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“Un italiano mi sparò per il colore della mia pelle. Oggi, a Firenze, ho ancora più paura”

Sougou Mor è un ragazzo di 38 anni, senegalese, che nel 2011 venne ferito da quattro colpi di pistola esplosi da un italiano che voleva ucciderlo. A TPI racconta la sua storia dopo i fatti di Firenze

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“Mi guardò negli occhi, ci separavano forse due metri, in un attimo tirò fuori la pistola e cominciò a sparare. Non ebbi il tempo di pensare e cominciai a correre. Quattro colpi, uno dopo l’altro, perché voleva uccidermi”.

Sougou Mor, senegalese, aveva 32 anni quel 13 dicembre del 2011, quando, nel mercato centrale di Firenze, venne ferito dai colpi di pistola esplosi da Gianluca Casseri, 50 anni, che armato di una Smith & Wesson calibro 357 magnum, cominciò a sparare contro di lui.

Mor racconta in esclusiva per TPI di quel tragico giorno in cui venne aggredito solo per il colore della sua pelle. Oggi rivive con terrore quei ricordi che sono tornati a galla dopo la morte di Idy Diene, il senegalese ucciso il 5 marzo su ponte Vespucci a Firenze per motivi razziali da Roberto Pirrone, pensionato 65enne.

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“Quando cammino per strada, anche quando una macchina mi passa accanto, avverto subito la paura. Prima del 2011 non temevo nulla, pensavo che le persone fossero tranquille e che se non avessi dato fastidio o creato problemi, non mi sarebbe accaduto niente di male. Ma non è andata così e oggi più di allora sento che non sono al sicuro”.

Il killer che Mor si ritrovò di fronte quel pomeriggio di dicembre di 7 anni fa era un tipo solitario e ombroso, non lo aveva mai visto prima, gli si avventò contro e fece fuoco: uccise due persone, Mor rimase ferito ma riuscì a salvarsi.

Le vittime si chiamavano Samb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54 anni. Mor usò le braccia per proteggersi dai quattro colpi sparati a distanza ravvicinata: tre li parò così, con i proiettili che gli spezzarono le ossa; uno lo raggiunse al torace.

“Poco prima che Casseri arrivasse, alcuni miei amici mi avevano avvisato che un uomo bianco aveva aggredito dei senegalesi a piazza Dalmazia. Ero seduto su uno sgabello quando quell’uomo si fermò improvvisamente davanti a me e cominciò a sparare. Vidi la pistola e capii subito cosa sarebbe accaduto: era lì per fare una strage”.

Mor si tocca freneticamente la testa e ha gli occhi lucidi mentre rivive quegli istanti di terrore. Non è sereno, guarda nel vuoto e si interrompe più volte nel racconto perché quel ricordo lo devasta.

“La paura è tornata”, ci racconta. “Credevo che non sarebbe più successo nulla simile. Avevo ripetuto a me stesso che quel 2011 era stato solo un episodio, che dovevo andare avanti. Ho impiegato mesi, anni, per lasciarmi questa storia alle spalle. Ma ora il passato è tornato, e fa paura”.

Idy e Mor si conoscevano, erano amici: Mor lo aveva conosciuto in occasione della strage del 2011 poiché Idy era legato alla famiglia di una delle vittime.

“Proprio una settimana prima della sua morte lo avevo incontrato per ben tre volte nello stesso giorno, era il venerdì di preghiera e ci eravamo incrociati davanti alla moschea”, racconta Mor.

“Il 5 marzo stavo tornando a casa quando sono stato raggiunto dalla telefonata di un amico che mi chiese ‘hai sentito cosa è successo? Una persona ha ammazzato un Senegalese su ponte Vespucci’”.

“Ho vissuto un immediato flashback, di colpo mi era tornata la paura, non riuscivo nemmeno a prendere l’autobus. Sono rimasto chiuso in casa per un giorno intero, non volevo uscire”, ci spiega.

Oggi Mor ha 38 anni, vive nei pressi del centro di Firenze. In Italia arrivò dieci anni fa, in due mesi ottenne il permesso di soggiorno. Da allora ha sempre lavorato per portare qualcosa a casa e sostenere la sua famiglia. Ha tanti amici italiani, con i quali esce e cena insieme, ma la sua sensazione è che le cose siano peggiorate, che gli italiani siano diventati più “razzisti”.

“Perché qualcuno che non mi ha mai visto, arriva, prende una pistola e spara? Questa domanda mi ha tormentato per anni. Io non sapevo chi fosse, non seppi il suo nome fin quando non uscii dall’ospedale. Solo una settimana dopo la sparatoria vidi il suo volto sulle pagine dei giornali. Era morto e non lo sapevo nemmeno”.

Da quando è in Italia, Mor ha vissuto spesso episodi di razzismo, ma le cose negli anni sono precipitate.

“Sul volto delle persone leggo il fastidio che provano nel vedermi. Quando entro in un bar troppo spesso capita che qualcuno protegga la borsa appena sono nelle sue vicinanze. È una cosa molto brutta, umiliante”.

“La delinquenza non ha colore di pelle. Noi neri siano qui per fare il nostro lavoro. Sono arrivato per mantenere mia moglie e i miei due bambini che sono in Senegal, non credevo potesse accadere tutto questo”.

Ma la sua vita è completamente cambiata dal quel 2011: “Non posso più fare lavori pesanti e non lavoro più al mercato. Vorrei tornare in Senegal ma non posso farlo a mani vuote, fin quando non racimolerò una cifra sufficiente per mantenere la mia famiglia devo restare qui”.

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Mor ribadisce più volte che ha tanti amici italiani e che sa bene che non sono tutti razzisti: “Conosco tanti italiani bravissimi, ma ci sono anche tante persone ignoranti, che non capiscono”.

“Ora ho davvero paura e penso che chiunque vedo mi possa sparare. Ho paura che possa succedere di nuovo”.