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Terrorismo, la rete italiana di Anis Amri progettava un attentato alla metro Laurentina di Roma

La rete smantellata dalla polizia era formata soprattutto da tunisini e operava in provincia di Latina. Il gruppo di estremisti si riuniva attorno alla moschea di via Chiascio di Latina inneggiando al radicalismo, maledicendo le multinazionali e progettando riscatti

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L’operazione antiterrorismo della Polizia scattata all’alba del 29 marzo ha sgominato la rete dei contatti italiani di Anis Amri, il terrorista tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre 2016.

Secondo l’inchiesta condotta dal pm Sergio Colaiocco, la rete progettava un attentato alla stazione Laurentina della metro B di Roma.

Su ordine del Gip di Roma Costantino De Robbio, la polizia ha notificato il mandato di cattura a cinque stranieri: il palestinese Abdel Salem Napulsi, già detenuto nel carcere di Rebibbia, e quattro tunisini residenti a Napoli e nel casertano. Uno di loro avrebbe dovuto procurare documenti falsi per far uscire Anis Amri dall’Italia.

La rete smantellata dalla polizia era formata soprattutto da tunisini e operava in provincia di Latina. Scoperto un doppio livello: un primo di estremisti e un secondo di procacciatori di documenti falsi.

Il gruppo di estremisti si riuniva attorno alla moschea di via Chiascio di Latina inneggiando al radicalismo, maledicendo le multinazionali e progettando riscatti.

Ma il vero obiettivo dei loro incontri era l’attentato alla metro della Capitale.

Attorno al centro di preghiera islamico di Latina si muoveva un mondo teso alla fedele applicazione della Jihad.

“Si è potuto riscontrare che, a partire dal periodo in cui Anis Amri era stato presente e fino ai giorni nostri, molti cittadini provenienti dai paesi arabi dimoranti nella provincia di Latina avevano subito un processo di radicalizzazione aderendo all’ideologia propugnata dall’Isis e al suo proposito di realizzare atti di terrorismo nel nostro paese”.

Della rete di Amri, il 38enne palestinese Napulsi erano molto attivo nella propanda jihadista online.

L’uomo aveva scaricato un manuale con le istruzione per utilizzare le carabine ad aria compressa, oltre che le istruzioni sull’uso di lanciarazzi.

Napulsi aveva anche cercato di acquistare un pick up adatto a montare armi da guerra.

Del gruppo fa parte anche un cittadino tunisino, residente a Latina, arrestato per gravi indizi su una attività di auto addestramento con finalità di terrorismo che avrebbe messo in piedi.

Dopo essersi radicalizzato, avrebbe visionato video di propaganda riconducibili al terrorismo di matrice islamica, ma anche video più specifici che facevano pensare alla preparazione di un attentato e che contenevano informazioni su come comprare e come usare armi da fuoco, e dettagli pratici per l’affitto di un camion.

L’indagine, condotta dal pm Sergio Colaiocco, è nata dall’analisi dei tabulati del cellulare di Amri.

Da tempo le verifiche hanno dimostrato che Amri aveva potuto contare su una rete di supporto basata a Latina. Alcuni dei soggetti in contatto con l’attentatore di Berlino sono stati espulsi dall’Italia dopo i fatti del 2016.

I reati ipotizzati sono addestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale e associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il 19 dicembre del 2016 un autoarticolato con targa polacca, proveniente dall’Italia, investì a Berlino la folla presente nel mercatino di Natale a Breitscheidplatz, uccidendo 12 persone e ferendone 56. L’attentato venne rivendicato dall’Isis. Pochi giorni dopo, Anis Amri, ritenuto l’attentatore, venne ucciso in provincia di Milano, durante un controllo di polizia nei pressi della stazione Sesto San Giovanni.

 Nell’attentato morì anche Fabrizia Di Lorenzo, la 31enne di Sulmona unica vittima italiana.

Gli ultimi arresti vanno nella direzione di quanto dichiarato dal ministro dell’Interno Marco Minniti in un’intervista al quotidiano La Stampa. Secondo il ministro, la minaccia della jihad in Italia non è mai stata così forte.

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“Il quadro della minaccia di Isis rimane radicalmente immutato. Anzi, la caduta di Raqqa e Mosul, se da una parte fa venir meno l’elemento ‘territoriale’ del Califfato, dall’altro aumenta la pericolosità dell’altra componente, quella terroristica”, ha detto Minniti.

Il colpo inferto dalla Polizia italiana alla rete di Amri arriva dopo un altro importante arresto avvenuto Torino nella giornata del 28 marzo, dove un italo-marocchino di 23 anni, Elmahdi Halili, è stato accusato di partecipare all’associazione terroristica del sedicente Stato Islamico o Isis.

In questo articolo abbiamo fatto il punto sulla minaccia terroristica al nostro paese. Ma perché proprio ora così tante minacce terroristiche all’Italia? In questo articolo una lucida analisi di Giampiero Gramaglia, direttore di AffarInternazionali (IAI).

Halili è considerato l’autore del primo testo di propaganda dell’Isis in italiano. L’uomo già nel 2015 era stato condannato per la pubblicazione sul web di documenti riconducibili alla propaganda Isis a due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena.