hanno raggiunto gli apici del
sogno americano. Coloro che sono
L’accolita dei rancorosi
(brano dell’album
Il ballo di San Vito, 1996).

Percorrendo le strade a ridosso dei
muri, con un andamento ubriaco, Vinicio Capossela ritorna alle radici
in una canzone del suo album Camera a sud, contenuta
nell’album omonimo del 1994. Il testo, su calde note di una
bossanova meridionale, accoglie tutte le suggestioni di un pomeriggio
che volge alla sera, forse una dichiarazione autobiografica: un uomo
che attraversa la soglia della giovinezza e giunge all’età adulta.

“Sud

fuga dell’anima

tornare a
sud di me
come si torna sempre all’amor
vivere accesi
dall’afa di Luglio
appesi al mio viaggiar
camminando non c’è
strada per andare
che non sia di camminar”

Capossela si ritrova tornando a sud,
a sud di sé. Ritorna alle sue radici, alla base della persona, per
raccogliere elementi che hanno determinato la sua formazione, anche
musicale. Nato ad Hannover, il cantautore è originario di Calitri
(AV) nell’Alta Irpinia, un paese che ha sempre vissuto di musica,
di matrimoni e di musica da matrimoni; oggi egli dirige, partecipando
vivamente all’evento, il Calitri sponz fest che ha fatto
conoscere a più larghe porzioni di pubblico, tra gli altri, La
banda della posta
, cioè un gruppo di musicisti pensionati che
s’intrattiene suonando davanti agli uffici postali del paese e che
diletta i matrimoni, altro fenomeno della mitologia popolare
nostrana. Nel romanzo Il paese dei coppoloni (Feltrinelli,
2015) Capossela parla appunto del suo ritorno a Calitri, al suo
sostrato, alla sua essenza. Laddove “tutto era materia. Lo spirito
scappava”. E per scoprire la materia, le domande da porre e da
porsi sono quelle che nei paesi gli anziani, custodi della saggezza e
dell’ospitalità di reminescenza omerica, rivolgono ai viandanti:
“Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?”. Il
viandante è lo stesso narratore-autore, come Vittorini nelle sue
Conversazioni in Sicilia o, in un percorso al contrario,
l’anziano protagonista del film di Tornatore Stanno tutti bene.
La definizione della propria persona non sarà ancora definitiva, ma
“Vinicio Capossela ha scritto un’opera memorabile in cui la
realtà è visibile solo dietro il velo deformante di un senso
grandioso, epico, dell’umana esistenza, di un passato che
torna a popolare di misteri e splendori l’opacità del nostro
caos”1.

Capossela non è nuovo tuttavia al
mondo della narrativa; già nel 2004 infatti, sempre per Feltrinelli
pubblicò Non si muore tutte le mattine, raccolta di racconti
che sono altrettante porzioni dell’anima. Forse simile al Petrarca
del Canzoniere, le varie frazioni diegetiche destrutturano
l’anima, la eviscerano e la offrono “a fette” al lettore, che
potrà leggerne una per volta. Ancora la letteratura che fa da sfondo
alla sua è quella “on the road”; ancora Capossela si appende a
strade già calcate per infilare il proprio piede nei solchi lasciati
dagli altri, i grandi. Una frase parecchio nota, tratta dal libro,
recita: “Io ascoltavo e basta, preferisco rimanere un’impressione,
preferisco le impressioni. Le impressioni emozionano. È inutile
conoscere: molto meglio supporre”. Continuando a camminare sulle
spalle dei giganti però ha sostanziato la sua definizione personale:
è arrivato alla conoscenza, intesa come l’abisso di Nietzsche che
il buio rivela a chi più si spinge.

Ai più grandi è approdato con un
disco, anzi due, che sono il capolavoro recente “Marinai Profeti e
Balene” (La cupa, 2011). Diciannove in tutto le canzoni che il
cantautore, al timone di una nave ideale, la pancia della balena in
cui anima i suoi spettacoli, dirige e conduce. La balena non è
soltanto splendida scenografia che Capossela porta tra teatri e spazi
vari, ma anche una creatura più potente dell’uomo, che argina il
limite insondabile della nostra conoscenza: l’uomo virtuoso,
eroticamente proteso a conoscere, è Giona, inghiottito però dal
mostro marino per avere disobbedito al Signore.

“Bianca l’insonnia
bianca, la morte bianca
e bianca la paura è bianca
L’universo
vacuo e senza colore
Ci sta davanti come un lebbroso
Anche
questo è la bianchezza della balena
La bianchezza della balena

Capite ora la caccia feroce? Il male abominevole,
l’assenza
di colore”

Vinicio Capossela sonda “l’ingiusta
Giustizia”2
che regola le nostre vite, che ci rende muti quando ci spingiamo
verso l’ignoto: Odisseo, il Pelide, Billy Budd, il capitano Achab
sono tutti coloro che hanno dovuto misurare i propri limiti e cui il
cantautore rende omaggio nel disco, come si fa ai maestri.

Tracce di mitologia sono
sparsamente diffuse nell’intera produzione di Capossela. Se ne
ritrovano, calate nella dimensione più materiale, nel lavoro
discografico Il ballo di San Vito, un disco che è
un’esperienza, come spesso egli ha avuto modo di definirlo; un
disco dove si animano le forze primigenie dei culti popolari e dove
egli elabora i suoi studi su Carlo Levi, sull’antropologo Ernesto
De Martino, su Omero e l’epos popolare. Clive Davis sul “TIME
ha scritto: “Capossela esplora i miti e gli istinti che tengono
assieme villaggi e nazioni. Non è un caso che si animi come non mai
quando parla delle sue origini ancestrali”.

A cura di Marco Miglionico, Culturificio 

1
Dalla quarta di copertina del romanzo Il paese dei coppoloni.

2
Tema dello spettacolo teatrale di G. GHEDINI del Billy Budd
di MELVILLE, per adattamento di S. QUASIMODO.