Me

Alzheimer, team italiano scopre il meccanismo che blocca la memoria e provoca la malattia

Annalena Venneri e il co-autore della ricerca, Matteo De Marco, sono riusciti a chiarire quali siano i dettagli molecolari della mancata comunicazione tra le cellule nervose che, nel tempo, provoca perdita di memoria

Immagine di copertina

Un’importante ricerca scientifica condotta da scienziati italiani è stata pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease e riguarda nuove scoperte in ambito terapeutico e diagnostico dell’Alzheimer.

Il team italiano ha scoperto per la prima volta il ruolo chiave di una piccola regione del cervello, l’area tegumentale-ventrale. Questa zona ha il compito di rilasciare la dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore e anche un neuro ormone rilasciato dall’ipotalamo. La sua principale funzione come ormone è quella di inibire il rilascio di prolattina da parte del lobo anteriore dell’ipofisi. Se questa molecola molecola funziona poco, ne risente il “centro” della memoria situato nell’ippocampo, e quindi diminuisce la nostra capacità di apprendere e ricordare.  

In altre parole, in quest’area del cervello la perdita di cellule che producono dopamina – conosciuto come “il neurotrasmettitore della felicità”, rilasciato durante le situazioni piacevoli – può causare il malfunzionamento dell’ippocampo, la parte del cervello deputata a creare i ricordi.

Autrice dello studio è Annalena Venneri, dello Sheffield Institute for Translational Neuroscience (SITraN) nel Regno Unito che ha lavorato di concerto con Matteo De Marco dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Proprio da Roma sono arrivati i primi risultati dei test condotti sui topi da laboratorio – grazie al lavoro di MarcelloD’Amelio – che sono stati combinati con quelli condotti su un campione di 110 persone nel Regno Unito: il risultato di quest’analisi potrebbe rivoluzionare sia la diagnosi precoce, sia le terapie per questa forma di demenza, spostando l’attenzione su farmaci che stimolano il rilascio di dopamina.

“La nostra scoperta indica che se l’area tegmentale-ventrale (VTA) non produce la corretta quantità di dopamina per l’ippocampo, questo non funziona più in modo efficiente” e la formazione dei ricordi risulta compromessa. Si tratta del primo studio al mondo che dimostra questo collegamento negli esseri umani.

L’Alzheimer, una patologia che colpisce oltre 600mila persone in Italia e 47 milioni in tutto il mondo, destinate a triplicarsi entro il 2050. L’ipotesi sarebbe quella di cambiare il modo in cui le scansioni cerebrali sono acquisite e interpretate, così come l’utilizzo di differenti test per la memoria.

I ricercatori sono riusciti a chiarire quali siano i dettagli molecolari della mancata comunicazione tra le cellule nervose che, nel tempo, provoca perdita di memoria. Fra le funzioni della dopamina c’è la regolazione del movimento e delle risposte emotive.

Annalena Venneri e il co-autore della ricerca, Matteo De Marco, hanno acquisito risonanze magnetiche a 3Tesla di 51 adulti sani, di 30 pazienti con diagnosi di decadimento cognitivo lieve e di 29 pazienti con diagnosi di Alzheimer. Le risonanze a 3Tesla hanno il doppio della potenza delle normali scansioni Rmn e sono così in grado di produrre immagini della migliore qualità possibile.

I risultati hanno dimostrato un legame-chiave tra le dimensioni e la funzionalità dell’area tegmentale-ventrale, le dimensioni dell’ippocampo e l’abilità a imparare nuovi concetti.